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Il dittatore

Regia di Larry Charles vedi scheda film

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La recensione su Il dittatore

di lorenzodg
6 stelle

Il dittatore” (The Dictator, 2012) è il quinto lungometraggio del regista di Brooklyn Larry Charles. Personaggio che nella relativa breve carriera cinematografica non le manda certo a dire. Puntiglioso, sarcastico, spudorato e, tanto quanto basta, scurrile (per rompere tutte le uova del paniere); un newyorkese che si fa beffa dell’America-sogno e irriverente verso il facile modo di misurarsi col pubblico. Una filmografia che comprende le tre pellicole con Sacha Baron Cohen (‘Borat’, 2006, ‘Bruno’, 2009 e appunto ‘Il dittatore’), un documentario (‘Religiolus’, 2008) sulla fede religiosa in tutte le sue forme (scorretto e satirico) e un film sui concerti ad ‘uso beneficienza’ (‘Masked and Anonymous’ co-sceneggiato con Bob Dylan anche interprete).
   “Il dittatore” appare da subito come un film in presa diretta da un paese fantasioso-suurreale ad un paese  feticcio-reale. Una cadenza narrativa da passo accelerato dove ad ogni greve e saccente battuta ne nascono (o meglio ne scaturiscono) molte altre talmente compresse che si fa fatica a colmare una risata liberatoria: tutto in un contrattempo sgrammaticato e imbastito con artistiche velleità e trash-manie argomentate. Il film di Larry Charles è costantemente in bilico tra qualcosa di ‘sublime’ (per intendersi non di risata sguaiata) a qualcos’altro di ‘grezzo’ (per intendersi cercando di accattivarsi il pubblico con disarmante facilità). Un simbolismo vivo tra un manifesto big-cultural e una scrittura pig-pop. Tutto con manierismo certamente intelligente ma calante in un vezzo irrisolto e non pieno di toccate feroci e radenti. Quando la storia è di ieri (e non do oggi) è lecito porsi un questionario, irrisolto finché si vuole, per sparare cartucce future di illogicità umana per una cronimania sacrale di quello che il futuro attende a noi e di quello che la risata di oggi aspetta per squarciare ogni disabilità legale. Appare un frammisto, ora uno sputo e ora un sorso d’acqua, di avvenimenti (visti dall’alto) che sono interiori al linguaggio del dittatore (di noi tutti) non certamente esplicitatati in modo veramente irrispettoso. Ora Saddam Hussein è nella memoria (non di certo per premio) mentre il dittatore vuole appropriarsene nel presente in un ieri trasandato mentre non corrode un Presidente di oggi, che sì appare e preso in giro con voce fuori campo, che lungi da essere fuori luogo, non castiga i vivi perché dei morti (viventi nel film) ne abbiamo a iosa (arrecando danni inusitati). Una pellicola che apre molte e forti speranze di rottura per rompersi sul più bello col personaggio doppio (sosia vero e sosia falso) che non incide per nulla (o quasi) nella teatralità di un mondo (newyorkese) ferito fino al midollo. E il richiamo chapliniano (‘il grande dittatore’) e lo specchio Kurosawaniano (‘Kagemusha’) si ritrovano quasi a braccetto senza un compiuto vero e un’irriverenza cadaverica di quello che il sogno americano ha perduto e dello skyline di Manatthan oramai segnato (le torri gemelle richiamate più volte parlando dell’Empire State Building come vortice e vertice di una città spremuta). Le immagini dall’alto e verticali della città (con i suoi grattacieli) stile ‘blade runner’ e le notturne in lungo orizzontale che raccordano le scene dovrebbero spaventare oltre il significato invece diventano (ad uno spettatore non colto in fallo… di fuori gioco) un quadro pulito che accarezza un’ignominia di una centralità persa e di una politica culturale in ribasso e per nulla veritiera. Chaplin irrideva e triturava il presente, Kurosawa ricordava e intrepidamente dava vivacità al mondo circostante mentre Larry Charles (e l’alter-ego che diventa partecipe di se stesso) schiuma rabbia con fugacità irrisolta e maestria un po’ rabberciata. Certo i confronti sono irriverenti (se ne rende conto benissimo chi ha visto il film e ne scrive) ma per smuovere veramente le acque si deve andare fino in fondo con una risata piena e un gioco di smarco ficcante e portentoso senza aggiungere manifestazioni (per carità gustose) e risvolti deretani, eiaculanti e fortemente puzzolenti. Il trash arriva in un tempo ristretto (appena non te ne rendi conto appare fuori dalla finestra) e sfacciatamente si appropria del tutto. Farsi raccontare la masturbazione è un filmino nel film (ripeto anche sagace) di pieno sfogo ma appare alla lunga col fiato corto mettendoci dentro tutto (o buona parte) dell’immaginario hollywoodiano (fino alla corsa di ‘Forrest Gump’) per arrivare allo ‘splatter’ giocoso di uno scary-movie qualsiasi e di un fanta(porno) in prossimità (simil faccende di certi ‘idioti’ soliti). Perché nel mentre si rivuole la scena attoriale (perché non far fuori il sosia che di gusto vorrebbe andarsene) ecco che fa capolino una capra (come non pensare all’uomo ‘capra’ George Clooney già nominato) che cerca di far saltare i piani del dittatore che con una carrucola vuole entrare nel palazzo che conta mentre (per accontentare chi è distratto) un pene (contro-figurato?) si scaglia distrattamente contro la cinepresa e di rabbuiata voglia di spargere (bianca sentenza…) sale. Un chiuso e una chiusa tra una libera elezione e un rigurgito dittatoriale prima che il fine ultimo è uno sberleffo a tutti quando un matrimonio di entità disgiunte avalla una trivialità di odori ripugnanti e di puzze arrapanti (come per dire che di tutto c’è fino al gracile leccare di peli e alla maternità ancora in vagina mentre un cellulare si diverte a contattare un sms del pargolo in arrivo –che peccato è una femmina dove la buttiamo…-).
   Una compiaciuta pellicola dove il piatto è ricchissimo senza confini di registro e di scrittura inondando molti generi con toni parodistici, macchiettistici e commedianti dove la satira sconfina nella celebrazione di ciò che non si vuole e il tono appare smorzato e claustrofobico. L’affronto sociologico a cui tende si abbevera dello stesso script divorando le frecciate ed eliminando qualche spunto denigratorio (e fortemente irriverente). E lo spirito di movimento corporale del dittatore (e di Sacha Baron Cohen) restaura ciò che Bin Laden poteva simboleggiare e ciò che è un sogno sfinito e odierno con una demenzialità (americanizzata) che rifà il verso ad un recitare vecchio (una comicità muta) e nuovo (un fagocitare continuo di sberleffi –da tv di piazza…da dove proviene l’attore londinese). E il marchio teatral-tv rende il tutto appetibile e voluminoso anche se rischia (quasi) sempre il fuori onda (e l’orrore di qualcosa appare scaduto).
   Sacha Baron Cohen (che ha co-sceneggiato la pellicola) è al centro di tutto sempre e comunque e regge tutta la baracca; da ricordare il comprimario di lusso Ben Kingsley (nei panni di Tamir che vorrebbe raggirare il dittatore e i suoi modi) con una recitazione veramente spassosa; infine sono da menzionare (e vedere) ragazze di rara bellezza che circondano il letto del dittatore (mogli e amanti….con un archivio degno di un viziato del super-sesso); Megan Fox e Edward Norton rappresentano se stessi (chi sa se Edward Norton –che appare in pochi secondi- è stato chiamato appositamente per un giusto richiamo al film di Spike Lee “La 25° ora”…). Regia non certamente raffinata e di lusso.
   Voto: 6+.

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