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Cosmopolis

Regia di David Cronenberg vedi scheda film

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La recensione su Cosmopolis

di mc 5
4 stelle

Premessa necessaria. La mia zona è in questi giorni investita dal tristissimo fenomeno sismico di cui i mezzi d'informazione hanno ampiamente riferito. Purtroppo questa novità, di cui nessuno sentiva il bisogno, sta condizionando la mia vita come quelle di chiunque altro, sotto molteplici punti di vista, implicando aspetti pratici e non escludendo risvolti emotivi. La mia passione per il cinema ha dovuto scontrarsi con questo nuovo regime di vita, sopportandone qualche limitazione. In altri termini, in queste ore di agitazione mista a sconforto, non me la sento più come prima di andare al cinema. La mia passione è immutata, ma il mio morale non sempre altissimo mi ha tenuto lontano dalle sale come prima d'ora mai mi era capitato, e dunque mi sono perso diverse recenti uscite. Staremo a vedere come evolverà tutta la faccenda, e intanto occupiamoci di un film di cui i media stanno riferendo con dovizia di dettagli e di opinioni proprio in queste ore che ne seguono l'anteprima proiettata a Cannes. Sto parlando del nuovo lavoro diretto da David Cronenberg, sicuramente una delle pellicole più attese del festival. Posto che Cronenberg è regista che ho sempre apprezzato e seguito con enorme interesse, devo dire che sono uscito dalla visione in preda ad un vivace sgomento. Cronenberg è un Maestro, e i Maestri non fanno "brutti film". Diciamo che seguono il loro estro, la loro fantasia. E questo ha fatto il grande David. Peccato che il mio spirito cinefilo con condivida nemmeno un grammo di questa sua ultima deriva artistica. Sarebbe sciocco e banale affermare en tranchant che si tratta di un brutto film, il mio giudizio va oltre, è molto più radicale: questo è un non-film. Di fronte al quale si resta annichiliti, basiti da tanto estremo Nulla. 108 minuti di nonsense, in cui si mescolano brutalmente frasi ciancicate e maschere postmoderne, attacchi nichilisti al capitalismo e Teatro dell'assurdo. Si ha l'impressione che Cronenberg abbia seguito in totale libertà una sua furiosa ispirazione, un suo intimo forsennato bisogno di allestire una devastante allegoria sulla morte (e resurrezione?) del capitalismo. Okay, ci può stare. Ma c'è una cosa: un Maestro come Cronenberg non ha il diritto (lo affermo con serenità, senza puntare il dito) di farsi un suo viaggio così estremo e duro da non tener conto del pubblico. Sì, perchè egli sembra ignorare che chi guarda il suo film deve "capire", deve poter essere fornito degli strumenti che gli consentano di recepire emozioni. Qua siamo invece di fronte alla masturbazione di un cineasta che si crogiuola in un esercizio di stile all'insegna di una furia apocalittica che se da una parte titillerà i gusti di qualche intellettuale, è però anche una dichiarazione di guerra a una parte del pubblico la quale maturerà inevitabilmente (come è accaduto al sottoscritto) una reazione istintiva di repulsione. La vicenda ci parla del giovane manager Eric, attivo nel campo della finanza (il film su questo è avaro di dettagli), il quale decide una mattina, tallonato dal suo assistente-custode, di attraversare la città su una bianca limousine, per raggiungere un amico barbiere e farsi tagliare capelli. E la città è tutt'altro che tranquilla, sconquassata da ogni genere di evento. Abbiamo i manifestanti anarchici in stile "occupy" (ma forse un po' più incazzati), poi c'è addirittura il Presidente USA in visita, poi ancora l'imponente funerale di un guru della comunità nera. E il nostro Eric osserva e subisce tutto ciò dall'interno del suo confortevole e attrezzatissimo ma ugualmente claustrofobico abitacolo, da dove conduce una sua vita a parte...del tipo che ospita un personaggio che pare la parodia di un rapper e che spara una banalità dietro l'altra, oppure che scopa (ora selvaggiamente, ora stancamente, perfino discettando di qualunque cosa durante l'atto) con un paio di patetiche mignotte. Il problema è che tutti questi personaggi, a partire dal protagonista, sono scritti in modo sconcertante, definiti secondo criteri incomprensibili. E siccome nel film di fatto accade ben poco, ecco che tutto si basa su dialoghi fluviali, tutti assolutamente sconnessi, che generano fastidio e irritazione. ll mio giudizio è quello di chi ama il cinema, certo, ma non ne perde mai di vista la dimensione popolare, mentre qui siamo dalle parti di una esasperazione e di un furore intellettualistico destinati a sposare i gusti di critica e pubblico radical-chic. Parliamo del cast. Gli attori non è che non siano bravi, peccato solo che sembrano quasi sforzarsi di dare il peggio, nel senso che si piegano alle esigenze di un progetto assurdo e dunque tendono tutti ad una espressività (sia estetica che verbale) all'insegna -appunto- dell'assurdo. E questo dispiace. Fa quasi malinconia, infatti, vedere due attori raffinati come Juliette Binoche e Mathieu Amalric ridotti a due patetiche maschere che mettono in scena le tristi parodìe di (rispettivamente) una non meglio precisata mignotta e un ridicolo manifestante no global. Per tacere poi di una Samantha Morton che blatera per un quarto d'ora senza sosta e non si capisce di che diavolo stia parlando. Qualche parola in più andrebbe spesa per i venti minuti finali, tutti imperniati su un incontro-scontro fra il nostro sciroccatissimo Eric e un inedito Paul Giamatti. Ed evoca infinita tristezza vedere un attore superlativo come il buon vecchio Giamatti prestarsi ad una ignobile farsa. Il suo è un personaggio scritto veramente male e credo che quell'immagine di Giamatti con l'asciugamano in testa resterà a futura memoria nell'archivio delle cose più scult di tutto il cinema contemporaneo. Concludendo. Film disturbante, fastidioso, e vanamente pretenzioso.


Voto: 4


PS: Dire che Robert Pattinson è un cane irrecuperabile è scienza dell'ovvio, e solo per questo non ho voluto infierire. Lo si sopporta solo all'inizio, quando una paio di occhiali scuri ne nasconde l'inerte (in)espressività degli occhi. Quando però ci racconta della sua pròstata, allora vien proprio voglia di mandarlo a cagare.

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