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Cinema Verite

Regia di Shari Springer Berman, Robert Pulcini vedi scheda film

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La recensione su Cinema Verite

di OGM
6 stelle

Strano titolo – verrebbe da dire - per un film televisivo che parla di televisione. E, precisamente, della nascita del reality show, un evento ormai dimenticato, che risale a quasi quarant’anni fa. Una storia vera che lo sceneggiatore David Seltzer ha riportato alla luce, ricostruendo il making of della miniserie An American Family, andata in onda, in dieci puntate, nel 1973. E che a suo tempo, così pare, aveva scatenato un putiferio, perché tutto, in quella vicenda interpretata da persone vere, risultava troppo autentico, imbarazzante, forse addirittura sfacciato. La famiglia Loud era composta dai due genitori, Bill e Patricia, e dai loro cinque figli, allora adolescenti. Il produttore Craig Gilbert li aveva selezionati per quello che all’epoca sembrava un esperimento rivoluzionario: realizzare un documentario sulla vita quotidiana della middle class, portando i microfoni e le telecamere dentro il focolare domestico, e seguendo i suoi abitanti nei loro spostamenti. L’intento era quello di trasformare la normalità in qualcosa di straordinario, che potesse, al tempo stesso, fare spettacolo e indurre a riflettere. Il traguardo venne raggiunto in pieno: la provocazione andò perfettamente a segno, perché la trasmissione generò un’ondata di sdegno tra gli spettatori e ricevette, da parte della stampa,  un mare di critiche velenose. Quella rassegna di scene mediocri, aventi come protagonisti quei borghesi così poco esemplari, indecisi e litigiosi, deboli e bugiardi, a tratti sognatori, ma tutt’altro che felici, squarciava impietosamente il velo dell’ipocrisia, mostrando le miserie morali che si nascondono dietro la luminosa facciata del benessere. Incomprensioni, infedeltà, divorzio: nel corso delle riprese, durate alcune settimane, il tutto per bene si sfaldò, in maniera tanto rapida quanto inattesa. E probabilmente fu proprio l’obbligo della sincerità, imposto per contratto, ad innescare il fatale processo. Per i diretti interessati, la scia di polemiche si risolse in un efficacissimo lancio pubblicitario, che li portò al successo nel mondo dei mass media, della musica, della moda. Per i due cineoperatori, Alan e Susan Raymond, fu l’inizio di una brillante carriera, culminata col Premio Oscar, ottenuto, nel 1994, per il documentario I Am a Promise: The Children of Stanton Elementary School. Per Craig Gilbert, invece, quello fu il primo ed ultimo film.

La regia di Shari Springer Berman e Robert Pulcini, purtroppo, non sembra in grado di gestire in maniera adeguata la complessità del soggetto: il dentro e il fuori la scena si mescolano in un flusso indifferenziato, quasi sempre monotono, in cui il realismo perde tutta la sua forza. La spontaneità si traduce perlopiù in un’improvvisazione affettata, disciolta in una sceneggiatura discontinua che incolla fotogrammi a fotogrammi, senza rendere ragione dell’evoluzione della storia. Cinéma Vérité è il classico, spiacevole esempio di ciò che accade quando un ottimo materiale finisce nelle mani sbagliate: un prodotto la cui sostanza riesce a suscitare interesse e curiosità, ma la cui forma fa venire la voglia di rivedere il tutto rifatto daccapo.     

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