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Alps

Regia di Giorgos Lanthimos vedi scheda film

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La recensione su Alps

di Peppe Comune
8 stelle

Alpi è il nome di un gruppo di 4 persone : un paramedico ((Aris Servetalis), un infermiera (Angeliki Papoulia), una ginnasta (Ariane Labed) e il suo allenatore (Johnny Vekris). Svolgono un lavoro alquanto singolare i membri del gruppo : per lenire il dolore per la perdita di persone care, si sostituiscono ai defunti imitandone i gesti e le abitudini. Un lavoro ben pagato è sempre più richiesto dalle famiglie delle persone scomparse. Occorre molta disciplina per svolgerlo al meglio, e non sono ammesse infrazioni al rispetto delle regole, pena, una dura punizione. Prendono il nome della catena montuosa delle Alpi e ogni membro si fa chiamare con il nome di una delle montagne che ne fa parte. Spiega il capo che ha scelto come nome Monte Bianco : “Nessun altra montagna può sostituire una montagna delle Alpi. Qualsiasi altra sarebbe più piccola e meno imponente, quindi, un debole surrogato. La cosa sorprendente delle Alpiè che, mentre non possono essere sostituite da altre montagne, possono sostituire tutte le altre”

 

scena

Alps (2011): scena

 

“Alps” di Giorgos Lanthimos è un film sulla lacerazione delle relazioni umane, una fredda analisi sulla persistente aridità dei sentimenti. Si agisce ripetutamente per sottrazioni ed ellissi narrative, per giungere ad un quadro d’insieme dove sembra dominare l’impossibilità di giungere a qualche forma compiuta di contatto umano.

Il cinema di Giorgos Lanthimos è sempre una questione di incomunicabilità, di sentimenti inariditi, emozioni prosciugate, parole svuotate di senso. L’essere umano è posto al di sotto delle sue potenzialità intellettive, schiavizzato dai suoi bisogni più bassi e più stringenti. Si va al di là della pura alienazione dell’uomo dalla realtà circostante per presupporre l’invasiva presenza di una volontà eterodiretta. I gesti e le parole, privati di autonomia, è come se seguissero meccanicamente un copione prestabilito, una strada già tracciata, una vita già vissuta. C’è sempre qualcuno (o qualcosa) che si erge a demiurgo sui sottoposti, che si mette a dominare nella sua fetta di mondo potendo contare sull’obbedienza acritica ad un sistema di regole poste in essere in una maniera del tutto arbitraria. Non sono ammesse ribellioni a questa forma neanche troppo latente di dispotismo, ogni comportamento autonomo è rimesso in riga con metodi coercitivi. Perché, nella realtà costruita da Lanthimos, le parole hanno disperso il loro significato originario, e questo mette in una posizione di vantaggio chiunque  abbia un potere da esercitare e voglia rimescolare le regole del gioco per indirizzarle verso il perseguimento dei propri voleri. Un mondo asettico e straniante, dove la finzione prevale sulla realtà semplicemente perché si tende a svuotare di senso ogni cosa che è reale. Così è stato nei due film che hanno preceduto “Alps”, "Kinetta" e "Kynodontas" (il capolavoro di Lanthimos a mio avviso). Nel primo, due uomini e una donna “giocano” a ricostruire scene macabre di omicidi ricavate dai verbali della polizia ; nel secondo, un padre ed una madre tengono i loro tre figli lontani dalle insidie del mondo segregandoli in casa. Costruiscono per loro una realtà fittizia (partendo dallo stravolgimento del significato delle parole), in modo che avvertano come un pericolo tuto ciò che è esterno alla casa. Così sarà con "The lobster", venuto dopo, dove un potere anonimo che incombe con fare dispotico sulla popolazione, obbliga le persone ad avere una relazione amorosa con un proprio simile. Chi non si adeguerà a questa regola, sarà trasformato in un animale a scelta.  

Con “Alps”, l’autore greco riesce a costruire la stessa sensazione di opprimente indeterminatezza, quella di trovarci in un mondo che, nel mentre ci porta a riflettere sull’insensatezza di molte delle cose  fatte o dette dai protagonisti dei suoi film, ci induce a constatare che quelle cose un senso lo acquistano se le mettiamo in relazione con la progressiva erosione delle fondamentali coordinate etiche in possesso del genere umano. La parola alpi scelta per il gruppo, nell’intenzione del capo, vuole dare l’idea della vetta difficile da raggiungere, di un qualcosa che si staglia poderosa su tutto ciò che è sotto. Nella stessa parola si vuole contenere un ordine morale il cui rispetto deve essere garantito a qualsiasi costo. Perché occorre che tutti vadano nella stessa direzione per sperare di poter arrivare a dominare la sommità della vetta. Allo stesso modo, occorre che ogni membro del gruppo svolga bene il proprio lavoro per far progredire il progetto su cui tutto si fonda. Il che significa annullarsi come personalità autonoma e credere che attraverso la recita di un ruolo imparato a memoria si possa riempire il vuoto lasciato dalla perdita di una persona amata.  Credere che un dolore reale possa essere surrogato da una recita, la verità dei sentimenti con la falsità di azioni e parole ripetute meccanicamente. Una cosa questa in cui credono, non solo i membri del gruppo, ma anche le persone che si rivolgono a loro pagandole lautamente, presupponendo, quindi, un rapporto di limpida reciprocità tra chi presta un servizio credendo di fare una buona azione, e chi se ne avvale sperando di trovarvi conforto. Entrano così a stretto contatto la realtà e la finzione, la verità e la menzogna, i sentimenti autentici con quelli simulati, per una indifferenziazione dei valori in campo che sembra aver messo solide radici. Non è un caso che una delle cose che il gruppo chiede con più insistenza di sapere è qual’è l’attore preferito del defunto. La componente attoriale serve a dare ulteriore valore all’idea che la recita di un ruolo è diventata una regola fondamentale della società. Non è ammessa disobbedienza alle ragioni del progetto, non esistono pietà, comprensione, conforto o amore che possono giustificare una qualche deroga alle direttive principali. L’infermiera è quella che apre uno spiraglio di solitaria autonomia dentro la solenne rigidità del progetto, mettendosi in proprio, sentendo un barlume di calore dentro la fredda piega che ha preso la sua vita. Ma viene severamente punita per questo, perché l’unica cosa ammessa è fare impeccabilmente il proprio lavoro, farlo progredire, ramificarlo sempre più in profondità.  

Le parole svuotate di senso producono un dispotismo che è nelle cose. É come se il mondo fosse uno specchio capace ormai di riflettere solo sbiadite imitazioni della realtà. Questo mi sembra essere il concetto portante della poetica di Giorgos Lanthimos, per una cifra stilistica originale e potente, una delle più interessanti degli ultimi anni. Ottimo film e grande cinema.

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