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Alps

Regia di Giorgos Lanthimos vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Alps

di ed wood
8 stelle

Dopo la falsa partenza dell’irrisolto quaderno di appunti di “Kinetta” e lo splendido, geniale, lucido trattato post-hanekeiano di “Kynodonthas”, Yorgos Lanthimos prosegue il medesimo discorso con questo “Alps”. Recuperando l’astrazione del primo film e rendendola finalmente compatta ed efficace, ripulita dalle presunzioni autoriali che ne avevano rovinosamente affossato l’esito espressivo, e rinunciando alla (fertile) programmaticità del follow-up (il caso patologico di un padre-padrone che segrega le figlie in casa, educandole a modo suo), il cineasta ellenico compone un disarticolato ma intenso scandaglio dei meccanismi del riflesso condizionato, del gesto coatto, dell’azione coercitiva. Unendo la teoria di “Kinetta” alla pratica di “Kynodonthas”, Lanthimos realizza un film che è meno brillante e riuscito del precedente, ma che permette alla sua peculiare estetica di dispiegarsi senza la necessità di un appiglio narrativo né di una progressione drammaturgica. L’armamentario di segni che oramai compongono uno sguardo collaudato (fra i più inconfondibili e disarmanti del cinema attuale) si articola in tutto il suo feroce e straziato determinismo: i sentimenti repressi da sguardi abulici e dialoghi straniati; la meccanicità delle parole il cui senso viene ridefinito in base alle circostanze; gli sbilenchi decadràge con cui la mdp emargina o taglia via dettagli anatomici; il sesso e la violenza come pratiche robotiche; la musica presente solo in veste diegetica, come ispirazione per una performance del corpo, così come l’evocazione di figure cine-mitiche (Rocky e lo Squalo in “Kynodonthas”; attori hollywoodiani e Prince, in “Alps”) come modelli non tanto di emulazione, quanto di “simulazione”; il mesto balletto post-umano e post-morale, che segue però le logiche tipicamente umane della sopraffazione e del castigo (c’è sempre un “master” che governa i suoi manichini). “Alps” è un film disorientante, in maniera ancora più subdola e radicale di “Kynodonthas”: se là l’aberrazione era racchiusa nelle quattro mura di una villa degli orrori presa in prestito da qualche caso di cronaca nera, qui invece il confine fra dentro e fuori, fra finzione e realtà, fra malati e sani, fra simulazione e autenticità si fa terribilmente sfumato. Chi è più folle fra i membri delle “Alpi” e coloro che, per elaborare un lutto, si rivolgono a loro per sostituire il caro estinto? Chi è più umano invece fra una ballerina che tenta il suicidio perché l’istruttore di danza non ha fiducia in lei e un ragazzo che fa l’amore con la “sostituta” della sua morosa, morta in un incidente stradale? Ancora: chi è più alienato fra una donna che piange e soffre per i lutti degli altri e una anziana vedova che richiede la “sostituzione” di una scena di adulterio ai suoi danni? E’ “un mondo di marionette”, una recita continua, una rappresentazione esangue che flirta con un reale insanguinato che a sua volta si abbandona all’abietta irresponsabilità della “fiction”: un’allegoria stilizzata, che “mima” l’artificiosità dei rapporti umani, prosciugandoli dal pathos ma non dall’orrore. “Alps” scruta un’intera civiltà giunta al capolinea della propria inconsistenza emotiva: è la trasfigurazione del comportamento sociale della specie umana, riversato in puro, gratuito movimento filmico. In questo meticoloso e algido studio, dai tratti quasi entomologici, di atti rimodulati e riconfigurati come prodotti di un algoritmo matematico, di meccanismi causa-effetto disegnati da una logica umanamente perversa, spicca il volto melanconico e il corpo sodo di Aggeliki Papoulia, sublime “marionetta” sospesa fra gelida, inconsapevole seduzione e sofferto distacco.

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