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Le Idi di Marzo

Regia di George Clooney vedi scheda film

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La recensione su Le Idi di Marzo

di spopola
8 stelle

Lo svolgersi della campagna elettorale vissuta dalle stanze dello staff, il susseguirsi dei colpi di scena, delle varie piste, sono orchestrati con ottima costruzione narrativa e una notevole dose di suspence che, seppure non scevra da qualche ingenuità, rende piacevolmente credibile allo spettatore la parabola del suo protagonista.

Compito arduo, adesso che siamo nel mezzo di una delle più feroci, sconclusionate e amorali (proprio per le modalità con cui saremo costretti ad andare a confrontarci nelle urne) oltre che inutili campagne elettorali del dopoguerra (la miriade di contendenti suddivisi in liste, listarelle e movimenti e il “porcellum”, renderanno impossibile un vincitore certo che possa davvero governare), parlare di un film comeLe idi di marzo”evitando di fare accostamenti con una realtà italiana ormai diventata similare – e se possibile persino un po’ peggiore per tutto quello che emerge giornalmente e non sembra turbare minimante le coscienze – a ciò che dell’America qui ci viene rappresentato. Nel film – anche se per la verità le problematiche sono purtroppo molto più generalizzate e trasversali - sembra infatti di assistere  alla parafrasi gaberiana del non temo Berlusconi in sé, temo il Berlusconi in me”(e lui ne sapeva certo molto più di noi al riguardo avendo avuto a che fare nella vita con una Ombretta Colli che del berlusconismo era ed è rimasta una interessata, fedele, accanita e ossequiente portabandiera).

Proverò comunque a farlo (anche se qualche volta sarà impossibile non ritornarci sopra) partendo proprio – per non farmi traviare troppo e rimanere abbastanza neutrale - da come il film fu presentato e raccontato da un Clooney particolarmente estroverso e in vena di esternare, in occasione dell’anteprima Veneziana, in una delle più affollate conferenze stampa della Mostra lagunare, poichè le indicazioni fornite dal regista servono più di ogni altra considerazione a mantenermi in carreggiata senza deragliare troppo e ad indicare quelle che sono state le linee guida, gli intenti e il senso, di un’indagine in apparenza molto “Americana” come questa, ma che parla alla fine di temi altrettanto universali e dentro ai quali potremmo riconoscerci perfettamente anche noi qui un Italia:

“Le idi di Marzo” non è un film politico inteso in senso lato: non è questo che ho voluto fare e proporre. Io lo definisco semmai un thriller che affronta scelte di moralità inserite in un contesto politico. A me, appunto, esattamente come ho fatto in altre pellicole in cui ho lavorato come attore, con questo mio ultimo lavoro, mi interessava osservare più di ogni cosa il comportamento degli esseri umani di fronte a questioni etiche tutt’altro che secondarie, metterne in evidenza il rovello e le contraddizioni. In questo senso, ritengo che la pellicola sia un’opera dai toni più personali che politici, non a caso disseminata da echi shakespeariani, a partire dal titolo. (…) Attenzione però: si tratta di un film emblematico che rispecchia comportamenti umani anche molto discutibili, ma che non ha né vuole avere alcuna intenzione prescrittiva o stigmatizzante, e questo ci tengo a sottolinearlo con forza. Io, infatti, non ritengo che il cinema debba giudicare dei comportamenti (sarà semmai lo spettatore a farlo), e che il suo compito sia invece quello di rispecchiarli, renderli pubblici e intelligibili, ma senza alcun proclama o preconcetto. Qui quei comportamenti, si riflettono su azioni e reazioni profondamente legate al mondo della politica, ed è per questo che possono e devono oggettivamente sconcertare poiché diventano molto più gravi, pericolose e discutibili, considerando proprio come spesso vengono troppo disinvoltamente messe in pratica.

Problematiche universali dunque e persino trasversali che non sono retaggio esclusivo delle derive della contemporaneità però perché da sempre sono profondamente radicate in ogni uomo assetato di potere e quindi nella politica che è poi il mezzo più sicuro e certo per espletarlo compiutamente quel potere, e di conseguenza ne diventano anche la sua più diretta e bieca rappresentazione, oggi come ieri (Shakespeare docet). Non a caso il titolo è ripreso da vicende che come ben sappiamo riguardano la Roma lontana di Giulio Cesare quasi a sottolineare che il tempo passa, i costumi si evolvono, ma purtroppo niente cambia, anzi si affinano le tecniche che si utilizzano per meglio tutelare la propria immagine anche quando si è fallaci, o colpire più a fondo l’avversario, costi quel che costi (…) poiché ormai siamo in un sistema dove a vincere è la competizione stessa (e se la cosa è certamente prioritaria nella politica, non si riferisce purtroppo solo a quella). Ed è per questo allora che il vero problema riguarda il fatto che bisogna scendere a compromessi se si vuole raccogliere il massimo consenso perché è come si riesce a rappresentarsi che diventa più importante dei concetti che si esprimono. E’ noto anche che la democrazia si basa sulla raccolta del consenso, in teoria elemento importante e fondamentale e spesso sbandierato come un proclama, ma che ne rappresenta anche uno dei punti più discutibili e persino contestabili, quello che fa diventare troppo sottile il limite fra il lecito e l’illecito che si fa addirittura ancor più labile quando sono in campo strategie elettorali che portano a giocarsi il tutto contro tutto, senza remore o tentennamenti e spesso utilizzando mezzi e strumenti davvero poco nobili e ancor meno ortodossi.(...) Nonostante ciò – e ci tengo a ribadirlo perché ci credo fermamente - non penso che tutte le persone siano così o che la politica sia da stigmatizzare sempre e comunque nonostante qualche eccesso, e soprattutto che sia sbagliato fare di ogni erba un fascio perchè le idee, la formazione, la visione generale delle cose fanno la loro bella differenza e della politica non è possibile farne a meno, anche se è per questo, per qualche sua deriva generale, che qualcuno può arrivare ad insinuare, fermandosi a guardare le apparenze, che un presidente come Barach Obama assomiglia troppo a George W. Bush. Sono naturalmente opposti per vari e ovvi motivi (e chi ne mastica un poco di economia e di problemi sociali sa cogliere benissimo le profonde divergenze che – per fortuna – li separano e li rendono praticamente antitetici). Agiscono però nella stessa arena da combattimento, e per questo sono talvolta indotti (io direi “costretti”)  ad attuare comportamenti molto “similari” che contribuiscono a creare un po’ di confusione  poiché sono purtroppo quelli, anche con i loro effetti secondari e le mistificazioni, a creare il consenso della massa e nemmeno Obama può permettersi il lusso di evitarli.

 

Si potrebbe parlare allora di etica, di politica e soprattutto – almeno io la penso così - di comunicazione (i media fanno sempre la loro sporca parte). Sono questi alcuni dei temi  posti al centro del film, e quelli che a me sembra interessino davvero e prioritariamente Clooney più di ogni altra istanza, quasi facessero parte del suo DNA, visto che lo accompagnano nella sua  brillante attività di regista fin dal suo debutto avvenuto più o meno dieci anni fa con Confessioni di una mente pericolosa.

Quella che ci presenta questa volta, è un’opera dalla struttura classica, solida, e che non cerca mai di volare oltre il suo perimetro alla ricerca di troppo facili soluzioni di comodo: si limita a un racconto per quanto possibile lineare che pone in primo piano l’importanza della correttezza morale e finisce così per inchiodare alla propria disonesta malvagità i vari personaggi della storia che di quella correttezza ne hanno invece davvero troppo poca.

Clooney sembra infatti credere ancora in un cinema ostinatamente morale (non “moralistico”, si badi bene) e ce ne dà conferma anche con questa sua ultima fatica con la quale, intessendo una fitta ragnatela di relazioni impostate come se si trattasse di mettere in piedi una tragedia atta a svelare quanto sia pervasiva e contagiosa la violenza, con uno stile disincantato davvero molto convincente e formalmente ineccepibile che ne certifica la maturità raggiunta, ci fornisce un ulteriore tassello di un mosaico in via di costruzione e che di opera in opera risulta sempre più chiaro e delineato, che parla di un’America tutt’altro che liliale, molto lontana da quell’idea di sana e consolidata democrazia che va per la maggiore e con cui si cerca di venderla e renderla credibile nonostante le magagne, nell’immaginario collettivo della gente.

Una pellicola insomma che questa volta fa tappa nel presente, e che parte dalla semplice constatazione che le regole di quei giochi sporchi che si consumano sottobanco non sono cambiate:  è diventato semmai molto più pericolosamente opaco il contesto in cui vengono applicate, poiché adesso c’è una maggiore spietatezza dei rapporti, ed anche le relazioni, professionali o sentimentali, non fa alcuna differenza, risultano essere di conseguenza più oscure, ambigue, allentate e meno oneste.

 

A leggere semplicemente le note della produzione, l’idea che ci si poteva fare era quella del classico film (anche abbastanza banale) che nel mettere in scena la storia di un giovane ancora inesperto  pieno di entusiasmo e di ideali che si affaccia alla ribalta della politica al fianco di un carismatico candidato molto quotato da sostenere per fargli mantenere il suo primato, narra anche la fine delle sue illusioni dovuta alla scoperta di tutto il marcio che nasconde quell’uomo così idealizzato e che di conseguenza, disgustato da quanto gli viene richiesto e gli sta accadendo intorno, decide di scendere dalla giostra su cui era salito baldanzoso e pieno di speranza, ma alla sua maniera, e mentre questa sta ancora girando.

Non è però esattamente così (e per fortuna) che sono andate a finire le cose, perché per lo meno (ma non è certamente il solo merito) non c’è traccia di manicheismo nell’avvincente, ben calibrata costruzione fatta da Clooney (qui alla sua quarta prova) che nell’adattare per lo schermo lo script messogli a disposizione, ha tenuto invece presente (e ben si percepisce) il modello della morality play nata nel Medio Evo, a cui poi si è ispirato anche buona parte del teatro di Shakespeare (non a caso più volte “richiamato”). Un modello, devo dire, che ha ben utilizzato proprio nel porre in evidenza quel dilemma morale a cui accennavo prima che ci mette di fronte in maniera non del tutto neutrale, a una verità acclarata ma spesso disattesa che ha l’obiettivo di ricordarci ancora una volta (costringendoci a percepire in diretta ciò che di osceno si nasconde dietro), che la politica è una cosa sporca (e che “c’è del marcio in Danimarca” lo dovremmo sapere dai tempi di Amleto ed anche prima, non ci dovrebbe essere bisogno di queste nuove sollecitazioni emozionali,  solo che ci rimane difficile farcene una ragione e spesso preferiamo glissare per evitare di pensarci troppo e  di farci di conseguenza il sangue marcio).

La storia allora anche se si conferma essere soprattutto la parabola di un giovane che si trova improvvisamente invischiato in una rete dalla quale sembra impossibile che possa liberarsi, se non ricorrendo a sua volta a mezzi poco leciti e ortodossi, assume toni sinistri che si riverberano proprio su “quello scendere dalla giostra a suo modo” quando ormai la “tragedia si è consumata tutta e fino in fondo” e si spinge di conseguenza a navigare in una dimensione più universale, nel porre anche a noi un problema di coscienza,  poiché al di là della situazione estrema illustrata e portata avanti dalla pellicola, credo davvero che a tutti nella vita sia capitato in più di un’occasione di trovarsi a un bivio che probabilmente pretendeva una scelta drastica non esente da compromessi lontani dalla correttezza, esattamente come accade a Stephen Meyers, il protagonista principale del racconto. Chi è senza peccato allora è autorizzato, se vuole, a scagliare la prima pietra, ma solo lui: gli altri si astengano, limitandosi ad osservare, e se è ancora possibile farlo, a riflettere.

Il testo (tratto da una pièce teatrale, Farragut North) nasce per altro da un’esperienza autobiografica del suo autore, Beau Willimon (responsabile anche della corposa sceneggiatura scritta a sei mani assieme allo stesso Clooney e al suo amico e socio Grant Heslov). Willimon infatti è stato a suo tempo uno dei componenti dello staff che ha curato la campagna elettorale di Howard Dean che era in corsa per la presidenza dello Iowa, e quindi non solo sa perfettamente di cosa si parla, ma ha potuto contribuire anche ad apportare annotazioni significativamente importanti proprio sul piano drammaturgico nel rendere cinematografico un progetto già molto solido in partenza che aveva ottenuto ottimi risultati a teatro, e ad orchestrare il percorso narrativo tenendo appunto conto che quando ci si trasferisce sullo schermo, gran parte del processo emozionale deve spostarsi dalla forza semantica della parola a quella dell’immagine.

Nello specifico, qui la storia gravita nel mondo delle primarie democratiche in Ohio, uno stato che come ben sappiamo anche noi, è altamente simbolico dal punto di vista  della Confederazione Americana, uno di quelli che fa la differenza proprio per la vittoria finale nelle votazioni presidenziali. Il candidato per i democratici è il governatore Mike Norris (e la lotta a cui ci sarà dato di assistere è questa volta tutta interna a quel partito, di quelle insomma che si  definiscono come “fratricide” invero però non molto diversa da quelle ancor più sanguinose degli scontri per la Presidenza dell’Unione sviscerate da pellicole che avevano altrettanti pochi peli sulla lingua come L’amaro sapore del potere di Franklin J. Schaffner o Tempesta su Washington di Otto Preminger).

Più che sulla sua figura di “burattinaio” sempre comunque sinistramente presente, i film si concentra però sulla variegata corte di strateghi della comunicazione che hanno il compito di curare la sua immagine e di salvaguardarla ad ogni costo, capace all’occorrenza, di far mutare il bianco in nero. Uno staff operativo e solerte (dall’una e dall’altra parte ovviamente), che diventa il vero centro nodale dei conflitti e degli abusi, agli ordini del “capo” che ne beneficia, mentre l’arena metaforica (che si percepisce benissimo in filigrana) è anche in questo caso quella di una Washington – punto di arrivo conclusivo delle sfide e perfetto simbolo del potere occidentale – dipinta come un ambiente talmente viscido che fa sembrare Hollywood quasi un parco gioco per bambini (così l’ha definita Paul Giamatti che nella pellicola interpreta il ruolo del capo della campagna elettorale del rivale di Norris).

Né buoni ne cattivi dunque: solo fantocci e replicanti, viscidi oggetti totalmente assoggettati alla logica orizzontale del contendere.

Il punto di vista “osservativo” della narrazione, è comunque quello di Stephen Meyers (sulla cui figura tornerò più dettagliatamente in seguito) che assurge da subito al ruolo di vero fil rouge del racconto.

Se di cinema politico si deve allora parlare, potremmo dire che quella qui esposta  è ancora e sempre (e non poteva essere altrimenti) una politica poco rassicurante, visto che Clooney con la sua storia ci propone una vera e propria “guerra” (tutta intestina) dentro a un partito, adottando di conseguenza una prospettiva interna alle dinamiche amorali e spietate che muovono i suoi  “compromessi” protagonisti per ottenere la supremazia persino dentro a un microcosmo più contenuto come quello.

Non sono ancora entrato nel vivo dei dettagli del racconto (e forse non è nemmeno necessario farlo onde evitare di spiegare troppe cose) ma posso anticipare che il personaggio di Norris, compresi i suoi rapporti con la stagista Molly Stearns, richiama abbastanza da vicino – a parte le conclusioni - un passato non troppo remoto che potrebbe avere qualche attinenza con i nomi di Clinton e di Monica Lewinsky.  Clooney comunque anche se in qualche modo prova a (ri)calcare (citare) in maniera (in)diretta la storia recente proprio nel porre al centro dell’intrigo la non felice sorte di un’avvenente stagista, è poi nelle conseguenze che ne modifica il senso (rendendolo ancora più tragico) con un procedimento molto più subdolo che riguarda anche le implicazioni che legano la donna allo staff e a Stephen Meyers, l’affascinante addetto stampa su cui vengono principalmente puntati i riflettori, la cui parabola – indubbiamente prevedibile, ma altrettanto inevitabile – lo porterà a trasformarsi (come ho già accennato) da attivo idealista e convinto assertore delle istanze incarnate dal candidato agli ordini del quale presta la sua opera lavorativa, a cinico ricattatore, quando si tratta di salvaguardare il proprio impiego, la propria immagine e (forse) il suo futuro.

 

I possibili detrattori potrebbero definire allora Le idi di marzo un film che avevamo già visto ancor prima che cominciasse, poiché sono così tante e già messe in evidenza da una serie interminabile di titoli, le situazioni losche e le trame oscure che travagliano e rendono più che inguardabile, inaccettabile il potere e chi lo esercita, che non ci sembra di apprendere nulla di nuovo (ovviamente mi riferisco a chi ha da sempre orecchie per intendere ed occhi sufficientemente aperti per guardare) rispetto a ciò che avremmo già dovuto sconoscere, anche se poi alla fine – ormai lo sappiamo molto bene - non è tanto la storia in sé, ma come si riesce a raccontarla a fare la differenza, e pure questa volta è proprio così che finiscono per andare le cose, poiché per quanto paradossale possa apparire a qualcuno, il valore anche didattico della pellicola risiede principalmente nella coerenza e nella buona dose di sincerità e di disincanto con cui  il regista riesce a fare una disamina intelligente e fortemente propedeutica degli avvenimenti, e del coraggio con cui porta allo scoperto gli scheletri nascosti nell’armadio non dell’avversario, ma della corrente ideologica alla quale lui stesso aderisce, evidenziando – parlando appunto di politici alle prese con le primarie democratiche – che nemmeno lì c’è un’unità generale e condivisa degli intenti, ma tornaconti molto personali finalizzati alla “detenzione finale del potere” e che per questo (ne abbiamo percepito qualcosa anche noi di recente con il duello altrettanto “bastardo” fra Bersani e Renzi) sono ammessi colpi bassi e tiri mancini per mascherare le proprie inadempienze pubbliche o private, che se portate allo scoperto, finirebbero per stridere con la propria immagine pubblica, rendendo di conseguenza arduo il poter continuare a proporre alle masse l’esposizione pompata del proprio essere rassicuranti, onesti, fedeli agli ideali di cui ci si riempie troppo spesso la bocca anche a sproposito. I loro inconfessabili segreti si occultano così dietro sorrisi e abbracci, o diventano meno evidenti grazie a interviste rilasciate a giornalisti che pongono domande poco stringenti destinate a media ancor più compiacenti (il messaggio è rivolto a tutti coloro che hanno trovato se non proprio convincente, per lo meno simpaticamente accattivante, da “grande comunicatore”,  la ignobile pagliacciata di Berlusconi nell’arena addolcita guidata da un Santoro che per buona parte è sembrato fare da “caustica spalla” al suo proverbiale antagonista come se si trattasse di un’esibizione concordata a tavolino opera di due Gianni e Pinotto interessati principalmente a portare acqua al proprio mulino: Berlusconi  nel provare a rifarsi una buona dose della verginità perduta, e Santoro nell’ottenere un’impennata stratosferica dello share, come poi è puntualmente accaduto).

In questo, la visione del film di Clooney può esserci quindi di valido aiuto, proprio perché ci fornisce la conferma (tutta in negativo) che lì si stanno dissezionando i pezzi di un ingranaggio composto da ruote dentate che stridono quando si incrociano e si sfregano, ma che sono probabilmente intercambiabili e che interagiscono fra loro assolvendo l’analogo obiettivo di operare  all’unisono per tritare fino a stritolarlo, ogni  elemento estraneo che si frapponga al loro regolare funzionamento, cosicché – lo ha scritto Franco Marineo -quando pare che uno dei corpi marginali possa essere l’ostacolo capace di determinare un errore di trasmissione del movimento, la macchina del potere non ha che da imprimere una piccola accelerazione: un paio di colpi al tergicristallo e spariscono tutti i moscerini “disturbanti”. Si può così tornare a sorridere e ad abbracciarsi davanti agli elettori mentre si affilano le lame con cui ci si accoltellerà  nel duello successivo.

Poiché qui è proprio di questo che si parla, alla fine rimane davvero molto più stimolante seguire invece il percorso del nostro giovane professionista che crede nella propria missione come alla “limpidità” dell’uomo che sta accompagnando al successo con passione, che purtroppo però arriva a scoprire magagne tutt’altro che private che hanno profonde connessioni sessuali (ne sappiamo molto anche noi qui in Italia di “certe cose”) e non tollera di dover rispettare il silenzio (al contrario dei nostri professionisti della politica e della comunicazione che evidentemente hanno un senso della moralità più “discontinuo” e quindi sono più disponibili a “conciliare”) collaborando “passivamente” con uno  staff (per noi i vari Ghedini e i Cicchitto, i Bonaiuti e i Feltri, i Sallusti e gli Alfano, i Letta  e così via discorrendo) che per farlo rimanere in sella, si impegna a costruirgli intorno uno scudo infrangibile utilizzando mezzi infami e criminosi, in un percorso narrativo in cui davvero proprio nessuno – lo avevo già accennato prima - è  completamente pulito o libero da compromessi e malversazioni utili non solo alla “causa” primaria, ma anche  per il proprio tornaconto e per questo manipola la stampa, si espone, ma deve poi a sua volta arrendersi non al migliore, ma a chi è stato più solerte a rendere i migliori servigi al suo padrone evitando lo scandalo. Il lavoro anche introspettivo fatto dal regista, è davvero molto accurato, e dona adeguato spessore psicologico ai molti personaggi del racconto, tutti scolpiti con precisione e abbondanza di dettagli in un quadro complessivo che offre a ciascuno di loro, o meglio agli strepitosi interpreti, fondamentali per renderli credibili sullo schermo e qui impegnati a un “singolar tenzone” anche recitativo, almeno una scena memorabile, in una girandola di bassezze e soluzioni facili, fra le quali, tra le tante eccellenze, emerge la figura magistralmente resa da Seymour Hoffmann, che non  è più pulita, ma certamente la più ligia alle regole rispetto a tutti gli altri (e che di questo ne farà le spese) ma non certo per un problema di coscienza: semplicemente perché appartiene alla vecchia scuola che si è fatta le ossa sul campo quando si era soltanto un tantino più leali.

Lo svolgersi della campagna elettorale vissuta dalle stanze dello staff, il susseguirsi delle sorprese, dei colpi di scena, delle varie piste, sono orchestrati con ottima costruzione narrativa e una notevole dose di suspence che, seppure non scevra da qualche ingenuità di stampo hollywoodiano, rende piacevolmente credibile allo spettatore la parabola anche quando il protagonista scopre (e lo avrebbe dovuto sapere già da molto prima) di essere anche lui una pedina certamente contesa ed importante, ma alla fine e all’occorrenza, pronta per essere sacrificata.

Degne di rilevanza, soprattutto due scene (in entrambe è proprio la costruzione formale a prevalere sul contenuto e conferire senso proprio alle immagini più che alle parole, chiara dimostrazione di come sia stato ben curato il lavoro di regia).

La prima, è quella in cui Meyers e il suo datore di lavoro Paul Zara discutono di mosse e strategie dietro al palco sul quale Norris sta tenendo un comizio. Le loro silhouette si stagliano sul bianco e sul rosso di un’enorme bandiera degli Stati Uniti che fa da sfondo al palco del Governatore. Una sequenza molto significativa che più che l’idea di patriottismo e di appartenenza, sembra voler evocare la presenza di una forza oscura che incombe oppressiva sui due uomini, diventando quasi l’infausto presagio di quanto sta per accadere nel prosieguo del racconto 

Il secondo passaggio, è invece quello ambientato nell’affollato quartier generale di Norris, una sequenza concatenata di immagini capace di “collegare” fra loro (anche sotto il profilo dei rapporti) alcuni dei personaggi più importanti, e che ci mostra infatti la bella stagista indaffarata davanti al monitor del suo computer portatile, Stephen all’interno del suo ufficio che la osserva, e Paul che dal vetro della sua stanza scruta con aria interrogativa il suo pupillo. Un rapporto quasi subliminale fatto di sguardi e di “rimandi”, in grado di definire con questi pochi tratti, molte delle dinamiche del dramma (la sorte finale della ragazza, le responsabilità del giovane rampante, la fine ingloriosa della carriera del suo mentore che si troverà ad essere scalzato dal suo stesso allievo).

 

Clooney è certamente un ottimo regista, ma è prima di tutto un buon attore, ed è proprio questa che si conferma essere anche qui la qualità più peculiare del suo essere un ottimo artigiano dello schermo, perché se la struttura dell’opera è solida e ben oliata, se il percorso è avvincente e i movimenti della macchina da presa risultano perfettamente funzionali, è poi alla fine soprattutto l’eccellente bravura complessiva del cast (all’interno del quale lui si amalgama persino con umiltà) a far la differenza, quella che – al di là delle sue già positive qualità attoriali -  denota un innato talento nel saper “guidare gli altri” mettendo in pratica proprio la conoscenza profonda che si ha di quel mestiere, e che si esplicita nell’affezione e nel trasporto che mostra verso i colleghi arruolati nell’impresa, da ognuno dei quali riesce davvero a spremere il meglio, ma senza prevaricare, solo seguendoli e assecondandoli con la collaborazione di una cinepresa che non teme mai lo sguardo ravvicinato del primo piano, dove anche lo scarto di una smorfia, l’inarcarsi improvviso delle sopracciglia, sono essenziali per rendere il pathos, la disperazione o la disponibilità truffaldina ad alterare le cose.

Ottimo dunque come sempre, il protagonista assoluto, un ormai “grande” e consacrato Ryan Goslin, (reduce dal grande, meritatissimo successo ottenuto con Drive) che mette al servizio del personaggio affidatogli (Stephen Meyers, l’addetto alle comunicazioni di Mike Norris) la duttilità del suo volto e la raffinata, controllata tecnica di una recitazione ancora una volta di eccellente livello (confermata dalla bellissima sequenza conclusiva). Un attore di spessore davvero superiore e in costante crescita che difficilmente delude (vedi anche l’ulteriore eccellente prova offerta in Love & Secrets di qualche anno precedente, ma solo adesso arrivato sui nostri schermi).

La figura del capo del suo staff, quella del più esperto e cinico Paul, è invece resa altrettanto magistralmente dall’inarrivabile Philip Seymour Hoffman a cui ho già accennato sopra.

Per sé, Clooney si è ritagliato il ruolo del governatore non proprio adamantino (uno dei due politici in lizza nelle primarie democratiche per la successiva corsa alle presidenziali), che ha interpretato con giusta ed appropriata ambiguità, ugualmente bravo nel disegnarne il carisma ma anche la bassezza.

L’influente senatore nero Thompson che ne è l’antagonista politico all’interno del partito, è reso con analoga efficacia da Jeffrey Wright, mentre Paul Giamatti che riconferma la classe superiore di una recitazione tutta giocata a “colpi di fioretto”,  fornisce la giusta, viscida dimensione a Duffy, il capo di gabinetto di Thompson, primo e più diretto responsabile della comunicazione mediatica atta a consolidarne la sua non facile posizione di sfidante.

In campo femminile, troviamo invece la sempre ottima Marisa Tomei (una giornalista molto perspicace e furba, ma che si dimostra anche adeguatamente – e inopinatamente - manovrabile), mentre è di Ewan Rachel Wood il ruolo della bellissima stagista Molly che tra soffiate controllate passate alla stampa, notizie pilotate date in pasto ai blogger, è quella destinata a fare davvero una brutta fine.

 

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