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Le Idi di Marzo

Regia di George Clooney vedi scheda film

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La recensione su Le Idi di Marzo

di chinaski
8 stelle

La politica è un gioco crudele. E le regole non sempre vengono rispettate. Anzi, è il continuo mischiare le carte in tavola, la capacità di barare a rendere più eccitante la partita. E i giocatori, a volte, non capiscono neanche più quello che vogliono, la vittoria o semplicemente che il gioco non finisca mai. E allora si cambiano partner e alleati e si va avanti, perché la sostanza ormai inutile delle idee ha un solo modo per arrivare alle orecchie dei votanti, la forma.

I consulenti lavorano su questo, sulla forma. Delle parole, dei discorsi, delle immagini, delle presentazioni. E’ la forma a dare peso a quanto viene detto. L’idea, da sola, non vale nulla. La politica non è nelle idee, quelle cambiano, vengono tradite, contraddette, è nel modo in cui queste idee vanno presentate, per essere trasformate in voti e quindi in potere e quindi in denaro.

Il mercato della politica è dominato dall’informazione. Reale o fittizia è la moneta di scambio attraverso la quale costruire o distruggere un candidato. Il campo da gioco sono i mezzi di comunicazione e la loro manipolazione.

Ne Le Idi di Marzo, Clooney in veste democratica (e se questo film fosse solo un enorme pamphlet per una sua futura candidatura?) svela i meccanismi del gioco, il suo personaggio, il governatore Morris, si muove tra gli ingranaggi del sistema elettorale americano e ne mostra i funzionamenti. Tutto viene studiato e analizzato, si promette e ci si allea, i numeri, i sondaggi, le bugie, la demagogia imperante. E anche se nelle sue idee, il governatore assume posizioni dalle sfumature decisamente progressiste, si manifestano barlumi di etica anche lui non è immune dalle debolezze umane, soprattutto quelle sessuali e sarà proprio una sveltina in una camera d’albergo con una stagista a rovinargli (o forse a migliorargli) i propri piani di azione. E ancora una volta, gli uomini, spogliati dai ruoli che devono interpretare, perché la politica proprio in quanto gioco è anche rappresentazione e teatro, mascheramento e trasformazione, sembrano cadere nelle trappole della loro natura. Nessuno può essere l’immagine ideale di se stesso che vende agli altri, dietro la maschera si cela la persona e quindi ci si chiede chi debba rappresentarci, una volta eletto, la persona o il suo personaggio? Chi votiamo realmente in questo sistema perverso ormai divenuto spettacolo e retorica?

Clooney si osserva dall’interno come il suo giovane consulente (Stephen, interpretato da Ryan Gosling) e anche sapendo quali sono i rischi del gioco continuano a farlo senza tirarsi indietro. Se il sistema è malato e cambiarlo da dentro è forse l’umico modo possibile per guarirlo, il governatore e il suo consulente non fanno nulla, rimangono dentro quella trappola e imparano a sopravviverci, perché le regole non si possono più cambiare e crearne di nuove è un compito che spetta solo ai grandi rivoluzionari e allora si continua a fingere e lo sguardo finale in macchina di Stephen è quello di un uomo che ha ingoiato la propria razione di merda, l’ha digerita e forse non l’ha trovata neanche così schifosa. Ma per un lavoro che ti frutta quasi un milione di dollari all’anno, in un paese che del capitalismo ha fatto il suo codice morale, sarebbe da ingenui aspettarsi una scelta diversa.

Lo spettacolo, in un modo o nell’altro, deve andare avanti.

Cambiano i partecipanti, ma il gioco rimane lo stesso.

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