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Le Idi di Marzo

Regia di George Clooney vedi scheda film

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La recensione su Le Idi di Marzo

di M Valdemar
4 stelle

Le acque luride stagnano anche nelle (apparentemente) placide e terse stanze delle magioni democratiche. Sedi elettorali, arene colme di masse esultanti, ampi vani adibiti ad uffici con scranni, scrittoi, schermi - luoghi e oggetti tutti deputati ad innalzare e idolatrare la nuova star del partito - si rivelano biechi anfratti in cui si consumano i sacri rituali di rinunce e sacrifici di ideali, convinzioni, vite. Democratici e repubblicani, così diversi così uguali. C’è (solo) del torbido in politica.
Ebbene, lo sospettavamo.
Con queste “confessioni di una mente democratica”, il buon George c’illumina d’immenso e ci rende partecipi del suo pensiero sull’immarcescibilmente marcescente “parco giochi” della politica, tra giostre pericolose e pericolanti, spettacoli di magia, recite in acido con pupi e pupari, case degli orrori e orripilanti pagliacci benvestiti benintenzionati bendisposti. A tutto.
Partendo da quelle che sono le sue fondamenta spirituali e “nobili“: le campagne per le elezioni. Che - nel caso in cui qualcheduno ancora non lo sapesse - sono regolate da “favori”, sotterfugi, tradimenti, minacce, furbate assortite, e via putrefacendo.
Ma - cercando di sgombrare il campo da possibili accuse di pregiudiziale e cieca furia critica - Le Idi di Marzo è un film compiuto, ben realizzato sotto ogni aspetto: regia, sceneggiatura, recitazione, fotografia, colonna sonora, con discreto ritmo e tenuta, tematiche “importanti”, un bel finale aperto. Cinema politico di impegno civile nella migliore tradizione americana, s’è - giustamente - osservato. Della quale, però, non possiede lo stesso vigore ed effetto dirompente, la stessa naturale necessarietà e urgenza.
Mancano altresì il sangue, le viscere (non in senso letterale - s’intende), qualcosa insomma che faccia genuinamente ribollire - e non solo riscaldare tiepidamente - il complesso stratificato degli umori reattivi che una storia come quella di Stephen Meyers (Ryan Gosling) dovrebbe scatenare. Invece è come un piatto preparato con corretta ed abile tecnica d’esecuzione e che al momento dell’assaggio piace, ma che non spicca particolarmente né tantomeno entusiasma, senza retrogusti particolarmente significativi e che non lascia grande memoria di sé: già il giorno dopo ci si è dimenticati cosa s’era ingurgitato.
Un lavoro da primo della classe, di chi ha imparato la lezioncina e ha ripetuto meccanicamente formule e dosi, adoperando con precisione strumenti e processi creativi noti.
La sensazione è che Clooney abbia voluto con questo film togliersi un po’ di quelle scaglie glamour che lo rivestono da capo a piedi, che propenderebbero, fisiologicamente, ad affossarne qualità e offuscarne capacità eclettiche. Che aveva già dimostrato con Good Night, and Good Luck.. Dura essere un divo, e sembrare solo quello.
Clooney poi - gli va dato atto - è bravo e scaltro a sapersi scegliere collaboratori e compagni di viaggio, con cui forma un coeso e battagliero gruppo dedito alla causa. Con Grant Heslov, con cui aveva collaborato col già citato Good Night, and Good Luck., e assieme a Beau Willimon (autore dell'opera teatrale - Farraguth North - da cui il film è tratto), il regista presenta una storia solida e classica, scegliendo un registro volutamente asciutto, lucido e dritto alla meta: il racconto di (de)formazione di un giovane, “puro” e ambizioso addetto stampa - Stephen Meyers - che s’addentra, suo malgrado, nelle melmose, labirintiche zone della virulenta pratica politica, lordandosi (irrimediabilmente?) e insozzando a sua volta. Da vittima a carnefice, da preda a cacciatore, da spettatore a giocatore.
Non convince fino in fondo questa parabola così ben esibita, non convince questo protagonista: giovane, ma già da diversi anni nell’ambiente, e così bravo - tanto da essere considerato il migliore nel suo campo e che per ciò attira le attenzioni di Tom Duffy (Paul Giamatti), responsabile della comunicazione del candidato avverso - che si stupisce quando scopre che l’uomo per cui lavora e che ha idealizzato, il governatore Mike Morris (Clooney), ha avuto una relazione sessuale con la stagista Molly (Evan Rachel Wood). Come dire, ci stupisce che quello si stupisca. E che poi ci metta un attimo a trasformarsi in implacabile mastino da guerra.
Anche la macchinazione “mametiana” ordita da Duffy ai danni di Meyers (se non lo può assumere allora lo toglie di mezzo), sfruttando le paranoie sulla lealtà del capo di Meyers, Paul Zara (Philip Seymour Hoffman), non convince, è troppo tirata per i capelli. Ad ognuno il suo, verrebbe da pontificare.
Il personaggio della stessa Molly subisce un’evoluzione non molto efficace, tra l’altro liquidata in fretta, alimentando così l’impressione d’esser esclusivamente strumentale, il grimaldello che consente la metamorfosi spiccia del baldo addetto stampa.
Il ritratto elaborato da George Clooney sulle vicende politiche statunitensi e ai suoi “gustosi” retroscena poteva essere più pregnante, ficcante, cattivo. Non basta qualche buona cartuccia sparata (e nemmeno con tanta sicurezza, temendo forse di centrare realmente il bersaglio), come la quieta accusa a certo perbenismo tipicamente americano (perché un presidente “può fare di tutto, dichiarare guerra, cambiare di colpo la linea politica, ma mai scoparsi una stagista“ - gli elettori non perdonerebbero), che vorrebbe nelle intenzioni svelare le ipocrisie anche dei media. Ma rimane lì, fluttuante nella sarabanda di verbosità che opportunamente indirizza verso lidi più consoni e tranquilli.
Ad un certo punto vediamo il faccione di Gregory Itzin, il mefistofelico presidente Charles Logan dell'imprescindibile serie tv 24 (e che qui ha un ruolo totalmente superfluo), e il pensiero corre immediatamente all’indimenticabile “Day 1” della detta serie, i cui eventi si svolgevano proprio nel giorno delle primarie presidenziali. Ma Jack Bauer è dovuto fuggire, dannazione. Avrebbe certo risolto il “problema” Meyers (Nina Myers?).
Come attore, Clooney riserva per sé i panni del governatore Morris: non che sia malvagio (ma neanche eccezionale, specie quando deve fare la faccia da cattivo), però ogni qualvolta compare sullo schermo ci s’aspetta inevitabilmente la famigerata battuta caffettara “What else?”. Già: what else?
Il cast è ottimo, tutti interpreti di razza, in cui svettano abilmente i melliflui Hoffman e Giamatti, con una Marisa Tomei, cui tocca un ruolo abbastanza infelice, che avrebbe potuto offrire di più. Molto bravo Ryan Gosling, con quell’inquadratura finale che disegna, sul suo volto e nei suoi occhi, i tratti dolenti di una storia che gli ha scavato solchi profondi e tutt’altro che definiti.
Ma un finale azzeccato non salva un film che, per quanto discretamente realizzato, resta sostanzialmente inutile.

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