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Ruggine

Regia di Daniele Gaglianone vedi scheda film

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La recensione su Ruggine

di Kurtisonic
5 stelle

 

All’improvviso era suc­cesso qual­cosa. Ancora una volta, uno spo­sta­mento imper­cet­ti­bile, un dera­glia­mento. Era qual­cosa che suc­ce­deva den­tro di loro, non era chiaro se prima den­tro uno e subito dopo in tutti gli altri, come un virus con­ta­gioso, o piut­to­sto come una feb­bre comune che era cre­sciuta allo stesso ritmo nel gruppo, come se il gruppo fosse un orga­ni­smo indi­pen­dente, che li rac­co­glieva den­tro di sé annul­lando le dif­fe­renze. Un cuore com­po­sto, grosso, che bat­teva a un ritmo pro­prio. Un ritmo vio­lento e inar­re­sta­bile.

(Dei bambini non si sa niente. 1997,Simona Vinci)

scena

Ruggine (2011): scena

Il cinema nostrano sembra proporre ad ogni nuova stagione un’infornata di registi promettenti o meno, che sono poi destinati per lo più a sparire o in troppi casi a rivedere i loro progetti in favore di una produzione scialba ed appiattita. La scontata ma doverosa premessa si impone per distinguere Daniele Gaglianone all’interno di quell’unico grande contenitore che porta più a indifferenziare o a mettere sullo stesso piano proposte cinematografiche molto distanti fra loro. Proveniente da una robusta e prolifica attività di documentarista e docente di ingegneria cinematografica, Gaglianone ha sempre dimostrato di avere le idee chiare senza guardare troppo in alto, ma guardandosi piuttosto intorno in maniera assai analitica e dettagliata. Ruggine, il suo quarto lungometraggio, è un film affatto privo di difetti e di debolezze, tutte interne a modalità espressive appartenenti a quella contaminazione culturale televisiva  che deve forzare,  spiegare ad ogni costo, offrire una via d’uscita meno caustica.  Un’occasione sprecata dunque, non fosse altro per le buone prerogative iniziali e quello sguardo di cattura della realtà che il regista ha sempre cercato di documentare senza edulcorarne gli aspetti più scomodi. Oltre i margini di una nuova periferia, forse quella torinese di metà anni 70, in una terra di nessuno fra depositi di rottami e campi infestati solo dalla gramigna, una piccola banda di ragazzini figli dell’immigrazione meridionale gioca a diventare grandi. Dovranno confrontarsi con un’esperienza devastante che condizionerà il resto della loro vita. Il pregio maggiore del film sta nell’indubbia qualità nel circoscrivere i vari scenari ambientali nel quale confinare i personaggi nelle diverse fasi della loro vita. La parte fondamentale la fa quello spaccato di terra abbandonata, mondo possibile ed agognato dell’infanzia, testimone dello scempio successivo tanto brutale quanto terra della mente impossibile da rimuovere. Fra i rottami si forma una specie di costruzione artificiosa, un castello,  fatto di cunicoli, strettoie, oscurità impenetrabili, e raggi di luce pieni di ruggine polverosa e sottili come aghi. Sarà proprio l’invasione violenta di un adulto depravato a riportare alla luce altrettanto violenta e accecante nei colori esterni il sottobosco sociale, culturale e psicologico che ha trasformato il nostro paese dagli inizi del boom economico fino all’amara constatazione di avere pagato un prezzo equivalente alla propria distruzione morale. Lo scenario classico dei casermoni periferici si staglia sullo sfondo, solo guardando dentro il castello e osservando i suoi protagonisti ci si accorge di cosa giace in quei palazzi, lo sradicamento della società pari a quello dal mondo della fanciullezza, l’inevitabile perdita della felicità da sognare.  Se però Ruggine si apre con battute al vetriolo come quella fra due bambini in cui si dice che ”qua le donne fanno solo figli e salsa al pomodoro..” e corredando diversi dialoghi dei giovanissimi protagonisti  con atteggiamenti e osservazioni davvero poco appropriate per la loro età, si rischia di minare la credibilità del racconto. Gli eventi si manifestano senza una temporalità precisa, risultano comunque funzionali a quella strategia di ritorno al vissuto che i tre protagonisti principali vivono anche nel presente probabilmente in un’altra città una ventina di anni dopo. Anche qui Gaglianone fa appello alla rappresentazione ambientale ricorrente come metafora di una condizione umana irrisolta e profondamente offesa. Ancora l’oscurità, il chiuso, la tana in cui trovare rifugio, il bar, il soggiorno di casa, un’aula scolastica.  Quasi una metafora della caverna di Platone dalla quale non si vuole più  uscire. La possibilità per il regista di disporre della”meglio gioventù “attoriale nostrana si rivela più un limite che un pregio. Accorsi, Mastandrea, Solarino, interpretano i ragazzini nella vita adulta ma grazie ad una sceneggiatura poco efficace non trasmettono alcunché di quell’esperienza terribile, troppo grande appare il distacco dalla fanciullezza e i percorsi di rimozione o di rielaborazione di quanto successo sembrano pretesti malleabili dalle circostanze.  Tratto da un romanzo di Stefano Massaron, proprio la parte dedicata al presente è stata  riadattata senza però giovare alla storia. Dal punto di vista tecnico e creativo invece il regista sfoggia buoni numeri accennando sempre a tecniche o passaggi poco praticati nel nostro cinema senza insisterci e senza il gusto di mostrarli senza ragione. La nota più positiva al cast adulto va assegnata a Filippo Timi, all’ennesima buona prova nel calarsi in un personaggio così sgradevole che nessuno vorrebbe interpretare al quale sono dedicate poche parole tratte da Il re degli ontani di M.Tournier un libro maledetto del 1970.

“Tanto per cominciare, cos’è un mostro? L’etimologia riserva già una sorpresa piuttosto sconvolgente: mostro viene da mostrare. Il mostro è colui che viene mostrato con il dito, nelle fiere, nei circhi, eccetera. E, dunque più un essere è mostruoso, più deve essere esibito. Ecco quello che fa drizzare il pelo a me che posso vivere solo nell’oscurità e che sono convinto di venir lasciato vivere dalla folla dei miei simili a causa di un malinteso, il malinteso dell’ignoranza.”

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