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Un giorno questo dolore ti sarà utile

Regia di Roberto Faenza vedi scheda film

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La recensione su Un giorno questo dolore ti sarà utile

di LorCio
5 stelle

Giunto ormai alle soglie dei sessantotto anni, potremmo cominciare a tirare le fila della produzione di Roberto Faenza. Nato nel sessantotto, ha poi subito un severo ostracismo democristiano in seguito al documentario Forza Italia!, ha emigrato temporaneamente negli States (Copkiller) ed è rimasto inattivo per svariati anni, fino a Mio caro dottor Grasler. Da qui ha dedicato la sua carriera alla trasposizione di successi letterari sul grande schermo, raggiungendo risultati a volte buoni (Jona che visse nella balena e Alla luce del sole su tutti) e a volte mediocre (L’amante perduto e Il caso dell’infedele Klara), a volte sottovalutati (Marianna Ucrìa) e a volte sopravvalutati (Sostiene Pereira), a volte discutibili (I Viceré) e a volte semplicemente presuntuosi (I giorni dell’abbandono).

 

Questo ultimo adattamento letterario (da un romanzo di Peter Cameron molto amato, che da anni mi prometto di leggere e per una cosa o un’altra non ho mai letto) è più medio che mediocre, sicuramente un’occasione sprecata. Avendo come punto di partenza una storia da affrontare con le pinze (lo scorcio di un’adolescenza irrequieta), tutto sommato un racconto di formazione esteriormente eccentrico (madre fragile con tre matrimoni falliti alle spalle, padre che risolve la crisi di mezz’età con una blefaroplastica, sorella fidanzata con professore cinquantenne e in procinto di scrivere le proprie memorie, nonna tenera ed eterea come unico punto di riferimento) ma fondamentalmente comune (gli ingredienti, alla fine, sono sempre gli stessi: incomunicabilità, solitudine, inquietudine, misantropia e via discorrendo), Faenza non riesce a connettersi del tutto sulle onde del film, preferisce un approccio distaccato talora sfociante nell’inerte.

 

La cosa forse più strana è che il regista (anche sceneggiatore con Dahlia Heyman) non ci mette realmente il cuore necessario ad un’opera che si rivolge innanzitutto ad un pubblico adolescenziale (come è giusto che sia), volgendo invece lo sguardo agli adulti, cioè ai genitori (ritratti qui inizialmente in maniera impietosa per poi concludere in modo conciliante, con una scena finale che è l’apoteosi del volemose bene). Tuttavia, nonostante una superficialità che condiziona radicalmente l’opera (perché non approfondire il discorso sulla sessualità di James? Perché rendere i personaggi di contorno quasi delle macchiette, come il professore di Olek Krupa o il patrigno Stephen Lang?) e un indugiare sui primi piani quasi snervante, salverei il film perché ha qualche momento più che interessante (la parentesi di Washington, l’idea più che la realizzazione del personaggio della nonna, le corse con la life coach) e, stringi stringi, si lascia vedere con innocua semplicità.

 

Due canzoni di Elisa in colonna sonora, produzione di Elda Ferri e della costumista da Oscar Milena Canonero, probabile responsabile dell’assembramento di star. Che o sono svogliate (Marcia Gay Harden) o sone sornione (Peter Gallagher) o si salvano col mestiere (Ellen Burstyn).

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