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Paradiso amaro

Regia di Alexander Payne vedi scheda film

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La recensione su Paradiso amaro

di M Valdemar
4 stelle

Paradiso amaro.
Ovvero come ti confeziono un prodotto facile facile e di largo consumo spacciandolo per imperdibile opera che scandaglia i vortici esistenziali di traversie familistiche.
Tu chiamali se vuoi, paraculi.
La prima cosa che il regista-sceneggiatore Alexander Payne intende enunciare è che anche alle Hawaii le persone possono soffrire, sbagliare, tormentarsi, insomma “vivere” e, - verità sconvolgente - morire. Una versione ammodernata e patinata di Anche i ricchi piangono, praticamente.
La realtà è che il furbissimo Payne mette le mani avanti, per giustificare (anche a se stesso) la scelta dell’ambientazione. Se anziché il famosissimo turistico arcipelago dell’Oceano Pacifico avesse optato per qualche location meno esotica e attraente, non avrebbe potuto indugiare, con primi piani da documentario e fermo immagini da cartolina del tutto strumentali checché si cerchi di far credere l’opposto, sulle bellezze selvagge e naturali hawaiane.
I primi minuti fungono da prologo esplicativo, con la voce fuori campo del protagonista, insistente e fastidiosa, che introduce i fatti: una donna è caduta da un motoscafo ed è in fin di vita, il marito, Matt King (“genitore di riserva”), si ritrova alle prese con un’elaborazione del dolore difficile dovendo inoltre prendersi cura delle problematiche figlie adolescenti. Niente che non sia già stato affrontato e descritto innumerevoli altre volte. Quindi, ecco che per differenziarsi e darsi un tono da autore, si ovvia all’inevitabile circolo di banalità infilandoci altre tematiche: la scoperta del tradimento di lei (anche questo, in verità, nulla di nuovo) che scatena la “caccia” all’amante, e il racconto delle origini di King, discendente di una principessa indigena che ha lasciato a lui e ai numerosi cugini un’eredità preziosa, ossia una delle ultime terre rimaste incontaminate. Una fetta di paradiso. Di cui, naturalmente, essendoci a breve lo scioglimento del trust che vincola la loro proprietà, è prevista la vendita multimilionaria al miglior offerente. Alberghi, case, campi da golf, cemento su cemento. King, della lussureggiante proprietà, è l’amministratore fiduciario, a lui spetta la decisione finale. E che deciderà?
Gli avvenimenti si succedono e s’intrecciano in maniera stucchevole, in quello che è un tour panoramico dell’intima accettazione di se stessi e della conseguente, ma non priva di patemi, capacità di dare un senso, quello “giusto”, alle cose (la terra), alla famiglia (quella nobile ma ingombrante del passato, e quella difficile ma recuperabile del presente), al proprio io (il perdono).
Commedia agrodolce, si dice in questi casi, e venata di piccoli/grandi drammi. Tradotto: un continuo ammiccare allo spettatore, fatto di “buoni” sentimenti, di sfide da affrontare (e da cui c’è imparare sempre qualcosa), di tragedie da superare.
Pietismo (la macchina da presa che si sofferma sul volto cadaverico della moglie) e umorismo (le parolacce delle figlie; la figura, inutile, dell’amico di una di loro) “sapientemente” miscelati, con un andamento mite e docile, perennemente sottolineato da musiche/nenie così tediose da indurre un mellifluo stato di sopore.
I comportamenti e le azioni dei personaggi, pur nella loro placida rappresentazione, non sempre risultano credibili, come a non voler spostare il “delicato” equilibrismo eretto in esclusiva funzione dell’autocompiacimento e del piacere a tutti i costi: lo spettatore non va turbato, solo cullato.
Questa quieta allegrezza, ancor maggiore poiché giunta attraverso abituali canoni del processo di maturazione, trionfa, pacatamente, amabilmente nell’appagante finale: la scelta, dura e pura, di Matt King riguardo la (non) vendita del terreno e, soprattutto, l’ultima inquadratura, con il padre e le due figlie vicini vicini. Un difficoltoso percorso comune riuscito, un presente da condividere. Un quadro consolatorio e fortemente gratificante, piacevole.
Il pubblico è commosso. La critica apprezza.
Compito più che riuscito per Payne. Il quale offre a Clooney una parte che gli permetterebbe di dimostrare la sua (presunta) versatilità attoriale: se la cava, stando attento a non stafare, ma non è un mostro di bravura. Interessante invece la prova della giovane Shailene Woodley, finora nota come protagonista dell'orrenda serie tv La vita segreta di una teenager americana.
Alla fine, l’unica riflessione che si può fare, questa sì, amara, riguarda il “famigerato” testamento biologico: a quando una legge, chiara e scevra da influenze ideologico-religiose, anche qui, nel Bel Paese?

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