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Hors Satan

Regia di Bruno Dumont vedi scheda film

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La recensione su Hors Satan

di EightAndHalf
7 stelle

Invito al raccoglimento. Criptica tracotanza. L'opaco, il traslucido, veementemente annacquati nel Nulla vitalizzante del cinema di Dumont. E ancora, Hors Satan sembra raccontabile, o meglio "evocabile", solo attraverso straccetti impressionistici di immagini, di sensazioni, di puri istintivi impulsi. Il bestiale e il sacrosanto, enfatici ossimori immersi nell'assenza di esibizionismo, nel muto incedere di una pellicola soave che tiranneggia, umilia e corteggia al contempo, in un atto di estrema dolcezza eversiva. Il pieno e il vuoto, il vicino e il distante, il silenzio e il rumore, quadri smorti in movimento, realtà specchio dell'invisibile, atto e potenza, materia e forma, tutto quanto attraverso le sensazioni, mitici e inimitabili verbi del linguaggio cinematografico. La riflessione, in Dumont, non è distante dalla pura filiazione, dal sentire, dal guardare e dal toccare con mano il candore putrescente di un corpo appena violentato o il rude sovrapporsi uditivo delle accartocciabili foglie autunnali sotto i piedi di corpi miracolati e miracolanti. Un corpo bianco con abito scuro che cammina sull'acqua per spegnere un fuoco rosso-nero fumoso. Un corpo rosato nella sporcizia verde che sputa e sbava biancume addensato. Un corpo azzurrognolo nel verde naturale che si sposta qui e lì fra armoniche fronde musicali. Un corpo in quella strana mistione di colori di quando è in penombra durante il crepuscolo, mentre il cielo è rosa e bianco con tinte fosche di blu. Eccole le sensazioni, davanti agli occhi, senza strutture né sovrastrutture, senza intenzioni, senza narrazione, forma svolazzante ed esplosa negli occhi. Lo spettatore dà forma e si conforma alla pellicola, e non ha altra scelta per capire Hors Satan, che altrimenti rimane specchio di se stesso. Ritratto del divers(amente vist)o. Come approcciarsi dunque a Hors Satan? Facendosi puro sguardo, lasciandosi tentare, visionando attivamente esimulando passività, cercando una catarsi visiva che nasce dal Nulla, risorgendo. Più facile a dirsi (e a idealizzarsi/naturalizzarsi) che a farsi, considerando che il film chiede Fede incondizionata e reciproca, Dumont nello spettatore attento e in grado di raccogliersi di fronte all'atto stesso del vedere, e lo spettatore in Dumont che attento ma spontaneo ci offre quadretti, pennellate e visioni per farci davvero, finalmente, vedere. Non c'è nient'altro in Hors Satan, ma questo non vuol dire che sia un film umile, semplice. E' un film-tiranno, che impone simile approccio, e chi non lo vuole non "capisce" o "non è ancora pronto". Come quando di fronte a Post Tenebras Lux sorgono dubbi distratti e lontani su come, presupposte simili condizioni, il regista possa a quel punto mettere in scena "tutto", ma proprio "tutto", perché ha adottato una grammatica filmica che si appaga di qualsiasi materia da formalizzare. Dunque accodarsi e immergersi nella tracotanza. Che è comprensibile, assolutamente, tanto quanto giustificata, ma abbastanza elitaria da richiamare gelosamente i suoi adepti e da farsi ridistribuire al volgo. Anche se (o forse propprio perché) le interpretazioni di Hors Satan non saranno interpretazioni, ma solo flebili voci, riduttive e al contempo assordanti, ingiustamente cristalline e già morte di fronte all'indefinito estetico del film di Dumont. Chiedere Fede..dare Fede. Non in una religione, ma per una nuova setta. Lo sguardo, il Cinema: quali nobili intenti, ed è bello sentirsene parte, e immergere il proprio sguardo in quell'altro Sguardo, per comprendere davvero come la visione possa rievocare e come in essa si celi l'invisibile rivelato. Compiacersi dell'élite, perché Dumont desta l'attenzione di chi vuole/può/sente di poterlo fare, e restringe il campo della nuova Verità Rivelata. Che forse è Nulla, ma c'è sempre l'Atto del Guardare. Le maiuscole si sprecano e non portano da nessuna parte. E si finisce magari imperniati nella Catarsi, ma anche profondamente soli. Hors Satan è costruito (immanentemente) su diversi strati che si annullano nella realtà immediata. E' una conseguenza/alternanza di opposti che si intersecano come nel reale, dei quali Dumont ferma gli istanti e dei quali persegue il divenire. E' realtà trasfigurata per la Verità, e dunque filosoficamente "utile", ma ai fini della pura "filiazione artistica", perché qui siamo oltre Satana e non c'è morale. L'indizio Dumont ce lo dà fin dal titolo, che altrettanto rieccheggia all'udito di cotanta indeterminatezza. Per destare, per ricordarci di essere vivi, per creare un curioso (s)oggetto filmico da osservare, da vivere, che non lascia indifferenti. Ma di fronte al film, che è distante sia dalla realtà che dalla fantasia, perché le mette entrambe insieme e le raggruppa in non-contesti da osservare e da assumere, come non avvertire una profonda desolazione? Hors Satan è il fascino dell'egocentrica catarsi. E se poco si capisce, è perché non c'è niente da capire, guardiamo e basta, chi c'è c'è, chi non c'è non c'è, tutti hanno la potenzialità, ma molti non vogliono metterla in atto. Dove dovrebbero trovare questo motore? Se lo attivino da soli, o lo ricerchino in Hadewijch, Hors Satan non lascia scampo. Benché sia rivitalizzante annullamento. L'opposto, estremo e unico, assurdamente mastodontico, sta (anche) in questo.

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