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C'era una volta in Anatolia

Regia di Nuri Bilge Ceylan vedi scheda film

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Badu D Shinya Lynch

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La recensione su C'era una volta in Anatolia

di Badu D Shinya Lynch
9 stelle

 

 

Non c'è nulla di simile a C'era una volta in Anatolia.

È una sorta di punto d'incontro tra il cinema di Tarr, quello di Dumont e quello di Tarkovskij; è l'elegante e definitiva scarnificazione del mistery. Come elegante e definitiva è la scarnificazione, nonché fantasmizzazione, della figura femminile, la quale risulta essere, appunto, il (dis)senso del mistery filmico: figura ectoplasmatica, colei in grado di far emergere il passato torbido dei protagonisti, sia da un punto di vista, ovviamente, narrativo, che da un punto di vista stilistico; a conferma di ciò, ci penserebbe la figlia del sindaco, simbolo femminile, fantasmatico quanto apocalittico, che col suo passaggio davanti ai personaggi seduti all'interno della casa del primo cittadino, porta alla luce la torbidezza della loro - solo in apparenza - immagine pulita: ecco che, quest'ultima, va fuori fuoco, si sfalda, annullando momentaneamente la bellezza, nonché la propria limpidezza; affiora qualcosa di impuro, relativo al passato dei protagonisti; qualcosa che questa figura ectoplasmatica fa sì che emerga: un tradimento, nonché, in un certo senso, un assassinio. Difatti, in corrispondenza a quanto scritto poc'anzi, appare pure, vicino a Kenan, la vittima/il tradito.

Tutti i protagonisti, in questo caso, risultano degli assassini, chi più esplicitamente, come l'amanettato Kenan, chi più implicitamente, come il procuratore, che ha portato indirettamente la moglie al suicidio, o, ancor più indirettamente, il medico che compromette l'autopsia, negando la vera cruente morte della vittima, nonché sminuendo l'importanza e la portata della nefandezza effettuata svariate ore prima, appoggiando velatamente, di conseguenza, il crimine compiuto da Kenan; forse perché anch'esso si rispecchia in ciò? Sicuramente, poiché si sospetta che sia lui il motivo per cui la relazione con l'ex moglie sia giunta al capolinea, avendo, con ogni probabilità, tradito quest'ultima, visto che, il medico, tra l'altro, non regge nemmeno la sua immagine (pulita!) riflessa allo specchio; si noti, infatti, ancora una volta, come successe a casa del sindaco, il modo in cui l'immagine va fuori fuoco appena il dottor Cemal prende in mano le foto dell'ex moglie. È, ancora una volta, giustizia anche dell'immagine (femmina, guarda caso, anch'essa).

 

Muhammet Uzuner

C'era una volta in Anatolia (2011): Muhammet Uzuner

 

Ricapitolando, quindi, è la donna il vero giustiziere che condanna i personaggi ad una prigionia sia esteriore che interiore, i quali giungono a questa consapevolezza peccaminosa durante il viaggio notturno per le campagne dell'Anatolia, alla ricerca del cadavere, il quale risulta, anche qua, viaggio interiore:

 

scena

C'era una volta in Anatolia (2011): scena

 

un ambiente esteriore che è dumontaneamente ambiente interiore: ad esempio, il sopracitato giro notturno, come percorso coscienziale verso la consapevolezza del senso di colpa, il quale si differenzia dall'ultima, nonché seconda, parte del lungometraggio - in cui cambia anche il ritmo filmico, nonché, ad esempio, il montaggio, il quale risulta più frenetico, pesante-, in cui la luce diurna fa sì che il sopracitato errore morale sia definitivamente apparso, emerso, visibile, illuminato, chiaro, risultando pressoché insostenibile;

 

scena

C'era una volta in Anatolia (2011): scena

Yilmaz Erdogan

C'era una volta in Anatolia (2011): Yilmaz Erdogan

 

oppure, un altro esempio, è quello dei personaggi che scavano fuori, nel terreno, i quali, in realtà, è come se stessero scavando dentro se stessi, alla ricerca dei loro cadaveri; dei loro scheletri nell'armadio; della loro seppellita colpevolezza, e notare come non si trovi nulla finché non avviene l'incontro con la figlia del sindaco, angelo dell'apocalisse, simbolo della rivalsa, della potenza femminile, portavoce dei traditi, che come un fantasma fa emergere il passato, i misfatti, le malefatte, i ricordi, nonché, definitivamente, fa emergere la vittima, sia metaforicamente, sia ectoplasmaticamente, sia fisicamente.

 

Giustizia, essa, come un vento fantasma che passa sui protagonisti, che scompiglia i capelli e i ricordi, che al suo passaggio fa sì che l'immagine rallenti, affinché il tempo si dilati, quasi insostenibilmente, e i protagonisti siano costretti a pensare.

 

Pensare ai loro peccati.

 

scena

C'era una volta in Anatolia (2011): scena

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