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Miracolo a Le Havre

Regia di Aki Kaurismäki vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Miracolo a Le Havre

di obyone
7 stelle

 

Ogni tanto il mio cervello spossato smette di rispondere ai suoi stessi ordini ed inizia a vagare irrequieto producendo pensieri il più delle volte assolutamente inutili. In una di queste pleonastiche sessioni, spesso del venerdì pomeriggio, il mio organo superiore si è incapponito a cercare una (futile) connessione tra l'ultimo film visto a cui stavo spudoratamente pensando (Miracolo a Le Havre di Aki Kaurismäki) ed un altro ammirato recentemente al cinema che si stava insinuando misteriosamente dentro il mio guscio di noce. Evidentemente a livello inconscio avevo deciso di accostare questi due film così lontani tra loro. Ora quel titolo che mi parlava suadente all'orecchio non era come tutti pensate Welcome di Philippe Lioret (troppo facile!) bensì "Dunkirk", che naturalmente non c'entra nulla col signor Kaurismäki ed il suo cinema. O quasi, almeno nella mia psiche assonnata di inizio weekend. Ma torniamo per ora a Miracolo a Le Havre. Una decina di anni fa la Francia del nord balzò agli onori della cronaca a causa dei problemi provocati dall'immigrazione (irregolare) verso le coste inglesi. Il film del regista finlandese è ambientato nella nordica e portuale Le Havre tra barche e pescherecci e ci racconta la storia di un "irregolare africano", trovato all'interno di un container, che eludendo il controllo della polizia scappa per evitare il campo di accoglienza. Casualmente conosce Marcel, lustrascarpe borderline che, durante l'assenza della compagna ricoverata in ospedale, lo ospita in casa propria, deciso ad aiutarlo a recarsi in Inghilterra dalla madre. La storia in sé non è poi nuova (vedesi appunto Welcome) e si snoda tra privato (Marcel e la moglie Arletty) e socio-politico (Marcel e il giovane Idrissa). Al contrario l'ambientazione è l'aspetto più interessante del film in quanto ricorda la Francia del passato, magari quella gli anni '40, chissà. Succede, quindi, che l'abbigliamento, gli arredi, gli infissi in legno scrostato dei negozi, il cibo nei piatti, le stanze d'ospedale e l'estinto lavoro di sciuscià del buon Marcel, ci catapultino all'interno di una storia, quanto meno, sospesa in tempi e luoghi indefiniti ed indefinibili. Per questo, forse, la materia grigia mi ha suggerito l'accostamento con Dunkirk di Chris Nolan. In fondo, in comune c'è l'ambientazione costiera, c'è chi lotta per passare di là della Manica (i soldati come i clandestini), ci sono pescherecci pronti ad esaudire tali desideri per amor patrio o per vile danaro e soprattutto c'è questa meravigliosa mise-en-scène che, forse, suggerisce un tempo remoto come gli anni della guerra, o forse racconta di un tempo destinato a non passare mai veramente. Ma, forse, è il tempo che passa mentre le ingiustizie sono pronte a ripetersi ciclicamente e rendere Cronos una variabile immutabile. Il tuffo nel passato di Kaurismäki (che potrebbe tranquillamente essere in avanti) ci ricorda che il dramma dei migranti è comune a tutte le epoche, così come le guerre che molto spesso sono la causa principale dei flussi migratori. Non a caso il film, a sette anni dall'uscita, rimane di straordinaria attualità. Se però lo sfruttamento economico dell'immigrazione clandestina perdura o si ripresenta, nell'incapacità/impossibilità delle istituzioni di farvi fronte, ognuno di noi può ancora qualcosa se animato della stessa pietà e del puerile ottimismo di Marcel. Costui non vive certo nella bambagia e tira a campare con la moglie, grazie ad un umile lavoro (irregolare), pur tuttavia si prende carico di un ragazzino che è messo peggio di lui. Anzi, il suo gesto altruistico e dal sapore remoto gli attira le simpatie del vicinato e dei commercianti ora più propensi a fargli credito e ad aiutarlo a nutrire e accudire il ragazzo con la benevolenza che uomini e donne sono soliti usare in tempi di vacche magre, come in tempo di guerra, come mio nonno mi ricordava spesso. Preziosa e fiabesca ai miei occhi la parte finale del film: l'ispettore Monet, sempre in bilico tra dovere e umana giustizia, affascinato dalla coriacea determinazione di Marcel, si rende complice dell'uomo, liberando dalla sua anima scrupolosa un flusso di vitale solidarietà che assurge lo status di miracolo "spirituale" al pari di quello "fisico" che mi piace pensare come una magnanima ricompensa del destino a favore di chi ha scelto di spendersi in favore degli altri. A proposito, mentre mi gingillavo in improbi paragoni, ho letto che un circolo cinematografico toscano ha dedicato veramente a Christopher Nolan e ad Aki Kaurismäki un'autorevole retrospettiva per mettere a confronto il genio dei due autori. Casualità?

 

Chili Tv

 

Blondin Miguel, André Wilms

Miracolo a Le Havre (2011): Blondin Miguel, André Wilms

André Wilms, Jean-Pierre Darroussin

Miracolo a Le Havre (2011): André Wilms, Jean-Pierre Darroussin

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