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Miracolo a Le Havre

Regia di Aki Kaurismäki vedi scheda film

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La recensione su Miracolo a Le Havre

di OGM
7 stelle

Aki Kaurismaki approda al passato. Un maturo ripensamento sulla condizione umana lo sospinge verso le rive del neorealismo e della commedia romantica. I generi che una volta toccavano il cuore della sventura di sentirsi infelici, ritornano, con il loro carico di sogni stanchi, per incontrare il moderno dramma dell’immigrazione. Nella storia di Marcel, Arietty e Idrissa, la povertà è l’eccezione che finalmente si rende visibile. L’oscuro sottobosco metropolitano emerge per effetto di una strana magia: i suoi colori trasandati ed anacronistici vengono a riempiere il proscenio con una spregiudicatezza infantile, da ultimi che si fanno avanti subito, senza aspettare che sia il giudizio divino a farli diventare primi. Il bohémien si inventa un mestiere antico che lo faccia sopravvivere, ed una bontà che sappia compiere miracoli: sceglie di essere un sciuscià, in una città portuale, per vivere ai confini del mondo, a diretto contatto con tante esistenze spiaggiate: gente che a modo suo, sa dare vita ad un paese delle meraviglie, in cui non manca niente, dalle baguette che non si pagano al vietnamita che si spaccia per cinese, passando attraverso il poliziotto che si rende complice  di un reato commesso a fin di bene. Per una volta, lo squallore si presenta come il terreno fertile su cui fioriscono le favole, quelle in cui l’amore vince su tutto e la vera ricchezza è quella proveniente da dentro, da un ingegno generoso che trasforma l’arte di arrangiarsi in una forma creativa di solidarietà. La semplicità è feconda di idee, ed apre le braccia ai personaggi di ogni tipo, lasciando che il racconto accolga in sé tutti gli spunti possibili, anche quelli bizzarri ed improbabili, quelli visti e rivisti, quelli che odorano di cliché, eppure sono più che mai vividi, accesi di una inestinguibile voglia di resistere alla sfortuna. In fondo è proprio questa tenacia a mantenere i protagonisti con i piedi per terra, attaccati ad un suolo dal quale si sollevano solo con la straordinaria potenza di un pensiero alato, che vola alto, al di sopra di tutte le barriere: quelle determinate dal pregiudizio razziale o sociale, dalla paura della diversità, dal timore di non essere accettati. L’emarginazione si presenta qui come un minuscolo, industrioso paradiso, in cui si lavora insieme per rimediare al disagio e combattere le ingiustizie, ma senza bandiere ideologiche o principi corporativistici. Le figurine del presepio rimangono singoli individui autonomi, completi di tutto, soprattutto di ricordi personali, che striano l’idillio con la loro amarezza, e conferiscono al paesaggio quella primitiva profondità prospettica  che si chiama senso del tempo. I caratteristici contrasti cromatici alla Edward Hopper sono i giochi di luce di uno specchio d’acqua increspato da turbolenze nascoste, contegnosamente tenute a bada nei recessi di anime che devono continuare a mostrarsi forti.  Le Havre è ambientato in un luogo di frontiera, un luogo di transito in cui il passaggio, per definizione, è ostacolato, sottoposto a limiti e condizioni: è il varco accidentato che conduce dalla realtà al mito, dal possibile all’impossibile, attraverso durissime prove, che fanno di piccoli uomini piccoli eroi.

 

Questo film ha rappresentato la Finlandia agli Academy Awards 2012.

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