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Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato

Regia di Peter Jackson vedi scheda film

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La recensione su Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato

di alan smithee
10 stelle

Valeva la pena aspettare quasi dieci anni: lasciare decantare nella memoria la meraviglia delle scene di massa così complesse e piene che bisognerebbe vedere e rivedere per apprezzarne ogni più infinitesimo dettaglio; riassaporare il volo leggero e disinvolto di una macchina da presa che ci ridà, nuovamente dopo anni, la vera ebbrezza del volo e della vertigine, riempiendoci gli occhi di panoramiche mozzafiato su cui Jackson insiste senza tuttavia stufarci un attimo. Riuscire, forse ora  più che nella precedente trilogia, con alle spalle questa volta un romanzo di "sole" 350 pagine contro le oltre milleduecento del "Signore", a sviluppare una storia che riesce a spianarsi per quasi nove ore (se gli altri due seguiti dureranno - e non vedo come dubitarne - i quasi 170 minuti di questo primo episodio) di racconto ininterrotto, fluviale e rocambolesco dosando sapientemente la suspence e riuscendo a imboccare lo spettatore curioso per piccole dosi frequenti di meraviglia, stupore, tensione, posticipando sempre qualche particolare affinché la storia non si trovi mai ad un punto morto (pensate solo al drago: appare velocissimo all'inizio seminando terrore, poi se ne rivede un gustoso particolare alla fine per prepararci ad un anno di attesa fremente).
Quando si ha dinnanzi un grande autore del livello di Jackson (ma tutto ciò vale pure per Raimi, per Spielberg ma solo per pochissimi altri), la distinzione tra blockbuster ed opera d'arte, prodotto commerciale e film d'autore, svanisce, si annulla in un'unico risultato che piace, soddisfa la massa, si adatta ai mutevoli gusti del pubblico, coniugando una sceneggiatura perfetta e centrata in modo matematico e una direzione magistrale e visivamente suggestiva dall' inizio alla fine.
In questo caso, forse sfruttando la felice intuizione, che si deve originariamente a quell'altro mago e stratega commerciale che è George Lucas, di produrre una trilogia che costituisca un prequel di quanto già narrato tempo prima con il terzetto capostipite (iniziò tutto come sappiamo con Guerre Stellari), Jackson ha modo di prendere uno dei personaggi (il pacifico hobbit Bilbo Baggins) che introdussero la trilogia del "Signore", scavarne a fondo le origini della sua lunga e del tutto accidentale vita avventurosa, iniziata ben sessant'anni prima, quando per "colpa" di un astuto Gandalf sempre uguale a se stesso, si ritrovò a presiedere ed ospitare nella sua piccola dimora, una riunione di nani raminghi e defraudati del loro regno e del loro tesoro (anzi "tesssssoro"); divenendo in tal modo lui, gnomo insignificante, pacifico e schivo, il tassello principale di tutte le peripezie necessarie e indispensabili per tornare a capo di un regno perduto.
Un viaggio anche stavolta, che precede quello definitivo della certo piu' famosa trilogia dell'anello; qui forse la minor corposità del romanzo a cui accennavamo, spinge gli sceneggiatori (tra cui Jackson e Guillermo Del Toro, da anni additato come regista) a impegnarsi nella scrittura e nelle caratterizzazioni intime dei molti personaggi, più ancora che con la prima trilogia.
Senz'altro, da come ha preso avvio questo primo episodio, Peter Jackson non ripete l'errore di Lucas di farsi imprigionare da situazioni, personaggi macchiettistici ed effetti visivi fine a se stessi, che finiscono per rendere tutto meccanico e finto; il regista anzi cavalca con maggior disinvoltura (ma forse il fantasy si presta meglio della fantascienza a tollerare ogni tipo di bizzarria ed eccesso) l'incessante e rocambolesco susseguirsi di eventi, alternando scene grandiose e suggestive (ricordo e cito in particolare la guerra tra i giganti di roccia che si disgregano a poco a poco mettendo in pericolo i nostri eroi in bilico su sentieri andini tra frane e smottamenti, o la fuga finale dalla città sotterranea tra ponti traballanti sull'abisso e iene fameliche cavalcate da creature mostruose; ma non si smetterebbe di aggiungerne e citarne altre) a studi di caratteri di personaggi che trovano nella figura controversa, bipolare e irosa del Gollum il suo fulcro piu' maturo e complesso: mai nessuno dei tre film precedenti aveva rappresentato così bene questa figura buffa e inquietante, curiosa, intelligente e cupa che qui ruba meno spazio all'intera vicenda, ma che mai come ora viene caratterizzata così a fondo, nella sua contrastata doppia personalità contraddittoria e violenta, che alterna malvagità e tenerezza. Merito di Jackson, ma pure di quel diavolo di Andy Serkins che riesce a infondere l'anima in un personaggio che non interpreta nel senso materiale più fisico (perchè il personaggio di fatto non esiste) bensì trasferisce magicamente sullo schermo trasponendolo dalla sua presenza magnetica e trascinante di teatrante navigato.

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