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Silvio Forever

Regia di Roberto Faenza, Filippo Macelloni vedi scheda film

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La recensione su Silvio Forever

di giancarlo visitilli
4 stelle

Meglio recuperare il film del 1978 di Roberto Faenza, Forza Italia! Quello con cui lo stesso regista di Silvio Forever, che in coppia con un suo attore, Filippo Macelloni, firma questo documentario, seppe raccontare in modo eccezionale la politica italiana degli anni Settanta, immaginando trent’anni prima cosa sarebbe diventato Silvio. And Forever.  

Perché è tutto vero quello che questo documentario racconta. Ma è proprio il modo di raccontarlo che non funziona, ch’è, appunto, funzionale a quel sentimento di cui gli italiani sono ossessi. Dalle origini si dipana il racconto, per mezzo di una madre che qui assomiglia a quella di ognuno di noi. Eppure tutti sappiamo che si tratta veramente d’altro. Si potrebbe obiettare che il cinema è finzione. Ma allora, perché un documentario? E poi, un brutto documentario come questo? Silvio appare per quello che è: un sole, introno a cui ruota ossessivamente ogni cosa. Come ai tempi di Luigi XIV. Anzi, il re sole è Silvio. Tant’è che il mausoleo, di cui si racconta ogni minimo particolare nel documentario (è la cosa più interessante ed emblematica del lavoro di Faenza&Macelloni, anche perché propone un’intervista a cura di un giovane Ugo Gregoretti allo scultore ed autore dell’opera, Pietro Cascella) ha il nome di “Costellazioni”. I due registi rendono onore al (de)merito di quello che don Verzé, senza alcuna vergogna, definisce “il Cristo crocifisso”: si dice a chiare lettere che, comunque la si possa pensare, Silvio è un meraviglioso personaggio. Al modo di quelli della commedia dell'arte. L’emblema e la rappresentazione di un paese che, nonostante tutto, rimane. E per sempre. La quotidianità sta lì a dimostrarcelo.

Ma Silvio è anche il ‘redentore’: dai tempi in cui salvò letteralmente sua sorella da una fatale caduta, mentre lavava i panni (perché anche lei possa apparire molto popolare, appunto, del nostro stesso ceto sociale) alla straziante immagine, in cui è difficile non commuoversi, di un’anziana che abbracciando lui, il Presidente, mentre schiaccia le macerie e le vite degli Aquilani, gli affida il suo dolore: “Silvio, ti prego, aiutami. Non c’ho più niente”. E perché dopo non c’è la dimostrazione di quel niente che continua a lasciare il vuoto nella vita di quella parte di Abruzzo? O il pieno (di immondizie) nelle città napoletane? Perché il sottotitolo del documentario è “Autobiografia non autorizzata di Silvio Berlusconi”? Perché mai non dovrebbe essere autorizzato un panegirico come questo? Chi dovrebbe impedire che sia proiettato nelle sale un film come questo (“Silvio è di una bontà, di una generosità, penso che tutti lo dicano”), se non c’è chi si oppone a nulla, tanto meno ad un’operazione veramente pericolosa come questo documentario, che tanto assomiglia a quel cinema documentaristico degli anni Venti-Trenta? Anzi, con la stessa funzione. Faenza, dicci anche tu, qualcosa di Sinistra, come hai fatto fino agli anni Ottanta! O se non proprio di Sinistra, non smentire la difficoltà di chi oggi fa cinema, o cultura, in Italia ed ha difficoltà a produrre, se non soltanto affidando a quello che si produce l’idea che “dal male nasce il bene” e che questo bene si confonde con lui. Il per sempre e l’eterno.

Nel documentario di vero e di reale del nostro paese c’è veramente ben poco, se non niente. Conoscendolo, si ha anche una certa difficoltà a credergli di aver visto la moglie, Veronica Lario, per la prima volta a teatro, dove recitava ne “Il magnifico cornuto”. Tutti sappiamo, anche i meno cinefili, che la Veronica era attrice di un certo cinema…

Che ci rimane, dunque, di questo film inutile? Il ripasso di qualcosina, ma proprio qualcosina, di cose già viste e risapute, come l’intervista al grande Indro Montanelli, secondo il quale era chiarissimo che Berlusconi, “entrando in politica, avrebbe confuso i suoi interessi privati con quelli pubblici”.

Per circa ottanta minuti di un furbesco montaggio che, oltre a non dire nulla in più rispetto a quanto ci viene riferito quotidianamente dai giornali e a ciò che ha già mostrato Sabina Guzzanti nei suoi lungometraggi, più che quelle di una critica quelle di Faenza e Macelloni rischiano di assumere le fattezze di un vero e proprio monumento all’uomo delle stelle.

Giancarlo Visitilli

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