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Tomboy

Regia di Cèline Sciamma vedi scheda film

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La recensione su Tomboy

di mc 5
10 stelle

Vedere questo film è stato come obbedire inconsapevolmente alla necessità di rigenerarsi e di sostituire cellule vecchie con altre nuove. Questa è la percezione di un piacevolissimo e molto fresco impatto con un "filmino" piccolo piccolo ma generoso di emozioni sincere, di sguardi liberi, di orgoglio naif. Le cronache ci parlano di una pellicola realizzata con mezzi ridottissimi, in una ventina di giorni, con budget modesto e con una troupe di appena 15 persone. Nel  film appaiono, a parte i due genitori della protagonista, praticamente soltanto bambini. A loro è dedicato tutto il progetto e straordinaria è l'attenzione, quasi commovente, che Céline Sciamma (si percepisce subito) ha convogliato su quei bambini nella sua doppia veste di regista/sceneggiatrice. Il tema è di quelli non proprio facili da affrontare e personalmente ricordo qualcosa di (molto vagamente) analogo risalente a ormai parecchi anni or sono, "Boys don't cry", anche se è chiaro che allora si trattava di una storia drammatica mentre qui siamo dalle parti della commedia adolescenziale con qualche suggestione da romanzo di formazione. Quello che lascia allibiti è il tocco delicatissimo della regista nell'impostare tutta  la faccenda, producendo un risultato straordinariamente lieve e fresco, non contaminato da alcun elemento retorico e da nessun ricatto emotivo. E soprattutto prevale un enorme rispetto per lo sguardo dei bambini sul mondo. Sembra quasi che la giovane cineasta si accosti al "mondo bambino" in punta di piedi, pronta ad ascoltarne i soggetti, a recepirne sussulti, dubbi ed inquietudini. Vedendo scorrere sullo schermo le tante scene di giochi fra ragazzini, può capitare di essere colti da una voglia leggera di essere presenti su quel set, immaginando che per Céline dev'essere stata un'esperienza irripetibile rapportarsi a quel gruppo di giovanissimi...lo si percepisce a pelle, osservando le numerose sequenze in cui l'impressione è che la regista, previa la conquista di un'alchimia perfetta tra lei e il cast, abbia concesso ai giovani interpreti ampia libertà di movimento e di espressione. Un discorso a parte merita però la straordinaria protagonista Zoè Héran che pare rappresentare sè stessa, un volto cinematografico indimenticabile che, in sede di allestimento del casting, conquistò al primo sguardo il cuore della giovane regista. Ma procediamo per ordine. Una famiglia francese si è appena trasferita nella nuova casa, siamo nel periodo estivo e gli studenti sono in vacanza. Per loro è dunque un periodo speciale: le vacanze rappresentano un territorio franco spaziotemporale, gli insegnanti sono altrove e perfino i genitori paiono allentare i controlli. I ragazzi assaporano questa libertà che li inebria illudendoli che l'infanzia non abbia fine, e si abbandonano al gusto delle piccole trasgressioni, delle novità intriganti, e tra queste anche la scoperta dei primissimi (ancorchè confusi) turbamenti sessuali .Ma più che di sesso (ovviamente ancora assente data l'età media sui 10 anni) parlerei di "appartenenza ad un genere", nel senso che quei ragazzi (certo, non tutti, dipende dal singolo grado di sviluppo fisico e psichico) cominciano già a percepire delle reazioni a contatto coi compagni/e di sesso opposto. E può anche capitare (come capita alla piccola Laure) di vivere questa stagione della sua giovane vita all'insegna di una certa confusione, che ella coltiva in solitudine non potendo condividerla con nessuno. Laure effettivamente ha un aspetto inconsuetamente ambiguo; ma la sua appartenenza incerta, non definibile ad un primo sguardo, è naturale, non è il frutto di forzature. Ella è sicuramente nata femmina, ma qualcosa dentro di lei "spinge" verso il genere maschile, a partire da un aspetto che di vezzoso o di femmineo ha ben poco. O forse sì, a tratti ce l'ha, ma coniugato ad uno sguardo fieramente maschio. E in quell'estate calda, Laure vive un'esperienza straordinaria. Per alcuni giorni, coltiva un segreto che la emoziona e la esalta, pur consapevole che "ballerà una sola estate": far credere ai compagni di giochi che si chiama Michael ed è un ragazzo. E la cosa funziona, anche perchè gli amichetti la conoscono per la prima volta, essendosi Laure appena trasferita in quel quartiere. Certo, mantenere due identità implica per Laure una messa in scena alquanto impegnativa, ma l'esperienza è talmente importante per lei che Laure riesce, almeno per un certo periodo, a far quadrare il cerchio, senza far trapelare alcunchè ai genitori, che ovviamente non sospettano assolutamente nulla. Finchè la sorellina piccola della ragazza, armata peraltro di un candore che spaccherebbe le montagne di pietra, non afferra al volo tutto quanto. E qui si realizza una singolare complicità tra le due sorelle, sostenuta dal fatto che la piccolissima Jeanne ha sempre sognato di avere un giorno un fratellino maschio e dunque vede in questa nuova "figura" di Michael quel fratello che ella non ha mai avuto. Su questo sfondo si inserisce poi Lisa, compagna di giochi decisamente più evoluta (psicosessualmente) degli amichetti, che si sente fortemente attratta da "MIchael", probabilmente causa dei suoi primissimi sussulti ormonali. Le avances di Lisa destabilizzano ancor più il già precario equilibrio psicologico di Laure, tra sguardi dolci e qualche tenero bacetto in punta di labbra. Mettiamo però subito in chiaro una cosa: tutto quanto appena detto non possiede nemmeno l'ombra di qualsivoglia morbosità. Anzi, la brava Céline Sciamma dirige la vicenda con una delicatezza che quasi commuove e, in ogni caso, appassiona lo spettatore il quale, oltretutto, partecipa alla storia anche in chiave di suspense, ansioso di scoprire per quanto il "trucco" di Laure potrà ancora reggersi e curioso nel pregustare il momento (drammatico?) in cui Laure farà una mossa falsa e verrà scoperta dai genitori. E costoro come reagiranno? La puniranno? E che ne sarà della candida infatuazione per la piccola Lisa? Sono tutti interrogativi che troveranno risposta nel precipitare degli eventi, ma che preferirei lasciare scoprire a tutti coloro che sceglieranno di vedere questo bel film. Si esce dalla sala piacevolmente inteneriti (i commenti del pubblico erano molto generosi) ma anche stimolati ad una serie di riflessioni sulla libertà di poter scegliere ciascuno il proprio genere, e sulla possibilità (reale o presunta) di ognuno di noi (fin dall'infanzia) di poter ascoltare la voce della propria natura, pur condizionati come siamo dalle molteplici influenze che la società e i suoi schemi definiti esercitano sulla nostra psiche. La piccola Laure fa proprio questo: si ferma ad ascoltare il proprio istinto, che contiene una porzione senza dubbio maschile. Ma quell'aspetto, quella parte nascosta della sua natura, quel suo (terribile? dolce?) segreto, viene alla fine nervosamente represso dai genitori e umiliato crudelmente dai compagni di giochi. E il film si chiude su una doppia inquadratura che lascia allo spettatore trarre una propria conclusione: da una parte Laure che dal balcone guarda l'amichetta Lisa, e questa che a sua volta la osserva dal cortile sottostante, in un gioco di sguardi e silenzi che rimanda ad un finale aperto. Nulla sarà più come prima? E Laure sarà in grado di affrontare il mondo in abiti femminili?
PS: L'ennesima lezione da parte di un(a) cineasta francese: di poesia, sensibilità e leggerezza.     
Voto: 9 e 1/2   

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