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Il discorso del Re

Regia di Tom Hooper vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Il discorso del Re

di Spaggy
8 stelle


La storia, quasi sconosciuta ai più perché tenuta volutamente nascosta anche per richiesta dell’attuale sovrana d’Inghilterra (così racconta il giornalista Peter Conradi dalle pagine del “The Sunday Times”), narra le vicissitudini che porteranno Albert Frederick Arthur George Windsor detto Bertie, duca di York e secondo figlio di re Giorgio V, a divenire re nonostante il suo volere, dopo che la condotta amorosa e le simpatie filonaziste del fratello regnante (David, salì sul trono alla morte del padre, con il nome di Edoardo VIII) avevano scatenato un’onda di malumore che dalle sale del Parlamento inglese raggiungevano anche gli strati più bassi della popolazione.
 
Quali erano i motivi per cui Bertie detestava la sua sorte, il suo destino? Fondamentalmente due: un profondo senso d’inadeguatezza, considerando che era stato solo un ufficiale di Marina e quindi poco propenso agli affari di Stato, e un problema strettamente “fisico”, la balbuzie. È chiaro che il film, come una moderna favola, segue il percorso che porterà Bertie a superare le sue difficoltà fino ad acquisire maggiore fiducia nelle sue capacità e in se stesso.
 
Il problema della balbuzie accompagna il piccolo Bertie sin dall’età di 8 anni. Il suo difetto è strettamente connesso alla sfera psichica: Bertie ha sempre vissuto all’ombra del padre e del fratello; Bertie non ha mai ricevuto un gesto d’affetto paterno; Bertie è stato costretto sin da piccolo a fare i conti con la propria solitudine, lasciato in balia di una tata non proprio amorevole; Bertie non ha mai superato la morte del piccolo fratello Johnnie, portato via in silenzio dall’epilessia a soli 13 anni; Bertie non ha mai avuto un amico con cui condividere i propri segreti, sia per colpa delle rigide procedure di corte sia per il suo carattere introverso; Bertie si è sempre sentito diverso anche per via della sua costituzione fisica non proprio da adone: ha dovuto correggere un ginocchio valgo, è stato punito per essere mancino, ha sofferto di gravi problemi di stomaco dovuti al comportamento poco etico della tata. Ne esce così fuori un uomo fragile coperto da una corazza di austerità che lo protegge dalla minaccia dei sentimenti, rendendolo anche incapace di relazionarsi con le proprie figlie. L’unica persona con cui riesce ad avere un rapporto alla pari è con la moglie Elizabeth Bowes-Lyon, donna dal forte temperamento, tanto da rendere ancora più concreta l’espressione popolare per cui “dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna”.
 
Vivendo protetto dall’idea di non dover mai essere un personaggio pubblico, il duca di York non si preoccupa della sua balbuzie fino a quando per volere del padre è costretto a tenere un discorso pubblico alla radio e di fronte a migliaia di persone allo stadio di Wembley in occasione dell’Esposizione Imperiale del 1925. Ovviamente il risultato è disastroso: balbettii, inceppamenti, umilianti silenzi accompagnano i minuti più deliranti della sua esistenza.
 
Da quell’esperienza, comincia un lungo percorso che porta per 9 anni Bertie a cercar di curare il proprio problema. Gli approcci classici sono i più disparati: rifacendosi al metodo usato per curare Demostene gli si consiglia di fumare per rilassare la laringe e di parlare tenendo biglie sterilizzate in bocca, con risultati che costringono il cadetto reale alla resa. Fino a quando la moglie, su consiglio di un’amica, trova un logopedista di origini australiane nelle squallide stanze di Harley Street, Lionel Logue. Credendo di essere nelle mani di un dottore alquanto curioso e strambo, Bertie accetta di seguire (dopo molta diffidenza iniziale) le tecniche che gli vengono impartite.
 
Gargarismi alla finestra, scioglilingua impronunciabili ("Benjamin Bramble Blimber borrowed the baker's birchen broom to brush the blinding cobwebs from his brain"), discorsi cantati sulla melodia di “Campton Races”, rilassamento della mascella, esercizi al diaframma flaccido… il tutto accompagnato da lunghe conversazioni in cui le distanze reali imposte dal protocollo vengono annullate dalla tenacia del comportamento a tratti invasivo di Lionel, che offrendo una metaforica spalla a Bertie riesce a sciogliere la sua corazza facendo emergere tutti gli elementi che sono causa della sua balbuzie. Il tutto in un crescendo narrativo che tocca il suo apice nell’incontro tra i due, successivo alla morte di Giorgio V, in cui emergono tutti i fantasmi della vita di Bertie.
 
La morte di Giorgio V porta inevitabilmente il figlio maggiore, David, sul trono d’Inghilterra. Ma i panni del re stanno scomodi a Edoardo VIII per via di una relazione spregiudicata per i tempi: David si accompagna infatti ad una donna americana, Wallis Simpson, pluridivorziata e abbastanza licenziosa per via delle relazioni multiple che intrattiene (si mormora che, oltre al re, avesse tra gli amanti anche uno squattrinato venditore di automobili e un sergente tedesco nazista). David vorrebbe sposare la donna ma la Chiesa Anglicana non avrebbe mai permesso tale unione. Sotterrato dal peso degli obblighi e dalla impossibilità di godere di privilegi esclusivi, Edoardo VIII lascia il trono al fratello Bertie, in un momento storico abbastanza complesso: è il 1936 e l’Europa è divisa su due fronti, la follia imperiale di Hitler da un lato e le lotte staliniste dall’altro.
 
Ci vorranno ben tre anni prima che Giorgio VI ottenga la piena fiducia del suo popolo. Tre anni caratterizzati dalla sofferenza di Bertie per non essere all’altezza del ruolo, per non riuscire a parlare in pubblico nonostante avesse “voce”. Solo con l’aiuto di Lionel, richiamato dopo un periodo di allontanamento a causa di una diatriba tra i due, il re infatti riuscirà a pronunciare il fatidico discorso alla radio del 03 settembre 1939, giorno in cui l’Inghilterra dichiarava guerra alla Germania hitleriana:
“In quest’ora difficile, forse la più cupa della nostra storia, mi rivolgo al mio popolo, in patria e Oltremare, con la stessa profondità di sentimenti che userei se potessi parlare a ognuno a tu per tu.
Per la seconda volta nella vita di molti di noi siamo in guerra.
Di nuovo abbiamo tentato a lungo di trovare una via d’uscita pacifica dai contrasti internazionali, ma invano.
Ci vediamo costretti a opporci a un principio che se prevalesse sarebbe fatale per la nostra civiltà....Un principio secondo cui semplicemente la forza è diritto: se fosse stabilito nel mondo la libertà del nostro Paese e dell’intero Commonwealth sarebbe in pericolo. Ma oltre a ciò i popoli vivrebbero nella paura e scomparirebbe la speranza di pace e sicurezza, giustizia e libertà nel mondo.
Per la salvezza di tutti quelli che abbiamo a cuore e della pace del mondo, è impossibile rifiutarsi di affrontare questa sfida.
Ecco perché chiedo al mio popolo di fare di questa causa la sua causa. Vi chiedo di rimanere fermi e calmi e uniti in questo momento di prova.
Il compito sarà duro: ci saranno giorni oscuri davanti a noi, ma possiamo solo fare la cosa giusta, dato che sappiamo qual è, e affidarci a Dio.
Se avremo fede e resteremo uniti, con l’aiuto di Dio prevarremo. Possa Egli benedirci e proteggerci tutti.”
 
Un discorso di tre minuti, tenuto alla radio e preparato in meno di un’ora con l’ausilio di Lionel che sapientemente ne decurta le parole più difficili, ne tratteggia le pause e il ritmo, accompagnando il re fino ai microfoni della BBC. Un discorso che infonde fiducia ad un’intera Nazione proprio perché attraverso la fermezza del Re si evince la fiducia che l’uomo Bertie ha trovato in se stesso e nel ruolo che ricopre.
 
 
Un film giocato su diversi piani di lettura, tanto che nonostante la didascalia di certe scene riesce difficile annoiarsi. Il regista è stato già alle prese con la dinastia dei Windsor anni fa quando aveva tratteggiato il ritratto di Elizabeth I per un biopic televisivo di stampo epico. Non stupisce quindi che le scelte di costumi e scenografie siano impeccabili, così come la descrizione dei rituali di corte (basti vedere la scena della cena a casa di re Giorgio V prima della sua morte e il rituale dell’orologio tenuto avanti di mezz’ora o la scena delle prove dell’incoronazione di Bertie). Ma “Il discorso del re” non è un film storico, lo si potrebbe definire semmai un “dramma da camera”, basato sull’amicizia tra due uomini distanti da loro sia per estrazione sociale sia per carattere e sulla rivincita di entrambi su una vita che non gli apparteneva.
 
 
Da un lato abbiamo Bertie: aristocratico, non designato al trono, austero, elegante, impeccabile tanto da non aver mai detto una parolaccia, vissuto nelle più rigide impostazioni di corte che vietano a chiunque di dargli del tu. Dall’altro lato invece troviamo Lionel: non un dottore (e questo sarà motivo di scontro tra i due) ma un logopedista per caso, un attore australiano che non avendo successo con le sue interpretazioni shakespeariane si dedica ad impartire lezioni di dizione a soldati reduci dalla Prima Guerra Mondiale con problemi di linguaggio e che ottiene risultati soddisfacenti facendo ricorso a terapie quasi psicologiche, di analisi; un uomo estroverso, non esita due volte a dare del tu a Bertie e a porsi sul suo stesso piano, nonostante sia figlio di un birraio e abbia vissuto in maniera poco incline alle etichette, con violenti scontri dialettici conditi da battute fulminanti, al vetriolo. Eppure il divario tra i due non è da ostacolo al profondo legame di amicizia che li accompagnerà per il resto della loro esistenza, sancito da rispetto e fiducia reciproca, dal successo per entrambi. Se Bertie riesce a vincere la sua balbuzie lo deve solo alla rappresentazione teatrale messa in scena da Lionel: le prove per l’incoronazione ci proiettano subito in teatro, alle regole della messa in scena, alla scelta del tono, dell’impostazione e del volume della voce. La riuscita di Bertie è il riflesso dell’affermazione come attore di Lionel.
 
 
È anche un film di profonda critica alle regole di corte e alla Chiesa stessa. Basti pensare che nel suo umorismo inglese lo stesso Bertie si troverà a dire che “non sempre un re apre bocca per dire ciò che pensa” o che “un re parla a nome di una Nazione anche se le decisioni non sono sue”, mentre le critiche alla Chiesa Anglicana arrivano attraverso il rapporto tra David, Bertie e l’Arcivescovo Cosmo Lang: Chiesa apparentemente servile nei confronti del Re ma alla ricerca della supremazia del potere (si vedano le critiche a Edoardo VIII o la contrarietà nei confronti della presenza di Lionel).
 
 
Ed infine è anche un film sulle comunicazioni di massa e sul loro uso propagandistico. Prima di ogni altro, re Giorgio V (il padre di Bertie) aveva capito le possibilità che il mezzo dava per arrivare a più gente possibile, per accaparrarsi le simpatie del popolo affascinato dalla sublimità delle onde radio e dai riti collettivi di ascolto. Giorgio V usava la radio nello stesso modo in cui la propaganda di Goebbels usava le immagini. E il paragone è indiscutibilmente reso evidente dalle uniche immagini di repertorio in cui si mostra Hitler in azione con tutta la sua carica oratoria e retorica che affascina Bertie non appena incoronato. E il motivo del fascino è duplice: Hitler stava facendo tutto ciò che il padre aveva cercato di impartire a lui e Hitler stava facendo ciò che a lui non era ancora riuscito, calamitare l’attenzione attraverso l’uso della parola. E che il tema della comunicazione sia importante è evidenziato dalla stessa costruzione del film, tutto costruito nell’attesa che intercorre tra la prima scena (il disastroso discorso allo stadio di Wembley) e l’ultima (il discorso trionfale alla BBC): tutto il dramma, vissuto tra storia e umorismo, si risolve in pochissimi minuti liberatori, costruiti quasi al rallentatore (non casuale la scelta di raccontare con le immagini il lungo percorso che dalle sale private del Re porta alla stanza dove è piazzato il microfono della radio, quasi il percorso che porta un pugile dal suo camerino al ring).
 
 
Sarebbe poi riduttivo segnalare solo le due ottime prove di Colin Firth e di Geoffrey Rush (Bertie e Lionel) senza notare come tutto il cast, seguito in maniera impeccabile dalla regia, reciti in maniera ottimale: una sorprendente Helena Bonham Carter riveste il ruolo della determinante moglie di Bertie, un irriconoscibile Guy Pearce quello del fratello David mentre prezioso apporto è dato da Derek Jacobi (odioso nei panni dell’Arcivescovo), da Michael Gambon (intensa la scena in cui il suo Giorgio V si appresta a firmare l’ultimo atto di Stato da lui emanato) e da un imbolsito Timothy Spall nei panni di un Churchill più irriverente e sospettoso che mai, capace di percepire anni prima l’andazzo dei movimenti storici nonostante la sua “lingua legata”.
 
 
Curiosa la scelta finale che rimanda alla caratterizzazione psicologica di due personaggi ancora viventi: l’abbraccio dopo il discorso finale alla radio, denota le psicologie delle piccole Margaret e Elizabeth, tenera e familiare la prima, dura e critica la seconda (destinata a divenire regina).
 
 
Ottima la fotografia (soprattutto nella scena in esterno della passeggiata/scontro di Bertie e Lionel) e la colonna sonora beethoveeniana, che segnala la complessità del periodo storico.
 
Un piccolo errore storico perdonabile nella scena finale. Durante il discorso, Bertie non riesce a pronunciare la parola “war”, “guerra”. Lionel glielo fa notare e il re risponde con il suo fulminante umorismo british: “L’ho fatto apposta… se non avessi fatto alcun errore, la gente avrebbe potuto pensare che a parlare non fossi io”. In realtà l’episodio sarebbe accaduto dopo un discorso nel dicembre 1944, quando il re incespicò sulla “w” della parola “weapons”, armi.
 
 
Mi sono sempre chiesto quali fossero le caratteristiche per cui un film si possa definire perfetto. E mi sono sempre dato risposte che variavano di fronte ai vari lungometraggi: profondità dei contenuti, linearità espositiva, introspezione e caratterizzazione dei personaggi, attenzione alla tecnica (luci, fotografia, ecc), regia solida, amalgama tra gli attori che componevano il cast.
 
E in base agli elementi sopraccitati “Il discorso del re” rientrerebbe a pieno titolo tra i film perfetti ma… quello che forse manca è quel tantino di spudoratezza, sporcizia, espositiva che avrebbe portato un tocco in più. Forse per piacere sia ad inglesi sia ad americani, il regista ha dimenticato di osare, di tratteggiare il tutto con il suo personalissimo tocco, tanto che si fa fatica a definirlo un “film di Hooper”, finendo con il diventare semplicemente un film di Colin Firth, splendido attore protagonista in uno dei ruoli più complessi della sua carriera. Di certo non il migliore, considerando l’eccellente lavoro svolto per “A Single Man”.
 
Di conseguenza, le 5 stelle rimangono lontane solo per non aver dato anima all’intera storia, per non aver provveduto ad emozionare visceralmente, un po’ come accaduto anche per “The Queen” di Frears: ottima prova di attori, ottimo mix di storie e vita privata, ma poca partecipazione dello spettatore.
 
E ammetto di aver dovuto vedere il film due volte prima di farmene un’idea a tutto tondo e il motivo è ben presto detto: se potete, provate a recuperare la versione originale dopo aver visto quella doppiata in italiano. Non che il doppiaggio sia infimo o di scarso livello, anzi. Il problema risiede semmai nelle sfumature di tono che Firth imprime al suo personaggio e che inevitabilmente vengono perse: non si può capire l’ottimo lavoro svolto, si ridurebbe il tutto ad un’analisi della postura o della prossemica. Si perde lo sbalzo emotivo del personaggio nella scena che descrive le prove del discorso finale, non si colgono i doppi sensi legati anche ai dialoghi tra Bertie e Lionel, così come l’ironia della moglie di Bertie negli incontri con Lionel stesso.

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