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Visitor of a Museum

Regia di Konstantin Lopushansky vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Visitor of a Museum

di maldoror
10 stelle

Chiedo venia se, lasciandomi trasportare dall'entusiasmo, ho deciso di appioppargli 5 stellette mentre probabilmente ne meritava una di meno, ma per questo film nutro ormai una personale venerazione.
Il film è ambientato in una periferia urbana ridotta a un'enorme discarica radioattiva illuminata da luci rossastre, in cui poche figurine umane si aggirano per paesaggi sterminati di rifiuti tossici e residui dell'era postindustriale. L'umanità che abita questo desolato deserto postatomico, è divisa in due: da un lato i "normali", i pochi rappresentanti rimasti della civiltà tecnologica e razionalistica, dall'altro i cosiddetti "degenerati", esseri deformi e psichicamente minorati, nati così probabilmente a causa delle radiazioni, scarti umani prodotti dalle rovine della medesima e dell'umanità ormai morente. Questi ultimi, sorta di nuovi Cristiani all'epoca della caduta dell'Impero, che vivono rinchiusi in una enorme fabbrica sotterranea che sembra l'inferno, sono dediti a uno strano culto in un tempio abbandonato (il "Museo" cui fa riferimento il titolo), culto che prevede un'unica preghiera consistente nell'urlare una sola frase: "lasciaci uscire da qui" (ovvero "lasciaci morire"), e basato su scritture in cui si parla dell'estraneità dell'uomo a sè stesso, della sua incapacità di essere padrone del proprio destino ("Dio si è nascosto e dappertutto regna l'inferno, ogni cosa che l'uomo fa è inferno", dice uno dei sacerdoti degenerati), di una misteriosa collina sulla quale avrà luogo l'inizio di una nuova era, e soprattutto in cui si profetizza la venuta di un nuovo Messia inviato per farsi portavoce delle sofferenze dei supplici presso il Signore, allo scopo di esaudire la loro preghiera: "Egli si farà carico delle vostre suppliche presso la sede della giustizia...Ma egli non comprenderà il suo mistero nè comprenderà il suo percorso. Egli dovrà essere sordo e cieco come tutti gli incrollabili alla fine dei tempi. Ma percepirà le ali del suo angelo, il nome del suo angelo è Dolore. Sia realizzata la profezia poichè essa dice: un propiziatore giungerà nei giorni finali, la sua venuta gli scatenerà una grande sofferenza. Non avrà null'altro se non questa. Non avrà il dono della profezia, nè della guarigione, nè il dono della provvidenza, nè il dono delle lingue. Ma dovrà essere ascoltato per via delle preghiere dei disperati. Nel giorno decisivo intercederà per voi e sarà l'ultimo, non potrà esserci nessun altro. Amen".
Anche il nuovo Messia dunque sarà vittima della maledizione che avrebbe colpito l'umanità intera: l'alienazione da sè, l'incapacità di comprendere sè stessa e la meta del proprio percorso. "Se tutto è già scritto, se tutto è previsto, allora non siamo altro che marionette", vittime di una storia destinata a ripetersi in eterno e dalla quale l'uomo pare estromesso in quanto soggetto. I degenerati dunque, non rappresenterebbero altro che l'Uomo, la loro menomazione psichica e fisica simboleggia la sua imperfezione, l'ignoranza e l'oscurità nella quale egli si muove: in un dialogo tra il protagonista e il padrone della locanda presso cui alloggia, viene paragonata la dottrina dei "degenerati" alla massima dell'apostolo Paolo: "si faccia stolto per diventare sapiente, poichè la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio"; "sono pensieri incomparabili", "perchè? E' essenzialmente la stessa cosa". Così come quella sola frase recitata dai degenerati nella loro unica preghiera ("lasciaci uscire da qui") racchiuderebbe l'essenza del sentimento religioso e della condizione umana, almeno nella visione nichilista e disperata di Lopushanskij: non c'è differenza tra noi e loro, perchè noi tutti siamo "deformi", un po' come ne "Anche i nani hanno cominciato da piccoli" di Herzog, in cui la deformità dei personaggi è allegoria della condizione umana.
In una lunga sequenza vediamo il nuovo Messia vagare da solo in mezzo a una natura desertica e selvaggia, in cui poter andare alla ricerca di un contatto col sacro in quanto luogo lontano dalla presenza contaminante e mortifera dell'uomo, andando alla ricerca di un segno, di una manifestazione del Divino; unico momento, questo, in cui il lirismo delle immagini offre un parziale riposo all'occhio dello spettatore, in un film interamente dominato da una fotografia espressionista, basata tutta sul rosso sanguigno che inonda gli interni delle case e della fabbrica e illumina i volti di una luce infernale, e sul nero che carica ogni immagine di un'angoscia opprimente. Ma la manifestazione non avverrà, Dio si nasconde, non si mostra, e il Messia storpio, come profetizzato dalle scritture, salirà sulla collina della "nuova era", un enorme cumulo di immondizia, iniziando a dirigersi verso un orizzonte in cui i rifiuti si perdono a vista d'occhio, non potendo fare altro che urlare a un Dio che si nega tutto il dolore sordo dell'umanità, mentre un sole semicoperto sembra guardarlo indifferente e stormi di corvi neri svolazzano sull'enorme discarica stagliandosi contro il cielo rossastro, in quello che forse è il finale più sublime e terribile che ricordi di aver mai visto.

Certo, qua e là una certa tendenza al manicheismo, qualche ingenuità e qualche concessione ad un weird quasi jodorowskiano (sottolineo "quasi") non rendono questo "Posetitel muzeya" quel capolavoro che a mio avviso avrebbe potuto essere. Vi si può rintracciare una certa ingenuità nella critica al razionalismo della civiltà occidentale che avrebbe portato quest'ultima alla rovina, come in un dialogo tra uno dei "normali", sostenitore della suddetta mentalità razionalistica, e uno dei degenerati, in cui il primo cerca di liberare il secondo dalle assurde superstizioni del suo credo pseudo-religioso ("l'uomo ha prodotto solo immondizia" afferma il degenerato, "no, l'uomo ha prodotto beni materiali" risponde l'altro). Più che altro la superficialità di Lopushanskij consiste probabilmente nel limitarsi ad attribuire tutti i mali della civiltà al razionalismo imperante, ritornello che è stato ripetuto fin troppe volte, quando bisognerebbe precisare invece che non è la Ragione di per sè il Male assoluto, ma la razionalità subordinata a un particolare modo di produzione, quello capitalistico, il quale è probabilmente il vero responsabile della decadenza. Non è "l'Uomo" in generale ad avere prodotto solo immondizie, ma i pochissimi uomini che detengono il potere economico e con esso le redini del mondo contemporaneo.
Detto ciò, "Posetitel muzeya" rimane comunque un film di rara potenza visiva e visionaria, un'opera deviata, impossibile da far rientrare totalmente in un genere; l'unica eredità ravvisabile è il cinema di Tarkovskij (oltre, in parte, alla fantascienza apocalittica), di cui Lopushanskij ha sicuramente introiettato lo stile, la sensibilità visiva e le tematiche, ma che ha sviluppato in direzione di una poetica del tutto personale e indipendente, sicuramente meno profonda e poetica, ma virata verso un pessimismo cosmico e un nichilismo radicale, che in questo film toccano il loro punto più alto all'interno della filmografia del regista.  

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