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127 ore

Regia di Danny Boyle vedi scheda film

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La recensione su 127 ore

di Stuntman Miglio
8 stelle

Ebbene sì, annoveratemi tranquillamente nella schiera dei sostenitori di questa controversa pellicola. "127 ore" mi è piaciuto e parecchio. Un film coraggioso e di grande impatto che difficilmente lascia indifferenti, nel bene o nel male. La storia di Aron Ralston, qui messa in scena dal mai banale Danny Boyle, è piuttosto celebre: giovane ed intraprendente scalatore fugge dal caos della città per un'escursione solitaria nel canyon del Blue John (da Butch Cassidy). Tutto procede per il meglio sino a quando l'alpinista provetto non scivola in una gola rimanendo con il braccio destro bloccato sotto un' inamovibile roccia. Disperso nel bel mezzo del nulla, inizia la sua battaglia per la sopravvivenza. In molti, già all'epoca di "Into the wild", trovarono da ridire circa l'eccessiva radicalità di certe storie tacciandole d'inutilità o peggio ancora di sfoggio stilistico fine a sé stesso. E lì eravamo dalle parti del capolavoro. Inevitabile che anche il film di Boyle, che con quello di Penn condivide il tema dell'evasione come salvezza da una società schizofrenica, fosse bersaglio delle medesime critiche. Poi è vero che "127 ore" sia un lungometraggio imperfetto: c'è il product placement, ci sono alcuni espedienti narrativi un po' troppo comodi (le allucinazioni e soprattutto la predizione finale) e la totale assenza di tempi morti influisce forse sulla credibilità del calvario del protagonista. Eppure tutto questo, almeno per me, passa in secondo piano di fronte all'audacità di un girato frenetico in diretta contrapposizione con la staticità della situazione narrata. A differenza del suo personaggio, le macchine da presa di Boyle (alcune installate nei posti più impensabili come quella all'interno della borraccia) si muovono in continuazione, in lungo ed in largo, in split screen, in piano sequenza (bellissimo quello ascensionale che rivela la posizione di Aron in tutta la sua solitudine), in accelerazione, in rallenty, in flashback ed in flashforward dando luogo a digressioni più o meno riuscite che aiutano meglio a comprendere il background del protagonista. Ma non è tutto, oltre l'ineccepibile confezione (ottimo anche il lavoro di fotografia nonostante la strumentazione digitale) c'è poi una componente di pathos non indifferente; la graduale presa di coscienza di Ralston è immortalata in maniera più che convincente e culmina nella (atroce) consapevolezza di essere lui l'unico fautore del proprio destino. Un messaggio semplice in una situazione estrema che si rivela in tutta la sua chiarezza sin dai titoli di testa e prosegue in crescendo sino alla soffertissima conclusione. E James Franco? Protagonista assoluto ed imprescindibile, al servizio di Boyle, ci offre forse la sua prova migliore, sicuramente la più matura, di una drammaticità a tratti straziante. In conclusione, "127 ore", probabilmente non è un film irrinunciabile ma contiene al suo interno dei bei momenti di cinema e conferma il talento di un regista in costante evoluzione. Dimenticavo: Festival, dei Sigur Ròs (di cui non sono un fan), sul finale, ti strappa il cuore dal petto.

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