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Regia di Danny Boyle vedi scheda film

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La recensione su 127 ore

di barabbovich
8 stelle

Via dalla pazza folla. Senza avvisare nessuno e dimenticando persino il coltellino svizzero a casa. Into the wild. Alla ricerca della pienezza che soltanto il deserto sa darti. Così partì in un giorno del 2003 Aaron Ralston dallo Utah, prima in auto, poi in bici e infine a piedi, zaino in spalla. Nel deserto puoi persino fare amicizia con un paio di ragazze, se hai sufficiente faccia tosta da millantare credenziali come guida, puoi farti un bagno in un lago sotterraneo e proseguire da solo il tuo cammino. A meno di non strafare. Aaron rimane incastrato nel crepaccio di un canyon per 127 ore, il braccio stretto nella morsa di una pietra, poi la cancrena e la drammatica decisione di amputare l'arto per salvarsi. Secondo una consuetudine ormai consolidata nella sua filmografia, Boyle alterna le megaproduzioni in stile The millionaire, a film a basso costo come questo, in cui comunque riesce a fare miracoli. Intanto perché la sintassi filmica è talmente ricca da toccare un'infinita girandola espressiva che non va mai alla ricerca del virtuosismo fine a se stesso: a suon di split screen, accelerazioni in montaggio, impressionanti movimenti in dolly, alternanza di riprese in pellicola e in video (anche se funzionali al racconto: il protagonista, con una cospicua dose di umorismo, si riprende mentre fa la cronaca di quelle che crede saranno le sue ultime ore di vita). E poi, o forse soprattutto, per come la sua regia energica e muscolare riesce a tenere incollato lo spettatore alla poltrona per un'ora e mezza, con un film estremo girato in unità di tempo e di luogo - siamo dalle parti di Prigionieri dell'oceano, Duello nel Pacifico e Cast away - e praticamente con un solo attore (uno strepitoso James Franco che inscena ogni sfumatura espressiva possibile, con qualche merito anche dei truccatori). Mentre è in trappola nella gola del canyon, Aaron rievoca ricordi, ha qualche allucinazione, fa i conti con i millilitri d'acqua che gli rimangono, intona un mantra per poter rimanere lucido e calmo, escogita soluzioni, mostra un invidiabile senso dell'umorismo. Un inno alla vita, coronato dalle immagini di chiusura, con il vero Aaron che continua a fare l'escursionista. Solo che adesso lascia sempre detto dove va.

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