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Cold Fish

Regia di Shion Sono vedi scheda film

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La recensione su Cold Fish

di EightAndHalf
8 stelle

La storia di un uomo triste. Di due famiglie parallele, di due lavori paralleli. E di entrambe le coppie un elemento è il Visitor Q dell'altro. Ma siamo lontani dallo splatter e dalla crudeltà compiaciuti alla Takashi Miike, benché ci ritroviamo nel mondo del compiacimento.
L'incipit del film (che fa attendere ben venti minuti prima che appaia il titolo) ci introduce nella vita sufficientemente convenzionale di una famiglia composta da un padre, Shamoto, debole e vessato dall'esistenza; una seconda moglie, Taeko, di corpo prosperosa ma poco capace di comprendere le necessità della figliastra; e la figlia, appunto, che dal canto suo poco comprende e accetta la posizione di Taeko. Nelle incomprensioni normalissime di una famiglia normalissima ha inizio l'assurdo, il grottesco paonazzo che implode nelle inquadrature di Sono e che fa apparire come scene d'azione vicende di vita quotidiana, come tutta la spesa iniziale al supermercato e la preparazione della cena al microonde, a farci penetrare in nuovi orizzonti dell'adrenalina (che insensata gira a vuoto di fronte al semplice). Quando il Visitor Q, tale Murata, entra nelle loro vite a offrire a tutti un nuovo lavoro (e, in fondo, un nuovo ruolo esistenziale), non avrà però il "felice" esito di riappacificare, a qualunque costo (anche del più disgustoso), i personaggi, come nel film di Miike, ma li porterà a una separazione ancora maggiore, ancora più deforme. Se in Miike il ricongiungimento era soprattutto carnale/istintivo, anche qui la separazione è colma di carne e sangue. Messa la figlia a lavorare nel suo grandissimo negozio di acquari e messe le corna a Shamoto violentando una Taeko sempre prosperosa e desiderosa, a sorpresa, di schiaffi ben assestati per godere di più, Murata ingaggia Shamoto e ne fa una sorta di servetto personale da trattare come testimone debole e inoffensivo di tutte le violenze che Murata stessa elabora ai danni dei suoi nemici, che è solito uccidere e poi letteralmente "smontare" con la folleggiante pansessuale moglie Aiko in un bagno striminzito e ogni volta più rosso che bianco della sua casa. Murata riversa le sue pulsioni in un elemento estraneo, a cui fa dire bugie su misura per yakuza incazzati, e lo costringe a osservarlo nel suo espletare tutte le sue manie, così da maltrattarlo a livello tale da provocare, nel senso generale di questa pellicola, un senso di costante frustrazione (sessuale, perché questa dimensione per la maggior parte del film è tutta raffreddata nell'atto del guardare; familiare, perché è in atto lo smembramento di una delle certezze già di per sé più traballanti della socialità dell'uomo moderno; lavorativa, perché vince sempre la concorrenza e ciò ha conseguenze gravissime in tutte le altre dimensioni della propria vita), spinta verso l'eccesso e il giro a vuoto, per disgustare, rigettare il piacere dello spettatore, ridurlo ai minimi termini, racchiudendo tutte le pulsioni represse dentro il corpo di uno Shamoto sempre a testa bassa, sempre terrorizzato, "senza palle", per dirla senza poeticismi, ma con un'umanità fisica straripante che, sicuramente, ha modo di esplodere nel finale. Cosicché finalmente lo spettatore, nello sviluppo finale della vicenda, si sente letteralmente pervaso da un'esplosione fisica, intellettiva, ormonale, orgasmica, quando Shamoto si rialza i pantaloni (metaforicamente parlando) e ricomincia a correre. Non c'è vendetta, nelle sue intenzioni, non c'è emozione: la sua è una anti-ricerca mortuaria verso il proprio disfacimento fisico al costo di non accettare più una vita che è, banalmente ma decisamente, sofferenza. La sofferenza è negli occhi di chi guarda, la morte è liberazione, sulla Terra (blu, osservata da un planetario) rimangono le carcasse putrescenti di chi ha carnalmente vissuto e, coerentemente, è morto. La risata finale è macchiettistica, ma fenomenale, perché nell'inerzia della morte si torna ad essere terra e forse è tutto meglio, mentre nella vita l'assurdo regna incontrastato, forse nell'illusione che davvero i sentimenti e la ragione possono avere un ruolo importante.
Cold Fish è fatto tutto di corpi, carne, sangue, pulsioni, impeti, orgasmi, adrenalina, sporcizia, disomogeneità. Verso nuove vette di liberatorio nichilismo.

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