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La donna che canta

Regia di Denis Villeneuve vedi scheda film

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La recensione su La donna che canta

di darkglobe
9 stelle

L'orrore della guerra civile

È all’omonima opera teatrale del 2003, scritta dall’icona Wajdi Mouawad, libanese emigrato a 10 anni in Bretagna e di seguito in Canada, dove si è diplomato presso la Scuola nazionale di teatro, che fa riferimento questo inquietante film sul dolore e le crudeltà umane. Presentato nel 2010 al Festival del Cinema di Venezia (Menzione 27 volte cinema), premio come miglior film canadese al Toronto International Film Festival e candidato per il Canada al premio Oscar 2011, è stato diretto dal regista Denis Villeneuve, che all’epoca aveva all’attivo già 3 film non magniloquenti come i vari 2049 e Dune, ma assolutamente rilevanti in termini di stile e caratterizzazione psicologica dei personaggi.

La donna che canta è senza alcun dubbio un’opera coraggiosa per due motivi: in primo luogo portare un lavoro teatrale al cinema rappresenta sempre una scelta rischiosa, se la trasposizione non riesce a sfruttare le potenzialità spazio-temporali offerte dal mezzo cinematografico; in secondo luogo non è semplice ambientare una storia così dolorosamente intima in un contesto complicato e per certi versi criptico quale quello delle vicende storico-politiche libanesi relative alla guerra civile iniziata a partire dagli anni ‘70, che ha trasformato un paese in cui regnavano tolleranza e multi-etnie in un luogo di dolorose nefandezze umane. Eppure Villeneuve ci riesce, senza la necessità di alcuna chirurgia visiva dei dettagli sulle atrocità raccontate, molte volte lasciandole semplicemente intuire.


L’infanzia è un coltello piantato in gola che non si tira via facilmente

Tutto inizia con la strana fine di Nawal Mawal (Lubna Azabal, attrice che era ben nota per aver interpretato il film politico palestinese del 2006 Paradise Now), già morta all'inizio del film, il cui testamento viene letto, nello studio del notaio Jean Lebel (Rémy Girard), ai due figli canadesi Jeanne (bravissima ed assai espressiva Mélissa Désormeaux-Poulin), assistente universitaria di matematica, e Simon (Maxim Gaudette). Si comprende da subito come i figli sappiano poco del passato della madre e nulla del proprio padre; ma se da un lato Jeanne sembra interessata a capirne di più, l’atteggiamento del fratello è di profondo rifiuto e disprezzo per una madre che è sempre stata assente. Il notaio annuncia loro che il padre è ancora vivo e che hanno anche un fratello di cui ignoravano, del tutto stupiti, l'esistenza. Ai due figli Nawal chiede, tramite il notaio per cui ha fatto per vent'anni da segretaria, di cercare padre e fratello - forse sono ancora in Libano - e consegnare loro singolarmente due lettere da lei scritte: solo se i due figli riusciranno a trovare i parenti prossimi, allora Nawal potrà essere seppellita in cimitero con una lapide che ricordi il suo nome.

Jeanne decide di partire per il Libano con una foto della madre che pare riferirsi ad un luogo del sud del paese.
Le indagini scorrono ed il regista sfrutta un incalzante e riuscito gioco di presente e flashback, lungo il quale sviluppare la narrazione di una storia traumatica: da un lato è la ricerca di una verità intesa come liberazione dagli incubi del passato incombente e di afflato per un sentimento universale di pacificazione e tolleranza, il “rompere la catena dell’odio”; dall’altro è un travagliato e dolorosissimo percorso di trasformazione di una donna cristiana in una dissidente politica contro il partito nazionalista e le sue milizie anti-rifugiati: questa donna, dopo aver assistito a sconfinati episodi di crudeltà, il cui culmine avviene con l’incendio di un autobus di profughi, si ribellerà nel più duro dei modi, subendone poi gravi conseguenze con la carcerazione (e le relative torture fisiche e psicologiche) a cui farà orgogliosa resistenza nonviolenta col suo canto e solo al termine della quale potrà scappare in Quebec.


Benvenuti nella matematica pura, nel paese della solitudine


La metafora matematica sta probabilmente tutta in questa frase, che va ben oltre l’esercizio logico della sommatoria che poi è quasi un principio di indistinguibilità quantistica utile a corroborare il significato della scoperta finale. La solitudine è dunque qui la perdita di sé nella ricerca, il senso di smarrimento di fronte alla constatazione di sentimenti folli e barbari come l’odio etnico ed il disonore, ai quali solo la concretezza umana di una nonna e di una ostetrica (entrambe donne, elemento che in questo contesto assume un significato rilevante) pare siano in grado di porvi rimedio.

Durante la sua ricerca in Libano Jeanne chiede al fratello di raggiungerla e con quest’ultimo arriverà anche il notaio Lebel che li aiuterà nella scoperta finale della sconvolgente verità che ha causato alla madre un ictus e la successiva morte.

Il tema è quello dell’orrore della guerra civile fra etnie, nel quale non esiste alcuno spazio per la pietà ed in cui perfino i bambini sono annichiliti da colpi di pistola o addestrati come macchine di violenza pura. E su tutto domina il ritratto di una donna coraggiosa, simbolo di umiliazione e ribellione ad un mondo disintegrato da una crudeltà cieca ed inumana che non risparmia nessuno e non lascia spazio alcuno alla pietà o al riconoscimento dell’altro e del suo diritto ad una esistenza, indipendentemente dal credo e dalla propria origine. Il riscatto ed il cambiamento, si scriveva, sembra possano passare solo per la sensibilità spiccata e il coraggio del mondo femminile: vi è un filo conduttore che lega indissolubilmente la risolutezza di Nawal alla nonna che evita il fratricidio, alla sconosciuta che ha salvato i suoi figli ed infine alla figlia Jeanne che con ostinazione (da matematica), contrastando l’apatia del fratello, si impegna nella faticosa ricerca della verità attraversando le stradine ed i vicoli polverosi di una storia materna fatta di umiliazioni e privazioni inumane.

Fotografia (André Turpin) veramente notevole, satura di villaggi desolati, zone desertiche, città sventrate dalla guerra e di contro di alcuni essenziali primi piani tra i quali quelli sul volto di Lubna Azabal che restituiscono il doloroso sgomento di una donna vittima dell’insensato e devastante odio tra popoli. Efficacissimo l’alternarsi dei due viaggi di ricerca madre-figlia, sembra quasi di assistere ad una comunicazione atemporale della sofferenza patita, come traspare ad esempio dal passaggio nella prigione di Kfar Ryat.

La colonna sonora di Grégoire Hatzel è intervallata da alcuni brani dei Radiohead (You and whose army?, Like spinning plates) che fanno da sottofondo in un paio di scene cardine, tra cui l’incipit della rasatura, l'iniziazione dei bambini ovvero il loro condizionamento ad una vita che ne brucerà l’esistenza in nome dell’odio e della vendetta.

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