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La messa è finita

Regia di Nanni Moretti vedi scheda film

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La recensione su La messa è finita

di LorCio
8 stelle

Ormai non è più un ragazzo senza riferimenti, Nanni Moretti, non è più il Michele Apicella di Ecce bombo. Ha fatto Sogni d’oro, già ha fatto i conti con il successo e le sue conseguenze. Conobbe Bianca, e fu una sorpresa. E si è fatto prete. Dico questo perché è ineludibile trattare su un film di e con Nanni Moretti senza considerare il fatto che ogni personaggio da lui scritto ed interpretato è un suo inevitabile alter ego. Non fa eccezione il Don Giulio protagonista de La messa è finita, suo quinto film, girato nel pieno dei balordi anni ottanta. Al centro della scena, dunque, un sacerdote, che si interroga su se stesso, sul mondo, sulla religione, sui disastri della società che si riversano sulla famiglia e sulle istituzioni. Il punto è che lui non si rende appieno conto della propria insoddisfazione, solo nel finale ha un battito d’ali (e di orgoglio) che lo porta altrove, dove forse è possibile raggiungere la felicità, che è la vera ragione per vivere la vita.

 

 

Laico convinto (finanche laicista), Moretti realizza un film imperniato di una profonda religiosità che lo accosta, in un certo modo, al Pier Paolo Pasolini più rivolto alla rivelazione dell’Assoluto. E l’allontanamento dalle parrocchie, ben evidenziato in molte scene, è più un fatto simbolicamente notevole, quasi il disinteresse per qualunque occasione di aggregazione popolare. Il tema però è più vasto, è l’occasione per tirare il primo bilancio esistenziale. D’altronde Nanni qui è alle soglie dei trent’anni, un’età in cui ci si comincia a porre quelle Domande che forse non troveranno più una risposta esplicita e chiara.

 

 

L’egocentrismo dell’artista è frenato (solo qualche accenno al nuoto e alle scarpe, più spazio al cioccolato, appena affiorata la psicanalisi, che però è il silenzioso contenuto di fondo) per favorire maggiormente una costruzione del racconto aperta e plurale. C’è la rappresentazione delle mutazioni che hanno attraversato gli amici di un tempo, chi in galera per terrorismo, chi travolto dalla depressione misantropa, chi ridottosi a spiare gli uomini ai cessi della stazione, chi non ha niente di meglio da fare che provare (senza successo) la strada sacerdotale. I vari Cesare, Saverio, Gianni, Andrea sono quei ragazzi annoiati e disillusi di Ecce bombo, una decina di anni dopo, ormai segnati dal corso delle cose del tempo e della vita. Non è più tempo di puntare tutto sull’uomo.

 

 

Eppure l’argomento più fondamentale del film è un altro, non la religione o la crisi (che sono pur sempre importanti): è la condizione dell’essere figlio. Prima che sacerdote, fratello, amico, Giulio è figlio, ama la madre a cui è legato da un affettuoso sentimento, e si imbestialisce furiosamente col padre (il grande Ferruccio De Ceresa) che vorrebbe fare un figlio con una ragazza di trent’anni più giovane. Si arrabbia con una coppia di amici che stravedere per il figlio. È partecipe delle angosce dell’amico Saverio (il vellutato Marco Messeri), che non ha mai dimenticato l’amata Astrid, madre di un bambino il cui padre è ignoto. La sorella Valentina (Enrica Maria Modugno) è incinta, ma vuole abortire, e Giulio si ribella. La mancanza di riferimenti esplode con la morte improvvisa della madre (l’ottima Margarita Lozano), al cui capezzale Giulio recita un monologo di semplicità limpida e spiazzante. E quindi la solitudine, altro argomento capitale di tutto il cinema morettiano, la voglia di fuggire alla ricerca di altro. Per poi tornare.

 

 

Ecco, il ritorno è un’altra cifra caratteristica di questo film amaro e lucido: il nostro destino è quello di ritornare, sempre, anche per vedere che fine hanno fatto gli altri. “Ritornerai, lo so ritornerai…”, cantava Bruno Lauzi, in una canzone qui presente e su cui balla prima, sul terrazzo, la famiglia di Giulio, e poi la comunità parrocchiale, al matrimonio che chiude il film (uno sposalizio apre il film, un altro lo chiude: che vuol dire? Forse che la concretizzazione dell’amore assoluto è il matrimonio?). Puntellato dalla dolci melodie di Nicola Piovani, La messa è finita (che titolo rassegnato e bellissimo) è anche la miglior prova recitativa di Nanni Moretti (senza barba) prima de La stanza del figlio. Che riprenderà il tema del dolore e dell’elaborazione del lutto, e fungerà da spartiacque determinante nel futuro cinema di Nanni.

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