The Way Back

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Regia di Peter Weir

Con Colin Farrell, Jim Sturgess, Mark Strong, Saoirse Ronan, Ed Harris, Gustaf Skarsgård, Dragos Bucur, Hal Yamanouchi, Valentin Ganev... Vedi cast completo

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Trama

La storia di tre uomini che nel 1941 realizzarono un'impresa epica, raggiungendo l'India dopo essere scappati da un gulag siberiano e dopo aver percorso a piedi, senza alcun sostegno, ben 6500 chilometri, in condizioni estreme. In realtà però il gruppo era ben più numeroso. Sotto la guida di Janusz (Jim Sturgess), un polacco condannato sulla base di confessioni estorte alla moglie sotto tortura, erano in tutto sette gli uomini fuggiti, ai quali si aggiunse poi una ragazza nel corso del viaggio. Ma le condizioni estreme della fuga - il caldo dei deserti, la mancanza di cibo e di acqua, l'attraversamento della catena himalayana - fecero poi sì che il gruppo venisse decimato, portando anche alla necessità di confrontarsi con decisioni durissime.

Approfondimento

UN CRIMINE CONTRO L'UMANITÀ POCO RACCONTATO

Ispirandosi al romanzo The Long Walk: The True Story of a Trek to Freedom di Slavomir Rawicz, Peter Weir affronta in The Way Back una storia in cui si intrecciano due differenti percorsi narrativi: da un lato il racconto carcerario e, dall'altro, l'odissea per la sopravvivenza di un gruppo di personaggi che, per 12 mesi e in un viaggio di oltre 6500 chilometri, si ritrovano a rivedere i propri comportamenti e le loro scelte in base alle rigide circostanze affrontate.

L'adattamento del libro, scritto nel 1956, era stato già opzionato dalla Warner per farne un film, prima con Laurence Harvey e poi con Burt Lancaster, finendo poi definitivamente nel dimenticatoio. La scelta di Weir di riportare in auge il progetto è stata invece dettata dalla volontà di raccontare gli orrori dello stalinismo, riflettendo sulle misure di un crimine contro l'umanità di cui difficilmente si parla. Nonostante siano stati avanzati dei dubbi sul reale percorso affrontato (secondo fonti storiche, è più probabile che dalla Siberia abbia raggiunto l'Iran e non la Mongolia, come fecero la gran parte dei polacchi arrestati in modo da poter ripartire poi con più facilità verso la loro madre patria), non vi è alcuna ombra sui crimini narrati e sull'efferatezza con la quale ebbero luogo. L'autoresistenza richiesta all'interno del gulag si traduce, per i protagonisti, in dipendenza reciproca durante la fuga, quando tutti per istinto di sopravvivenza sono costretti a rompere il proprio muro di solitudine e cominciare a dipendere l'uno dalle azioni dell' altro.  

Come già fatto in Master & Commander. Sfida ai confini del mare (2003)The Truman Show (1998)Fearless. Senza paura (1993)Gli anni spezzati (1981), Weir mette pertanto ancora una volta la natura umana sotto il microscopio della coercizione, raccontando le capacità di resistenza di persone comuni che, sottoposte a eventi e contesti di natura eccezionale, si confrontano prima di tutto con loro stessi e con le loro possibilità, anche in maniera estrema e serrata. Con una narrazione che inizia nei pressi di un gulag per poi spostarsi nelle foreste gelate della Siberia, nelle vaste pianure della Mongolia e nel tormento cocente del deserto del Gobi, i protagonisti, oltre a lottare gli uni contro gli altri, combattono anche contro gli elementi di una natura a loro matrigna e ostile.

 

 

 

PERSONAGGI TRA STORIA E FINZIONE

All'interno del gulag, i prigionieri erano costretti prima a costruire i loro rifugi e dopo a sopravvivere con sole 1200 calorie al giorno a fronte di condizioni lavorative estenuanti. La speranza di vita era di un anno e le scelte possibili erano due: morire all'interno del recinto del filo spinato o morire tentando la fuga. I protagonisti in fuga di The Way Back sono quasi tutti innocenti, ingiustamente condannati per qualcosa che non hanno commesso, fisicamente e psicologicamente torturati ancora prima di arrivare nel gulag. La fuga è quindi la loro unica speranza di sopravvivenza, anche se sulle loro teste pende una taglia che alletta gli abitanti dei villaggi vicini, a cui basterebbe una loro mano o un loro piede per riscuotere il premio.

Sullo sfondo di scenari da mozzare il fiato, la trama gira intorno al personaggio di Janusz (Jim Sturgess), un giovane polacco la cui capacità di sopravvivenza lo renderà de facto il leader del gruppo di fuggitivi. Ufficiale della cavalleria polacca nella guerra contro le truppe naziste, Janusz è uno dei soldati arrestati dall'Armata Russa durante l'occupazione della Polonia dell'Est, finito in esilio in Siberia dietro una confessione estorta alla moglie. Ognuno nel gruppo ha le proprie ragioni per ricercare la libertà e rimettere ordine nella propria vita, ma Janusz è quello che sembra più determinato alla fuga. Da boscaiolo, sa come muoversi nella foresta e vuole prima di tutto tornare a casa e perdonare la moglie, macchiatasi di una colpa orrenda: la sua esigenza di libertà nasce dal desiderio di rendere libera anche la moglie da un peso che lui sa che continua a tormentarla.

Complici di Janusz sono un taciturno ingegnere americano, Mister Smith, e un russo estremamente violento, Valka (Colin Farrell), un criminale appartenente al gruppo degli Urki. Gli Urki erano autorizzati dall'esercito, che viveva in condizioni non molto dissimili dai prigionieri, a far rispettare le regole all'interno del gulag e a intimidire con la violenza i detenuti politici. Valka, cresciuto da orfano per la strada, è l'unico capace di far rispettare l'ordine ma ha un debole per il gioco ed è sotto stress a causa di alcuni ingenti debiti contratti nel gulag. La fuga, per lui, diventa quindi occasione per liberarsi dai creditori e si unisce a Janusz per garantire la giusta protezione agli evasi.

Mister Smith (Ed Harris), uomo enigmatico e silenzioso, era invece arrivato in Russia insieme al figlio per lavorare sulla linea della metropolitana di Mosca. Arrestato nella notte, è stato mandato in Siberia e la sua storia ricorda da vicino alcuni casi di cronaca poco noti al pubblico. Durante la Grande Depressione che colpì gli Stati Uniti, su molti giornali americani apparivano annunci di lavoro in Russia che si rivelavano poi essere delle vere e proprie trappole. Migliaia di americani partivano così per Mosca ma al loro arrivo veniva loro richiesto di rinunciare al passaporto americano e diventare cittadini sovietici per iniziare a lavorare. Quando poi iniziarono le persecuzioni e gli americani presero a rivolgersi alla loro ambasciata in cerca di aiuto, si sentivano dire che per loro non vi era possibilità d'intervento o sostegno dato che ormai avevano cambiato cittadinanza. Le cronache successive raccontano che, con questo sistema, oltre 7 mila americani scomparvero nei gulag, nei quali venivano rinchiusi come nemici del popolo e con pene detentive dai 10 ai 25 anni.

Insieme a Janusz, Valka e Mister Smith, a tentare la fuga sono anche i polacchi Tamasz e Kazik, il lettone Voss e lo jugoslavo Zoran. Voss era un sacerdote prima di venire arrestato e si unisce al gruppo per senso di lealtà e per la consapevolezza di non poter essere d'aiuto all'interno del gulag. Reduce da un incidente avuto in passato, è incline a prendersi cura delle persone come per espiare una colpa mai perdonatasi: aiutare  gli altri fuggitivi è per lui un modo per rimettersi in pace con se stesso. Kazik è il più giovane del gruppo, ha solo 17 anni, mentre Tamasz è il più umano e compassionevole. Ha molto talento artistico e usa i suoi disegni di donne nude e voluttuose per placare spesso l'ira di Valka e ciò, dopo la fuga, gli tornerà utile quando Valka, convinto che serva un ordine gerarchico tra i fuggitivi, lo nomina vice Pakhan in seconda, ovvero "vice capo dei criminali" guidati da Janusz. Mentre i suoi compagni hanno tutti una ragione per sopravvivere, Zoran è invece l'unico che vuole sopravvivere solo per continuare a vivere.

Seguendo il confine del lago Baikal per raggiungere a sud la Mongolia, il gruppo si imbatte sin da subito in alcuni problemi. Lo stesso Janusz sembra perdere subito la fede che lo spinge alla fuga e nessuno crede di poter superare neanche la prima settimana. La crescente tensione raggiunge l'apice nel momento in cui il gruppo si imbatte in Irena (Saoirse Ronan), una giovane fuggitiva, e si spacca nel decidere se accettare o meno la sua richiesta di unirsi a loro. Nel tentativo di convincerli, Irena racconta una bugia, non rivelando di essere appena scappata dall'orfanotrofio in cui è stata lasciata quando i genitori sono stati portati via per essere arruolati dai comunisti.

Irena ha un enorme impatto sul gruppo. In breve tempo, impara a conoscere ogni uomo e le sue debolezze e angosce, fino a trasformare il gruppo in una squadra coesa e unita, nonostante Valka veda sempre il lei il risultato del fallimento delle politiche sovietiche, capaci di generare reietti come lui o la ragazza.

LE IMPRESSIONI DEGLI ATTORI

Il primo attore a leggere una bozza della sceneggiatura di The Way Back è stato Colin Farrell, colpito sin da subito da due aspetti specifici della storia. Da un lato, su di lui ha esercitato gran fascino la vita all'interno di una struttura come il gulag, dove coesistevano prigionieri e carcerieri di differente origine ed estrazione. Dall'altro lato, invece, si è dichiarato colpito dal ritmo compulsivo del viaggio che costringe i personaggi a continuare a camminare per rimanere in vita, in un contesto che dà molti stimoli per fermarsi a pensare. Nonostante ciò,tuttavia,  nessun ruolo in un primo momento lo aveva del tutto convinto. Accettando di partecipare alle riprese solo quando ha saputo che il regista sarebbe stato Peter Weir, Farrell inizialmente non si vedeva né nei panni Janusz né in quelli di Valka, fino a quando non ha realizzato che la struttura del film non poggiava sulle spalle di un solo protagonista ma era la summa delle singole parti che nel loro insieme contribuivano a mettere in scena in una denuncia tragica contro un sistema dispotico e, al contempo, fallace. Diversa invece la reazione di Jim Sturgess, nella cui mente sono rimaste subito impresse le pagine che risaltavano le difficoltà di compiere azioni in altri contesti banali: azioni come mangiare o bere, azioni quotidiane che tutti compiamo senza neanche rifletterci, in The Way Back diventano missioni da portare a termine e per cui esultare, portando gli individui a rivalutare le priorità e il significato della vita stessa. Nonostante avesse già incontrato Weir una prima volta in un appuntamento durante il quale, reduce da un set notturno, non aveva reso il meglio di sé, Sturgess ha poi convinto il regista ad affidargli il ruolo di Janusz inviandogli un video in cui recitava alcune scene, accompagnato da una lettera personale, pur di non perdere la possibilità di lavorare sotto la sua direzione. Ed Harris, dal canto suo, avendo già lavorato con il regista in The Truman Show non ha avuto un attimo di esitazione nell'accettare il suo ruolo, consapevole di essere all'interno di una storia in cui i personaggi vengono messi a nudo e portati a vivere il momento, assaporando ogni singolo gesto.

A LEZIONE DI LINGUE E SOPRAVVIVENZA

Per essere più credibili, gli attori del cast sono stati anche invitati a imparare gli accenti delle lingue parlate dai loro personaggi: Saoirse Ronan e Jim Sturgess hanno studiato il polacco mentre Ed Harris e Colin Farrell hanno dovuto confrontarsi con la flessione russa, prendendo lezioni con l'aiuto dell'insegnante Judy Dickerson e di un attore bulgaro che parlava anche russo, una lingua primordiale che sembra quasi provenire dalle viscere e che riflette in sé le difficoltà di una terra climaticamente ostile. Inoltre, tutti quanti hanno dovuto immergersi nella storia con la "s" maiuscola, consultando testi e video di repertorio sui gulag e sulle epurazioni, oltre che documentarsi attraverso le testimonianze dei pochi sopravvissuti a quel periodo di terrore. Jim Sturgess ha, per esempio, incontrato in Inghilterra alcuni ex prigionieri polacchi, rendendosi conto come quelle vicende così apparentemente lontane nel tempo fossero invece ancora di estrema attualità e avessero conseguenze nel presente, rimanendo stordito di fronte all'entità delle brutalità compiute nei gulag.

Il secondo passo, poi, per il cast è stato quello di confrontarsi con le difficoltà fisiche generate dal viaggio che i loro protagonisti erano chiamati ad affrontare. Camminare per oltre 4000 miglia prevede enormi sforzi, per di più se vi sono concause come la fame o la stanchezza che stremano anche psicologicamente. Per rendere allora credibile la situazione, gli attori sono stati preparati e seguiti da Cyril Delafosse-Guiramand, un avventuriero che da solo aveva affrontato il percorso descritto nel libro da cui il film è tratto. La preparazione fisica si è svolta in un campeggio all'aria gelida d'inverno, durante il quale gli attori hanno ricevuto lezioni di sopravvivenza e insegnamenti utili ai personaggi che avrebbero dovuto portare in scena: come scuoiare gli animali uccisi, come creare delle trappole e come costruire rifugi di fortuna o accendere il fuoco. In questo modo, era come se gli attori entrassero nei loro panni prima ancora delle riprese in modo da non essere colti impreparati sul set. 

I GULAG? IN ROMANIA

La ricerca meticolosa di Peter Weir degli effetti di realismo ha portato alla costruzione di un gulag nei pressi dei teatri di posa Boyana in Bulgaria, cercando di allontanarsi dal modello dei campi di concentramento tedeschi. Costruiti dagli stessi prigionieri che avevano fretta di avere un tetto sulle loro teste, i gulag non avevano linee regolari e venivano realizzati a tappe, presentando quindi una struttura finale disomogenea che lo scenografo John Stoddart ha provveduto a ricreare. Mentre la Bulgaria ben si adattava nel ricreare l'habitat della gelida Siberia, non potendo girare per questioni tecniche e politiche nei luoghi in cui i fatti erano ambientati, è stato poi scelto il Marocco per le riprese inerenti al deserto del Gobi, in Mongolia, per poi tornare in India e girare alcune scene in una zona del Paese difficilmente utilizzata per i film, in un lembo di terra a nord est tra il Bhutan e il Nepal, nella regione delle piantagioni di tè. 

 

 

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Note

Nobile nelle intenzioni, l’opera soffre però di una tangibile mancanza di genuinità: Weir cerca il realismo nelle piaghe e nelle labbra spaccate dei suoi protagonisti, ma è nella sceneggiatura (e nelle memorie di Slavomir Rawicz che stanno alla sua origine, memorie tra l’altro non del tutto vissute in prima persona) e nella caratterizzazione dei personaggi che manca un cuore pulsante. Troppo hollywoodiani nelle dinamiche e forzatamente complementari. Lungo la strada non si perde il fascino dell’avventura, ma viene meno l’amore per i personaggi, fino a un finale (vogliamo credere imposto dalla produzione) posticcio e fuori luogo.

Commenti (11) vedi tutti

  • Raccontare un viaggio e renderlo epico, non è facile; anzi è a sua volta un'impresa. Con quest'opera l'impresa non si può dire compiuta fino in fondo. E' interessante, ma come detto da altri non appassiona. 6,5

    commento di Brady
  • Un Weir in tono minore e davvero poco credibile... e poi il finale... con quel ritorno a casa che sembra una puntata di Cold Case. No non ci siamo proprio: finisce per annullare quel poco di buono che c'era stato in questo estenuante viaggio tecnicamente perfetto che si lascia vedere ma non appassiona. Un vero peccato.

    commento di spopola
  • Ma non s'era detto che nelle Note non andavano espressi giudizi critici?...Vabbè...e vabbè pure per questa inverosimile epica on the road di imprese alla Georgi Tenno in formato blockbuster. L'armata Brancaleone arrivata decimata alla vetta fa pure la schizzinosa col tè tibetano. Vabbe'...

    commento di maurizio73
  • Guardabile ma certo non tra i migliori di Weir.

    commento di vjarkiv
  • Una lotta contro la natura estrema, ma senza l'energia di INTO THE WILD, in un'altra epoca e con altri protagonisti, non forti al punto giusto da rendere questo film indimenticabile

    commento di slim spaccabecco
  • ...Secondo un rapporto della BBC supportato da alcuni archivi sovietici, Rawicz non è mai fuggito percorrendo la via descritta nel suo libro, bensì venne trasportato dai russi in Iran in seguito ad un'amnistia generale di polacchi http://news.bbc.co.uk/2/hi/uk_news/magazine/6098218.stm

    commento di irvine
  • Bellissimo Film, Buoni Attori, Bella Musica e Bella Scenografia. Il finale, secondo me, è un Omaggio alla Vita ed al Perdono. Da vedere

    commento di MiniPuppy
  • Film bellissimo nella prima parte, ma piano piano si perde nel caratterizzare più che altro i paesaggi e non i personaggi…finale assurdo

    commento di IGLI
  • FILM COINVOLGENTE…INTERPRETAZIONI STUPENDE, PAESAGGI MERAVIGLIOSI! DA NON PERDERE!

    commento di kolla30
  • Dopo il tonfo di Master & Commander, questo è un grande ritorno di Peter Weir, un regista che può ancora dire e dare tanto al cinema se solo si mette di buzzo buono. Emozionante e maestoso.

    commento di movieman
  • Grandioso Weir firma una pellicola straordinaria, un inno alla vita dal respiro ampissimo. Più che consigliato, da vedere assolutamente.

    commento di Totororesurrection
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Recensioni

La recensione più votata è positiva

lorenzodg di lorenzodg
8 stelle

   Peter Weir, regista australiano di lungo corso e con pellicole di grande slancio immaginifico ed emozionale, a sette anni dal suo ultimo lavoro (“Master and Commander: The Far Side of the World”), ci offre una storia (da un fatto vero) dove la fuga è il contraltare dell’inseguimento della natura sull’uomo. Un filo conduttore continuo e mai interrotto, un lungo corridoio di sguardi… leggi tutto

12 recensioni positive

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La recensione più votata delle sufficienti

Stuntman Miglio di Stuntman Miglio
6 stelle

Fuga dal gulag. 6000 km a piedi dalla Siberia al Tibet, dalla Cina all’India. Un’impresa disperata, dai contorni sovrumani. L’unico modo per scampare all’orrore e, forse, tornare a casa. Weir mette in scena la sua seconda guerra mondiale passando per il versante russo, raccontandoci una storia di resistenza e speranza dal discreto impatto emotivo. Prigionieri polacchi, criminali… leggi tutto

9 recensioni sufficienti

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La recensione più votata delle negative

mariacarlazizolfi di mariacarlazizolfi
4 stelle

Un guazzabuglio che cerca di conciliare troppe cose: la denuncia degli orrori dello stalinismo, la storia dell'emancipazione politica della Polonia, e ancora la fuga e il roadmovie come viaggio iniziatico, il rapporto dell'uomo con la natura madre-matrigna. Francamente imbarazzanti, nel finale, le immagini di repertorio che in due minuti due raccontano la storia della liberazione polacca e di… leggi tutto

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