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Un gelido inverno - Winter's Bone

Regia di Debra Granik vedi scheda film

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La recensione su Un gelido inverno - Winter's Bone

di leporello
6 stelle

Pluripremiato (Sundance, Torino), pluricandidato (4 nomination oscar), un bel confettino amaro-americano che più americano non si può (in-dipendenze a parte), girato nel gelido Missouri con una fotografia caldissima che smentisce titolo e intenzioni e incastra la brava (bravissima), incolpevole Jennifer Lawrence (bella promessa e bella conferma dopo la piccola parte in “A Burning Plain” di Arriaga) in un ruolo fin troppo facile  che debitamente drammatizzato incanta critica e pubblico probabilmente oltre il merito effettivo. Sola come un picchio sul palo della luce (almeno fintanto che lo zio Lacrima non arrivi a sostenerla), Ree è una donna (dicasi donna) di diciassette anni, una madre scema e due fratellini sulle spalle, pochi soldi e tanta legna da spaccare, patate da pelare, scoiattoli da scuoiare, non le si chiede nemmeno un sorriso, per quanto gelido, durante tutto il film, solo qualche parolaccia (stonata) ogni tanto. La Lawrence, tale è la mia impressione, è donna e attrice che parti come questa se ne può mangiare tre o quattro a colazione per 365 giorni all’anno, senza dover lamentare nessuna acidità di stomaco (e ciò non è di per sé un male, al contrario). Di tale stitica bulimia si nutre questo (seppur buon) film, grasso nelle intenzioni ma asciutto nei risultati, pop & country nello stesso tempo, emblematico pluripremiatario di una stagione festivaliera che dura da un po’ e che mai come oggi sembra completamente smarrita. Senza feeling, senza atmosfera, “A Winter’s Bone” si appoggia tutto sulla sua protagonista, su un buon giro di attori che la circonda (ottimo lo zio lacrima/John Hawkes, 51enne promessa della bugiarda Hollywood), su scenari a stelle strisce condite di sane ambizioni militaresche, banjos in stile libero (carinissima l’ultima inquadratura sui tre fratelli, la piccola che suona…), e tanta,  tanta madre-natura-madre, sempre incinta di retorica cinica, un po’ cafona e un po’ nobile, in quella scelta di mezzo che rischia normalmente di portare l’arte (la settima inclusa) verso una pericolosa deriva di decadenza. Coraggio, aspettiamo.

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