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Una pagina di follia

Regia di Teinosuke Kinugasa vedi scheda film

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La recensione su Una pagina di follia

di Antisistema
10 stelle

Pellicola introvabile che fortunatamente è stata pubblicata di recente in DVD anche qui nel nostro paese in una copia di discreta qualità, Una Pagina di Follia di Teinosuke Kinugasa (1926) è un miracolo produttivo che solo nei primi decenni della nascita della settima arte poteva trovare dei distributori cinematografici alla ricerca di una formula filmica capace di attrarre gli spettatori nelle sale, seppur il regista ebbe risorse limitate e tempi stretti (un mese appena), ma grazie anche all'abnegazione tutta nipponica degli attori e dei componenti della troupe, fu possibile portare a termine il lavoro abbattendo anche i costi più onerosi. Originariamente accompagnato dalla narrazione dei benshi, si deve all'opera di costoro la decodifica narrativa del plot di base, riguardante il tentativo disperato di un marito che riesce a farsi assumere come inserviente in un manicomio, dove è rinchiusa la moglie mentalmente instabile per aver annegato il loro figlio neonato.
L'impossibilità di fruire la pellicola come poté fare lo spettatore nipponico del 1926 tramite i benshi presenti in sala, rende difficile l'approccio dello spettatore verso il film data la completa assenza di didascalie presenti, seguendo il modello dell'Ultima Risata di Murnau (1924) anche se quest'ultimo era molto più narrativo, ma ciò non è un qualcosa di necessariamente negativo, perché lo spettatore cinefilo odierno ha quasi 100 anni di esperienza filmica in più e quindi una maggior predisposizione alla decodifica personale delle immagini senza che vi debba essere un ausilio esterno a dover dare un'interpretazione univoca e certa dell'opera, che vede l'inserviente interpretato da Masao Inoue, destreggiarsi tra la miriade di pazzi lì rinchiusi, giungendo a perdere poco a poco la propria sanità mentale in un luogo che dovrebbe controllare la pazzia altrui, ma dove in realtà se ne finisce soggiogati, trascinati in un vortice voluttuoso ed incessante quanto una ballerina che ammalia con il potere della propria danza tutti i malati di mente presenti nel manicomio, estasiati a dir poco dai movimenti ripetuti della danzatrice, la quale nella sua immaginazione si trova immersa non in un'angusta cella, ma in uno scenario dadaista, il potere della mentre distrugge ogni barriera fisica unendo in una sciarada senza fine la comune follia dei pazienti, che diventa ingestibile anche per la razionalità dei medici ed inservienti, messi in netta minoranza. 

 

Partendo da una base espressionista il cui debito maggiore sembra riscontrarsi nel Gabinetto del Dottor Caligari di Wiene (1919), Kinusaga rifiuta ogni tipo di narrazione lineare-classica a favore di uno stile allucinato, che anticipa sia il cinema surrealista di Bunuel, sia quello neo-barocco di Welles, rompendo anni prima di costoro tutte le regole cinematografiche del cinema dell'epoca, per piegare la tecnica alla rappresentazione dello spazio interno della mente dei pazienti del manicomio, nonché del suo protagonista, tramite inquadrature sghembe, una fotografia dai forti contrasti ed un montaggio serrato che alterna sovrimpressioni infinite mescolate con  flashback e jump cut, che si avvicendano senza alcuna soluzione di continuità arrivando a distorcere con l'obiettivo della macchina da presa l'immagine, per rappresentare in modo inquietante lo status psicologico dei pazienti malati di mente. In queste libere associazioni si inseriscono si inseriscono frequentemente elementi simbolici di tipo geometrico che rimandano alle avanguardie artistiche di inizio novecento come il temporale devastante all'inizio dai riferimenti futuristi, al dadaismo già citato della danzatrice e a simboli da decifrare come bottone strappato dalla moglie dell'inserviente che nell'ottica distorta della donna assume la forma di una sfera, un solido geometrico simbolo di perfezione in ogni tempo e luogo, poichè uguale a sè stesso, indice della condizione mentale della donna che proietta all'esterno la propria angoscia interiore, che le impedisce di poter andare via da tale luogo al di fuori del quale non ha alcun futuro, mentre rinchiusa in un luogo pur nella distorsione causatale dalla pazzia la donna sembra aver trovato un proprio equilibrio mentale pur nell'anormalità della sua condizione. 
Kinusaga assimila appieno il linguaggio delle avanguardie innestando situazioni da horror psicologico tipiche del Giappone, che preannunciano di decenni le soluzioni allucinogene di David Lynch, con numerose sequenze che mescolano sogni e realtà, creando un'atmosfera onirica dai contorni ambigui e misteriosi alla vicenda, di cui molte scene come quella della danzatrice o quella enigmatica delle maschere nel finale restano oscure ed interpretali a libera volontà dello spettatore. Poco conta quindi innanzi ad un'opera artistica libera e sfuggente, la mancanza di circa 1/3 del film, che fino al 1971 era considerato perduto dallo stesso regista che troverà una copia per caso nella sua soffitta, non pregiudica assolutamente la riuscita di tale esperimento rispetto ad altri capolavori mutili del periodo, vista la natura quasi anti-narrativa, che probabilmente non scioglieva alcun mistero neanche nella sua forma originale. 

 

Film aggiunto alla playlist dei capolavori : //www.filmtv.it/playlist/703149/capolavori-di-una-vita-al-cinema-tracce-per-una-cineteca-for/#rfr:user-96297

 

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