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La giornata balorda

Regia di Mauro Bolognini vedi scheda film

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La recensione su La giornata balorda

di spopola
7 stelle

Anche questo film è un ottimo esempio del cinema un po’ calligrafico del Bolognini prima maniera che per fortuna non insiste troppo sul versante della ricerca della “bella immagine” fine a se stessa, ed è anche grazie a questo che l’opera alla fine pur parzialmente irrisolta, risulta in ogni caso esente da ogni possibile moralismo di facciata.

Insieme con Mauro Bolognini e Pier Paolo Pasolini, sono stato denunziato dal procuratore della Repubblica di Milano per il contenuto del film “La giornata balorda”. E’ la seconda volta che vengo denunziato in base all’articolo 528 del Codice Penale: divulgazione di pubblicazioni e spettacoli contrari alla pubblica morale. La prima volta fui denunziato per alcuno testi di Danilo Dolci da me pubblicati sulla rivista “Nuovi Argomenti” che dirigo insieme con Alberto Carocci. Allora fui assolto in istruttoria; in seguito, una piccola inchiesta privata mi permise di appurare il motivo del moralismo che si era scatenato contro di noi: un’agenzia giornalistica d’ispirazione fascista aveva chiesto chiaramente il sequestro adducendo i soliti motivi di moralità. Ma, come seppi con certezza, dietro l’agenzia si nascondevano gli interessi elettorali di personaggi influenti nella zona della Sicilia dove Danilo Dolci svolge da anni la sua opera benefica. Così, il pretesto moralistico (che, naturalmente, fu preso sul serio dalla magistratura) mascherava in realtà la vendetta politica.

Perché ho parlato del processo a Danilo Dolci? Perché i sequestri degli ultimi giorni sono tutti, consapevolmente (o peggio ancora) inconsapevolmente, a sfondo politico. L’Italia non è il paese di Calvino, bensì quello di Machiavelli; il moralismo italiano, gratta gratta, nasconde sempre la rogna politica. E’ vero, bensì che la Chiesa, per un singolare processo di evoluzione storica, s’è fissata sul peccato della carne e chiude gli occhi sugli altri peccati tanto più gravi e diffusi (ma bisogna dire, a sua scusante, che la Chiesa è una classe dirigente che si è votata alla castità: naturale quindi, che attribuisca un’importanza eccessiva alla tentazione dei sensi); ma è anche vero che la sessuofobia cattolica, appunto perché ossessiva, può servire egregiamente come arma nella lotta politica. Infatti viviamo in un paese che fu sempre, in tutta la sua lunga storia, felicemente e classicamente libero ed obiettivo nelle cose del sesso. Gli antenati degli italiani furono in greci e i romani ai quali si debbono le più belle e realistiche rappresentazioni del fatto amoroso. E’ difficile, quindi, che, in qualsiasi spettacolo o testo letterario, ai temi sociali non si mescolino quelli sessuali. Ma qui salta fuori l’avversario politico camuffato da moralista. Egli finge di scandalizzarsi per le descrizioni dei rapporti d’amore, mentre in realtà gli dà fastidio la polemica sociale.

“La giornata balorda”,  com’è ormai noto, racconta la storia di un giovanissimo disoccupato, Davide Saraceno, che durante tutto un giorno cerca lavoro per mantenere la propria famiglia ma trova tutto fuorché il lavoro. Dunque il primo problema sociale del film è la disoccupazione. Questo problema non potrebbe essere l’argomento d’un film americano o tedesco o inglese perché in questi paesi la disoccupazione non c’è, ma di un film italiano sì, perché in Italia, nonostante il boom, ci sono circa due milioni di disoccupati ufficiali, senza contare le donne (che non vengono incluse fra i disoccupati) e coloro che lavorano soltanto due o tre mesi all’anno (i cosiddetti stagionali). D’altra parte chiunque viva a Roma sa benissimo che nella capitale è oltremodo difficile trovare lavoro e che un numero ingente di persone vive di espedienti che vanno dai più strani e pittoreschi intrallazzi fino al furto e all’associazione a delinquere.

Ma Davide Saraceno nella sua giornata balorda, incontra una sua coetanea, disoccupata come lui, che fa la ragazza squillo. Dunque, secondo problema sociale: quello della prostituzione connessa con il telefono. Su questo problema è inutile dilungarsi; abbastanza ne è già stato scritto. Ci limiteremo ad osservare che esso pare fatto apposta per servire agli scopi dei moralisti veri e finti. Infatti la novità di questa forma di commercio è che esso si presenta quasi sempre con aspetti decorosi e discreti, così che è difficile descriverlo con le apparenze laide che i moralisti attribuiscono a quello che essi chiamano il male. (…)

Alla fine Davide, nella sua ricerca di lavoro, è assunto come camionista da una ditta olearia che fabbrica l’olio con il grasso di sapone. Il fabbricante di quest’olio così redditizio ha un’amante probabilmente disgustata di lui a causa della sua immoralità professionale, la quale si dà a Davide che è giovane, povero e innocente. Dunque, terzo problema sociale: le frodi alimentari contro le quali la legge, così severa con i film, sembra impotente.

Qual’ è stato il nostro torto? Prima di tutto di aver concentrato in un solo film tre delle principali piaghe dell’Italia moderna e in secondo luogo di non aver fatto un film comico-sentimentale a sfondo qualunquista, bensì un film realistico a sfondo polemico. Quanto, poi, alla scena cosiddetta raccapricciante in cui Davide sfila l’anello al morto, ecco il testo del Boccaccio dal  quale è stata ricavata: “Era quel dì sepolto un arcivescovo di Napoli…, ed era stato seppellito con ricchissimi ornamenti e con un rubino al dito il quale  valeva oltre a  cinquecento fiorini d’oro; il quale costoro volevano andare a spogliare… Ma poi che costoro ebbero l’arca aperta e puntellata, in quistion caddero su chi vi dovesse entrare e niuno il voleva fare; pur dopo lunga tencione un prete disse: ‘Che paura avete voi? Credete che egli vi manuchi? Li morti non mangian gli uomini; io v’entrerò dentro, io!’ . Abbiamo citato il testo del Boccaccio (la novella è quella di Andreuccio da Perugia) non perché egli faccia della polemica sociale ma perché non ne fa: la rappresentazione artistica deve essere totale appunto perché è artistica; e l’arte in quanto arte non deve conoscere limiti. (Alberto Moravia, Censura politica dietro il sesso pubblicato su “L’Espresso” del 27 novembre 1960).

 

Ho riportato più o meno integralmente quanto scrisse Moravia a proposito di un film come La giornata balorda – uno dei tanti presi di mira in quel periodo in commissione di censura con il pretesto “altro” di salvaguardare la decenza – per documentare l’aberrante prevaricazione politico/moralistica di quegli anni, non solo per storicizzare i fatti, ma anche per l’amara riflessione che ne consegue, visto che poi alle volte basta solo aspettare e il risultato si raggiunge ugualmente. Nel caso specifico per lo meno, le cose sono andate davvero così, poiché è stato messo in atto successivamente un altro tipo di boicottaggio indiretto, più subdolo, nascosto e sotterraneo, quello determinato proprio dalla cosiddetta “censura” del mercato, che è riuscita praticamente a cancellarne quasi del tutto il ricordo facendolo “sparire” dalla scena. Da troppo tempo infatti il film di Bolognini è diventato un vero e proprio “invisibile”, quasi un ectoplasma, mentre invece tratta  problemi che sarebbero persino di “scottante attualità” come si può già ben constatare dalle parole dello scrittore, che fotografa situazioni che il tempo ha certamente modificato (anche nel costume e nella percezione) ma non sicuramente in meglio (per lo meno non in tutto), senza considerare poi che è proprio la visione di quest’opera che fece nascere in Paul Morrissey l’ispirazione che lo porterà  a girare nel 1968, una pellicola a suo modo rivoluzionaria come Flesh,  una circostanza questa di assoluta  rilevanza che da sola costituirebbe un valido motivo di interesse per stimolare la curiosità dello spettatore e che dovrebbe di conseguenza suggerire a chi di dovere quanto sarebbe opportuno (e magari anche proficuo) mantenerla ben in vista sotto le luci dei riflettori, per esempio rieditandola in DVD.

Il film è del 1960, girato in pieno boom economico, ma ci mostra (Moravia lo dichiara con chiarezza) che già in un periodo così “florido” e ottimista, qui da noi in Italia le cose non andavano ugualmente bene come nel resto dell’Europa nemmeno sotto il profilo del lavoro (un problema che adesso  è diventato purtroppo “centrale” in tutto il mondo con la disoccupazione dilagante  che spinge verso una preoccupante recessione che evoca “spettrali” visioni di un passato fatto di miseria e privazioni) e delle sofisticazioni alimentari che rappresentavano già una piaga evidente ma  poco considerata e ancor meno osteggiata. Per quel che riguarda la questione femminile eravamo poi davvero alla canna del fucile (la donna era talmente marginale nel mondo del lavoro da non essere nemmeno inclusa nelle statistiche sulla disoccupazione e non aveva davvero molte chances non tanto per affermarsi, ma anche  semplicemente per immaginare di poter aspirare ad essere finalmente “indipendente”).

Se potesse circolare liberamente (non  so quali questioni legate ai “diritti” di utilizzo ne impediscono la cosa) io credo che  suggerirebbe interessanti riflessioni sulla contemporaneità (intesa come ciò che stiamo vivendo giornalmente) e su quanto si sono trasformate  (in peggio) le nostre coscienze “percettive”, poiché a differenza di adesso, allora c’era molta “trasversale solidarietà” e soprattutto esisteva una prepotente voglia di indignarsi quando le pentole venivano scoperchiate, e le prese di posizione del sociale diventavano di conseguenza molto rabbiose ed estese, non latitavano quasi del tutto come  ai giorni nostri, assuefatti come siamo non solo dal qualunquismo ideologico, ma anche da quello indotto dalla “rassegnazione”.

Evidenzierebbe anche chiaramente che l’avversione ideologico/politica” più che verso Bolognini che rappresentava in qual momento il tramite registico che aveva solo il torto di essersi prestato a collaborare alla “messa in scena” del progetto, era rivolto principalmente al pensiero sovversivo certamente di Moravia, ma soprattutto di Pasolini che “attraversava l’opera”, da “demonizzare” sempre e comunque, anche quando in effetti al di là delle idee che propugnava c’era veramente ben poco di “scandaloso”, come appunto in questo, caso poiché vi assicuro che il tutto è alla fine “molto caso e puro” (e non solo visto con gli occhi del presente) anche se rappresentato senza “mediazioni” di comodo e con un linguaggio più realistico, diretto e immediato.

 

Tornando al film, La giornata balorda (che insieme a La notte brava  realizzato solo un anno prima rappresenta un “dittico” che sarebbe interessante e propedeutico visionare l’uno dopo l’altro  in conseguente successione)  fu diretto da Bolognini su un soggetto tratto da alcuni racconti di Alberto Moravia, “Il naso” (Racconti romani) e “La raccomandazione” (Nuovi racconti romani). Scritto dallo stesso Moravia insieme a Pier Paolo Pasolini (anche autori della sceneggiatura  con la collaborazione di Marco Visconti e Sergio Citti) ha un altro importante punto di forza nel pregevole e duttile cast di assoluto primo piano messo a disposizione dalla produzione, che l’andamento un po’ rapsodico della storia rendeva vario ed eterogeneo (annovera i nomi importanti  di un giovanissimo e prestante Jean Sorel, il protagonista, oltre a quelli di Lea Massari, Jeanne Valerie, Isabelle Corey, Paolo Stoppa, Rick Battaglia e Valeria Ciangottini).

Nonostante le ottime  premesse commerciali che ben si sposavano con quelle di natura artistica e i positivi risultati già conseguiti con La notte brava (o forse proprio a causa di questo) l’ostracismo generalizzato fu  immediato e  il progetto preso di mira ben prima che fosse compiutamente portato a termine (conferma evidente che gli avversari da perseguitare erano proprio i due scrittori e le loro idee). Infatti i suoi problemi con la censura “politica” si palesarono già con assoluta  virulenza quando il Ministro Tupini addirittura in Parlamento, in una davvero sconfortante  seduta della Camera dedicata ai problemi dello spettacolo (già allora profondi ed irrisolti),  colse al balzo l’occasione  per evidenziare ciò “che non doveva essere tollerato  nella nostra cinematografia”, “leggendo” pubblicamente alcuni  brani della sceneggiatura del film che era ancora in fase di lavorazione, sottolineando tutto il suo dissenso per simili sconcezze lessicali, provocando addirittura (ce lo ricorda sempre Moravia  su “L’Espresso” del 3 luglio 1960  con l’articolo Un eroe del nostro tempo)  il  deplorevole intervento d’un altrettanto zelante quanto incauto deputato della maggioranza che esplose in un esagitato “Fuori il nome del sudicione” che ha scritto certe porcherie, e decretando così “ufficialmente” la preventiva condanna dell’opera per l’assoluta e inaccettabile oscenità del linguaggio “fortemente scurrile” utilizzato che lasciava presagire immagini altrettanto lascive e tali da offendere “il comune senso del pudore”.

Seguendone passo passo le  sue “travagliate sorti”, si può ben dire che a partire da quel momento, fu davvero fatto l’impossibile per  non far vedere la luce al film:  bocciato già in fase di scrittura, prima della programmazione in sala fu considerato non idoneo dalla commissione di censura e tenuto in quarantena. Alla fine dopo un interminabile tira e molla, ma solo dopo aver preteso (ed apportato) sostanziali interventi che lo ammorbidirono parecchio (tagli importanti e modifiche dei dialoghi) concesse il tanto sospirato visto per la distribuzione e il conseguente nulla osta che permise al  il film di uscire regolarmente in sala – sia pure “purgato” -,  il 16 di ottobre di quell’anno. Ciò non impedì  però che solo pochissimi giorni dopo (per l’esattezza il 16 novembre), il “famigerato”  Pietro Trombi, procuratore della Repubblica di Milano, ne ordinasse il sequestro su tutto il territorio nazionale per oscenità. Tenuto nuovamente in purgo per oltre sei mesi fra processi, ricorsi e controricorsi, fu alla fine di nuovo rimesso in circolazione ma al prezzo di ulteriori  “pesanti” aggiustamenti di percorso. che ne ridussero la durata dai 102’ (dell’edizione già ripulita dalla prima istanza) a 92’ (e 10 minuti complessivi sono davvero tanti, tali da poter dedurre che quel che restava in piedi era una manipolazione pesantemente edulcorata del progetto iniziale).

E’ purtroppo di quell’edizione che possiamo parlare, una manipolazione “progressiva” che la rende un’opera un po’ ibrida e dalle troppe anime non tutte perfettamente amalgamate proprio sotto il profilo della compiutezza  e del rapporti fra “contenuti” e “forma”, che gli evidenti problemi che si porta dietro, rende inevitabilmente più evidenti e non completamente “omogenei”.

Cominciamo subito col dire allora che nel bene e nel male, il film (o quel che resta) appartiene più a Bolognini e a Pasolini che a Moravia:  di quest’ultimo ci troviamo dentro soprattutto la rigogliosa qualità della scrittura nell’amaro e un po’ polemico sarcasmo con cui vengono descritti alcuni dei protagonisti  calati dentro una realistica Roma burocratico-ministeriale, solo all’apparenza dignitosa, ma in realtà tutta votata all’intrallazzo e alla la speculazione (quella che potremmo definire la profittevole arte di arrangiarsi alle spalle degli sprovveduti e degli onesti ) rappresentata, a vari livelli, dallo zio di Davide, piccolo ed equivoco trafficante di mezza tacca, dal criminale sofisticatore d’olio (il Comm. Romani), dal professionista timoroso e corrotto (il rag. Moglie ) e da Freja, avvenente ed annoiata mantenuta “di lusso”, alla ricerca di sensazioni consolatorie (anche sessuali) e di beneficenza e a buon mercato.

A Pasolini appartiene invece “il carattere” e la dimensione sociale di Davide, il protagonista, un ragazzo con una famiglia da mantenere che parte dalle borgate alla ricerca di un lavoro, o meglio ancora di denaro ed occasioni di fortuna che solo la grande città può offrirgli, ma subito disperde le sue forze e i suoi propositi (che potrebbero essere anche quelli del Tommaso  protagonista di Una vita violenta)  lasciandosi corrompere dalle molteplici “tentazioni” delle facili avventure che gli si prospettano, attratto e suggestionato dalle “invitanti” occasioni di incontri al femminile – e relativi frettolosi amplessi che si susseguono  in variegata  scala (la “puttanella”, la prostituta, la mantenuta di lusso) – che punteggiano  le tappe in “crescendo” della sua “giornata balorda”.

A Bolognini infine, è attribuibile invece la compiaciuta, indugiante descrizione degli incontri (non solo quelli di natura sessuale) tutti all’insegna di una diffusa illegalità che annulla i confini già labili in partenza fra innocenza e colpa, la levigata cornice  ambientale un po’ troppo tendente al formalismo (le “scenografie” di Carlo Egidi si ispirano dichiaratamente a Piranesi e anche la fotografia si adegua, grazie allo straordinario talento un po’ funambolico di Aldo Scavarda, spesso impegnato in un vero e proprio tour de force che ci regala una Roma sudaticcia, afosa, piena di tentazioni, ma meno “sporca” di quanto sarebbe stato necessario) e l’abilità “espressiva” di talune sequenze (soprattutto quelle iniziali e quelle conclusive) mai immuni però da variazioni e sottolineature estetizzanti, perché come ben sappiamo il regista tende al “particolare”, anche se per fortuna non insiste troppo né sul versante della ricerca della “bella immagine” fine a se stessa,  né tantomeno su quello del simbolismo (ed è anche grazie a questo che l’opera alla fine pur parzialmente irrisolta, risulta in ogni caso esente  da ogni possibile “moralismo” di facciata che la “ricercata” confezione visiva poteva anche rischiare di suggerire: la morale del racconto è certamente di taglio cattolico, con  “un’assoluzione” riscattata però da un pizzico di sottesa ironia, e motivata dall’adempimento, sia pure un po’ tardivo,  dei doveri elementari di marito, che non pesa comunque molto sul risultato poiché il film mantiene  inalterata per tutto il suo percorso, una sua grazia leggera e disarmante con personaggi e situazioni  che diventano quasi “pretesti” per realizzare quelle fantasie erotiche, che sono poi evidenti proiezioni dei propri desideri).

Nelle opere realizzate da Bolognini in quel periodo iniziale della sua carriera, si rintracciano sicuramente due opposte (ma spesso intercambiabili) componenti: la capacità di essere un abile (anche se a volte un tantino calligrafico) “illustratore” di importanti opere letterarie preesistenti, con funzioni che si potrebbero definire di abile “traduttore” in immagini di storie non sempre “rispettate” totalmente, perché in effetti se ne viene mantenuto inalterato lo spirito, spesso qualche libertà “importante” se la prende nell’andamento e nella confezione del racconto al fine di rendere più sapido e personale il risultato (Il bell’Antonio, La viaccia, Senilità) e quella invece di aspirare ad essere un accurato coordinatore di motivi elementari  che riguardano e attraversano molti “ceti sociali“, quello più popolaresco de Gli innamorati , il ceto medio-borghese di  Giovani mariti!   o la dimensione piccolo-borghese di Arrangiatevi!. Quelle portate a termine nel breve, ma importante sodalizio che ha legato il regista a Pasolini  (La notte brava e La  giornata balorda appunto) appartengono oggettivamente a questa seconda tendenza, e consentono a Bolognini di esplorare a suo modo grazie proprio alla “mediazione” dello scrittore, un mondo forse a lui distante,  quello del sottoproletariato romano (complici anche i racconti di Moravia.)

Secondo Vito Pandolfi, ne La giornata balorda è comunque soprattutto  formalmente che il regista raggiunge un equilibrio e una maturità invidiabile: il racconto ha sotto questo profilo una sua chiara logica e le atmosfere vengono evocate con rara finezza, mentre la visione del proletariato e del sottoproletariato diventa un po’ troppo arcadica e pastorale un aspetto questo che è abbastanza insolito, ma certamente suggestivo.

Sarcasmo, disperazione, lepido gusto per la beffa, sono dunque  i principali elementi che tratteggiano questa pellicola che, come si è visto,  ha una dicotomia troppo evidente fra la levigatezza della forma e lo squallore ambientale che dovrebbe invece rappresentare, tanto che sono poi alla fine soprattutto le scene di sesso a fare la differenza nella loro “escalation” dal basso verso l’alto e a dare all’insieme una particolarissima  composizione unitaria  al racconto “visivo”  (le acrobazie tecnico-figurative sono di eccellente levatura) e sonoro che non sempre vanno di pari passo, e la cui principale peculiarità sta nella sotterranea vis polemica di dialoghi spiccioli ma mai banali, e fortemente “corrosivi” (Davide  alla moglie-bambina che gli chiede  da dove provengono quei soldi - le cinquantamilalire necessarie a garantire un minimo, momentaneo e probabilmente illusorio avvenire alla  famiglia -, risponde  con arguzia, un po’ guascone che “sono soldi onesti” perché lui per procurarseli  non ha fatto male ad anima viva, e chi avrà modo di vedere il film, constaterà che è proprio così che on effetti sono andate le cose).

Ed è certamente stata proprio questa estrema e un pò cruda rappresentazione di un “disagio” di classe e generazionale assai più generale ed esteso già in quei tempi di quanto si volesse ammettere (non certo la “disinvoltura” usata nel trattare i consessi carnali che si è preteso di addebitargli) a provocare le ire prima della censura e poi  di quell’ipocrita procuratore milanese (non nuovo a simili scempiaggini) che con i loro interventi hanno danneggiato fortemente e un po’ snaturato l’opera e il suo risultato finale.

Se il precedente La notte brava merita ampiamente le quattro stellette, La giornata balorda non è oggettivamente alla stessa altezza, ma proprio considerando come sono andate le cose, non mi sento di assegnargliene solo tre che rappresenterebbero una striminzita sufficienza, perché il film vale sicuramente di più anche così come è stato ridotto. Allora  visto che le tre stellette e mezzo non sono previste nella nostra scala, preferisco largheggiare e arrivare anche in questo caso a quattro (ma prego i lettori di considerare che rispetto all’altra opera un po’ di differenza esiste e che è una indubbia constatazione da tener presente).

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