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Fratellanza. Brotherhood

Regia di Nicolo Donato vedi scheda film

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La recensione su Fratellanza. Brotherhood

di mc 5
8 stelle

Vorrei "cogliere l'occasione". Nel senso che prima di parlare di questo bel film indipendente, vorrei affrontare un argomento più vasto nel quale, in ogni caso, rientra anche il film in oggetto. Si tratta di un tema già da me affrontato, sempre consapevole di rivestire un'opinione fortemente minoritaria, aspetto questo a cui sono peraltro serenamente rassegnato. Io combatto da qualche anno una certa retorica che vorrebbe il cinefilo tanto più EROICO quanto più fruitore SCOMODO e sacrificato. Esiste tutto un immaginario legato alla visione di film di qualità in salette piccoline ove lo spirito avanguardista, nobile e perfino martire, dell'appassionato possa trovare la sua massima applicazione e il proprio fulgido eroismo. Ebbene, io RESPINGO questa retorica con vigore. Ogni appassionato (che già paga un biglietto sulla cui economicità si potrebbe discutere) io credo abbia DIRITTO ad una comodità che è tutt'altro che un LUSSO. Per esempio a un parcheggio che non lo costringa a collocare l'auto a due kilometri di camminata dalla sala (non è che siamo tutti ventenni), e soprattutto una sala che renda la fruizione per lo meno vivibile ed agevole. Nella mia Bologna questo non avviene. Dicendo ciò che sto per dire, so bene di incarnare le sembianze dello spettatore reazionario (giudizio che respingo in ogni caso al mittente), e lo so proprio perchè predomina la suddetta retorica che vorrebbe delineare gli amanti del cinema di qualità come una setta di carbonari (fieri e compiaciuti). Io la penso esattamente all'opposto. Ritengo cioè che la visione di "certo cinema" dovrebbe essere qualcosa di non rigidamente riservato (secondo canoni sociali consolidati) a categorie quali i "fuorisede gaudenti", i "professorini con la barba", "i damsini presuntuosetti". Basta. Io mi rifiuto di vedere film peraltro di ottima qualità, film attesissimi che si portano dietro il prestigio di premi vinti ai festival, quando poi i suddetti film vengono proiettati in salette anguste, sale dove riesci a capire dall'alito del tuo vicino cosa ha mangiato a cena, sale dove le persone per andare in bagno devono letteralmente scavalcare la tua testa o dove l'ombrello del vicino diventa un'arma impropria, sale dove più che seduto ti senti "incapsulato". E la cosa che più mi fa rabbia è che (sempre nella mia Bologna) questo tipo di sale vengono spesso chiamate (con termine vezzoso-chic) i "Salotti di  Bologna". Salotti un par di palle!! Sono talmente "salotti" che se quando entri non occupi di corsa (ma letteralmente di corsa!) quei 4 o 5 posti privilegiati, da tutte le restanti poltrone il campo di fruizione visiva dello schermo è tale da rendere la visione improponibile. Ed è successo così che ho scelto di rinunciare alla visione di due tra i film più interessanti della stagione, "Affetti e dispetti" e "About Elly". Di fronte a questa mia decisione, in un primo tempo ci sono stato un pò male, ma poi me ne sono fatto una ragione. Ecchissenefrega, insomma, se mi perdo un gran film: sarebbe stato per me più frustrante averlo visto in condizioni di disagio e sofferenza rassegnandomi ad una visione problematica. Il film di cui vado a parlare, giusto per inserirlo nel problema sopra discusso, rappresenta un'eccezione ritengo del tutto isolata, e probabilmente casuale: infatti un esercente di multisala di Modena ha scelto di ospitarlo (nonostante la sua chiara impronta dciamo così "non facile") in una delle tante sale del suo multiplex. Risultato: giudizi di merito sulla pellicola a parte, ho visto il film in totale rilassatezza, me lo sono goduto al 100%, comodamente seduto in una sala accogliente, e per di più avendo la macchina collocata in un agevole parcheggio coperto. Cosa si vuole di più dalla vita? E, ripeto, non è un lusso ma condizioni a cui chi paga un biglietto ha un fottuto diritto, sia che abbia scelto di vedere un cinepanettone, sia un film decisamente "non per tutti" come quello che vado a recensire. La storia è quella, drammatica e anche un pò cupa, di due anime tormentate, di due persone ispirate a scelte di vita molto diverse, ma accomunate dalla ricerca di un senso per la propria esistenza. Questi due personaggi, pur così diversi, fatalmente, per un breve periodo -giusto l'attimo in cui scocca una scintilla di passione- vedono i loro destini incrociarsi, generando un corto circuito di irrefrenabile liberazione dei sensi. Come si può intuire, si tratta di un film molto "maschio", in cui le pochissime donne restano sfocate sullo sfondo. Degli uomini invece, il film ci mostra gli slanci di passione, e quelli politici, ispirati questi ultimi ad ideologie aberranti, rivelando dell'uomo il lato oscuro, quello che si dibatte tra incapacità di esprimere sentimenti e l'attitudine malata allo sfoggio di potenza virile superomistica. Il tema della passione che esplode fra due uomini è chiaro che non appartiene ad un "cinema per tutti", tuttavia l'argomento è trattato con tocco delicato ed efficace. Anche se devo confessare che il cinema a prevalente tematica omosessuale non è tra le mie abituali frequentazioni, e di questo chiedo scusa a chi invece è attrezzato per fruirne con la dovuta serenità. Ho apprezzato in ogni caso l'inquietante sfondo ideologico che fa da cornice alla vicenda, nel cui ambito appaiono un paio di "capi" che dietro modi molto "borghesi" e convenzionali nascondono una natura cinica e crudele. Ma qui sta probabilmente il difetto più evidente della pellicola. Un forse non sufficiente equilibrio tra i due binari su cui la vicenda si dipana: quello della passione che travolge i sensi dei due ragazzi e quello del movente ideologico neonazista che anima quei tristissimi figuri del gruppo politico. Il regista-sceneggiatore danese Nicolo Donato nella prima parte del film tratteggia magistralmente il pensiero ideologico che muove quegli esseri deliranti, per poi "incastrare" dentro questo sfondo il dilagare della passione dei due protagonisti. Ma poi sceglie di concentrare tutta l'attenzione sulla evoluzione intima e amorosa della vicenda, trascurandone per una buona parte lo sfondo politico. Il che contribuisce a depotenziare l'impatto del film e non impedisce (nella dettagliata cronaca del tran tran amoroso) l'affiorare di qualche momento di noia. E quando il film si avvia verso l'inevitabile drammatico epilogo, il restituire campo e visibilità ai "camerati violenti" e alla loro impietosa resa dei conti, tutto ha il sapore di un tardivo e affannato precipitare degli eventi. Interessante assistere al delinearsi dei caratteri dei due protagonisti, due uomini accomunati dal bisogno di liberarsi dalle maschere che le rispettive convenzioni hanno loro imposto, per lasciarsi andare ai sentimenti. Lars, congedato dall'esercito per un problema che non viene in realtà mai messo a fuoco nel film, è fondamentalmente un anarchico, insofferente e ribelle (ribelle verso l'esercito, verso la famiglia, verso la follìa neonazista). Dapprima egli "flirta" (per puro desiderio di esperienza) con l'ideologia nazista ma subito realizza che lui non è fatto di quella pasta, no, lui conosce la PIETA' e dunque ne è agli antipodi. Jimmy invece è talmente invasato dall' ideologia neonazista da portarne i simboli tatuati su gran parte del suo corpo. Ma se si va oltre quest'apparenza da duro, si individua un ragazzo fragilissimo ed è proprio questa sua debolezza che lo ha facilmente reso succube di un'ideologia rozza basata sulla sopraffazione fisica. E quando l'affettuosa attenzione da parte di Lars metterà a fuoco questo suo lato vulnerabile, per lui sarà troppo tardi per aprire gli occhi. A parte qualche momento di noia (che per me ha coinciso con la fase di "annusamento" reciproco e successivo corteggiamento tra i due), ciò che più mi ha suggestionato è il senso di drammatico pericolo incombente che si sviluppa a partire da quando i due percepiscono di essere stati "scoperti" e che -soprattutto- non verrà fatto loro alcuno sconto. L'impressione finale è quella di un film che è un pugno nello stomaco, ma con un difetto che era comunque prevedibile. Cioè ho trovato il film per certi aspetti molto nordico, molto freddo. Certo, nelle pellicole di produzione danese, questo elemento è spesso riconoscibile e condiviso. Ma anche no. Nel senso che ho visto anche film danesi molto più "europei" di questo, più sciolti nella propria comunicatività. Ma quest'ultimo è un punto da chiarire un pò meglio, per non generare equivoci. Quel che intendevo dire è che (lungi da me affermare che si tratti di una pellicola "algida") il film è poco verboso, le frasi sono secche e insomma non è certo il genere di film in cui ci si parla addosso. Anzi, gli attori più che con le parole si esprimono con gli sguardi e con insistiti primi piani. Ovviamente i due protagonisti sono attori a noi poco noti se non addirittura sconosciuti, ma ne va assolutamente segnalato il talento espressivo. In particolare Jimmy, il giovane neonazista, si segnala per una serie di primi piani da lui sostenuti con un impressionante sguardo sperduto che riesce a turbare lo spettatore. Concludendo. Film maschio e potente, ma anche un pò gelido. Sicuramente non un film per tutti.
Voto: 7/8

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