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Cella 211

Regia di Daniel Monzón vedi scheda film

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La recensione su Cella 211

di ROTOTOM
8 stelle

Come sono lontani i tempi delle grandi fughe, dei tunnel scavati in anni pazienti, dei tuffi dalle scogliere dell’Isola del Diavolo e degli ergastolani innocenti. A quei tempi i muri delle carceri dividevano il “fuori” , la libertà di un mondo accettabile,  da un “dentro” la prigionia che era la negazione di quel mondo e che aveva proprio nel desiderio di tornare a farne parte la ragione fondante della punizione sociale.

Quei tempi non ci sono più, è finita l’era del galeotto simpatico o dell’innocente in gabbia, il carcerato ora non è più ammantato da quel velo di empatia canagliesca che emana il  duro dal cuore d’oro. Ora i carcerati sono criminali, sanno di esserlo e quella libertà che anelano non è più

nei confronti di un mondo lontano e migliore ma di quello appena fuori dal muro di cinta, quella libertà regolata dalle stesse leggi fasulle, gli stessi violenti soprusi  che scandiscono la vita all’interno del carcere che della società  replica fedelmente gli stilemi in scala ridotta.

Se Malik in “Il profeta” entrava in carcere vergine e ne usciva potente e pronto a conquistare il mondo, in questo “Cella 211” il carcere diventa il luogo in cui si compie l’inevitabile trasformazione da uomo civile a criminale. Juan ( Alberto Ammann) guardia carceraria abbandonato dai colleghi nella cella 211 durante una rivolta dei detenuti, fingendosi uno di loro per salvarsi la pelle finisce per accostarsi al loro mondo grazie anche all’inetta, patetica e pavida gestione del potere da parte dei “liberi”.

La rivolta carceraria assume i toni di una lotta di classe, i detenuti non chiedono di uscire ma  di migliorare le proprie condizioni di vita all’interno del carcere poiché il fatto di essere in prigione a vita è un dato di fatto incontrovertibile. La violenza regna come unica legge alla quale attenersi e la dispotica gestione del potere del fautore della rivolta, Malamadre, nome straordinario di un bravissimo Luis Tosar visto in Miami Vice di Michael Mann, è molto più efficace del patetico rimpallarsi responsabilità e competenze delle autorità che dovrebbero chiarire la questione. Tutto il film è giocato sulla contrapposizione tra il non luogo carcerario che assume di diritto i galloni di unica realtà possibile e il mondo chiuso fuori con i suoi confusi meccanismi senza cadere però nella trappola della tesi da dimostrare. L’impianto è quello di un film di genere duro e puro, con facce segnate  e corpi sgraziati, cliché dei film d’azione, violenza e tensione che si autoalimentano e si propagano senza controllo mentre monta la sensazione che la risoluzione catartica dei vecchi film d’evasione sia lontana anni luce.

“Cella 211 “è un grande film, politicamente scorretto e luminoso come una metafora di un poeta impazzito, recitato in modo sublime da un manipolo di caratteristi dal ghigno sincero e sorretto soprattutto da dialoghi che evitano qualsiasi retorica. Il rapporto quasi filiale che si instaura tra Malamadre e Juan è uno dei più riusciti duelli di ambiguità che il cinema contemporaneo ricordi.

Daniel Monzòn, regista, non si tira indietro e va fino in fondo lucidamente senza offrire nessun tipo di scappatoia allo spettatore costretto ad assistere alla frantumazione dell’uomo civile che pressato dalla necessità di sopravvivenza rinnega la propria intelligenza a vantaggio della natura animalesca più nascosta. Il riavvolgimento del nastro della teoria dell’evoluzione si compie nella claustrofobia degli spazi, nella tragedia shakespeariana che investe i protagonisti, il loro inarrestabile scivolare nell’oblio fino al terribile, brutale finale,  il tutto montato su un ritmo narrativo marziale. Non c’è nessuna frenesia, nessun movimento isterico di macchina da presa anzi è proprio il fluido aleggiare della ripresa e il suo curioso, paziente stringere sui volti e attendere gli eventi a dimostrare che andare fino alla fine per i detenuti non è una scelta ma un destino già scritto. Scritto sulle pareti delle celle, inciso a futura labile memoria, il destino scritto con la disperazione di chi affida ad un graffito la prova della propria esistenza.

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