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Der siebente Kontinent

Regia di Michael Haneke vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Der siebente Kontinent

di yume
8 stelle

Consorzio umano disumanizzante, il cinema di Haneke mette in scena storie vere o verosimili tutte riconducibili a questo assioma.

locandina

Der siebente Kontinent (1989): locandina

Film d'esordio di Haneke, è ispirato alla storia vera di una famiglia borghese austriaca suicida in casa nel 1989.

Gli ultimi due anni della famiglia composta da Georg, un ingegnere, sua moglie Anne, un'ottica, e la giovane figlia, circa dieci anni, Eve, sono il pretesto narrativo, gruppetto-tipo di famiglia mononucleare che collassa in un’autodistruzione gelidamente calcolata e abilmente nascosta al mondo esterno, cellula di una società profondamente malata, dove la soluzione scelta dai tre sembra essere l’unica via d’uscita possibile.

Un pensiero di Karl Popper: “L’intelligenza è utile per la sopravvivenza se ci permette di estinguere una cattiva idea prima che la cattiva idea estingua noi “ costringe a chiedersi se l’intelligenza, che non ha impedito l’omologazione da cui le cattive idee si sono propagate come un virus, non abbia fallito il suo compito.

Il linguaggio, prodotto primo dell’intelligenza, è stato anche il primo ad essere eliminato da Georg e famiglia. L’ultimo, lauto pranzo dopo la gran spesa al supermercato, luogo-feticcio della contemporaneità, avviene nel silenzio totale.

Né lunghi discorsi ci sono stati nei due anni precedenti.

Unici momenti abbastanza ampi di formulazione verbale del pensiero le due lettere ai genitori, scritti formali, informazioni su sviluppi di vita, lavoro, convenevoli vari e, da ultimo, la decisione di trasferirsi in Australia.

Sappiamo che poi l’Australia, sesto continente, sarà bypassata in favore del settimo.

 

Language is a virus from outer space, proclamava Burroughs.

Nel finale Haneke pone i tre defunti davanti ad un televisore acceso, ma è solo uno schermo senza voce, solo neve e ronzio fastidioso.

 

Consorzio umano disumanizzante, il cinema di Haneke mette in scena storie vere o verosimili tutte riconducibili a questo assioma.

Il primo pilastro a cadere è la famiglia, sacro tempio di affetti conclamati, rifugio sicuro dove curare ferite e ripartire per nuove tenzoni.

Trappola di egoismi, fucina in cui forgiare strategie a salvaguardia della propria sicurezza e benessere, distruggere il tempio è condizione indispensabile perché cada il totem rivelando la sua falsa sacralità.

Georg e Anna decidono per la fuoruscita dal mondo nel bel mezzo di una vita comoda, ben remunerata e accessoriata.

Haneke non spiega come sia maturata la decisione, non ipotizza, il suo cinema non è intrattenimento per spettatori in attesa di un finale né intende raccontare storie.

La violenza sullo schermo, peraltro del tutto asettica e fuori campo, è riproduzione simbolica del reale, e se risulta inaccettabile bisogna chiedersi perché, abituati come siamo a quella ben più devastante a cui assistiamo lungo le strade della vita.

Birgit Doll, Leni Tanzer, Dieter Berner

Der siebente Kontinent (1989): Birgit Doll, Leni Tanzer, Dieter Berner

 Un forte getto d’acqua saponata apre il film.

La famigliola è dentro l’abitacolo e assiste muta e in controluce all’evento purificatore.

Quando le rotaie restituiscono l’auto lucente un gran cartello con spiaggia solitaria a perdita d’occhio e oceano d’acqua incontaminata ammicca: “Welcome to Australia”, e sembra dire: “venite da me, qui il mondo è diverso.”

Prima che il secondo atto prenda il via, Haneke ci mostra con distacco che rasenta l’ironia modelli di vita associata ridotta a rituali giornalieri vissuti in automatico,

I vecchi, classici concetti di alienazione e reificazione, ormai in disuso, lasciano il posto a primi piani prolungati e statici su oggetti-feticcio della vita di tutti i giorni, la ripetitività dei gesti (sveglia digitale, pantofole, spazzolino da denti, corn flakesricolmi di zuccheri, porta automatica del garage, scuola-ufficio-negozio) e la meccanizzazione del lavoro disconnettono il cervello dalla persona, le dita della commessa più veloci della luce alla cassa del supermercato ipnotizzano, scaffali traboccanti e carrelli debordanti scorrono sui binari del consumismo più bieco.

Va in scena il quotidiano, interrotto continuamente da jump-cuts a nero che, cambiando scenario, impediscono che un’ emozione cresca e tracimi.

Lo spettatore sospetta che non ci sarà un happy ending, ma non ha indizi per immaginare dove porteranno le correnti sotterranee serpeggianti che avverte sotto l’algida normalità delle scene.

Il racconto procede senza esasperazioni, i germi distruttivi lavorano nel sottosuolo.

Come il caso del fratello di Anne, protagonista di un breve flash, una cena in casa della sorella e del cognato. Personalità disturbata in fase di guarigione, scoppia in un pianto dirotto e immotivato. Anne lo abbraccia, nessuna alterazione visibile tra i presenti, qualche sguardo, una pausa breve e la cena prosegue.

Leni Tanzer

Der siebente Kontinent (1989): Leni Tanzer

Al personaggio della piccola Eve dagli occhi sgranati e tristi Haneke consegna quel residuo di umana pietà che ancora sopravvive, e così a scuola dirà di essere cieca, ma nessuno si chiede perché. Solo lei tenterà debolmente di opporsi quando sarà distrutto l’acquario di casa a cui era addetta ogni mattina con il mangime dei pesciolini. Un debole tentativo di non accettare la soluzione finale di cui i genitori l’hanno messa al corrente lo farà, ma le parole con cui ogni genitore sa garantirsi l’ubbidienza dei figli fanno subito effetto.

I bambini de Il nastro bianco (2009) hanno imparato da lei la lezione e si muoveranno di conseguenza.

Georg ed Anne sono invece impassibili, il ménage procede senza scosse, comunicazione a livello zero punto zero, fanno l’amore una sola volta e, vista la ripetitività di gesti e rituali su cui Haneke calca sempre la mano, quell’unicum è altamente stupefacente.

Anne scoppia in lacrime improvvise solo una volta, al secondo passaggio nell’autolavaggio, ma il suo pianto passa inosservato, sovrastato dalle spazzole rotanti.

Dal mondo ovattato in cui Georg e famiglia vivono così apparentemente integrati non si riesce a credere che si decida di staccare la corrente. La devastazione intima non deve trasparire, l’immagine sociale va tutelata anche in punto di morte e il minuzioso programma prevede misure adatte allo scopo. La borghesia si autodistrugge con metodo e ordine, la facciata resta intatta e l’inferno è protetto fra le quattro mura domestiche.

 

scena

Der siebente Kontinent (1989): scena

La seconda parte del film è l’attuazione meticolosa del piano suicida, l’accurata polverizzazione di ogni particolare d’arredo, mobile, suppellettile. Il denaro ritirato in banca e finito nel water è sublime, la mazza che si accanisce sui vetri, sulle preziose porcellane e sui costosi mobili sembra un castigo divino, la distruzione dell’appartamento è svolta con ingegneristica precisione, unico momento di emozione è la rottura dell’acquario, con i poveri pesci lasciati a boccheggiare sul pavimento.

Per suicidarsi in gruppo occorre organizzare una scaletta, dunque prima sarà la bambina che reciterà devotamente la sua preghiera serale, poi la donna, infine lui, Georg, che ha qualche problema di rigetto con le pillole, ma alla fine ce la farà.

Muoiono davanti ad un televisore acceso, unico oggetto rimasto collegato in casa.

Sabbia, effetto neve totale, fine delle trasmissioni, silenzio.

Spunta di nuovo quel manifesto virato al seppia dell’Australia visto all’inizio, ma il settimo continente non era quello, l’avevano fuori della porta di casa.

 

www.paoladigiuseppe.it

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