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The Road

Regia di John Hillcoat vedi scheda film

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La recensione su The Road

di giancarlo visitilli
8 stelle

Neanche, poi, così tanto apocalittico. Ci siamo: è quasi il mondo su cui ci stiamo affacciando, quello raccontato da questo incredibile e bellissimo disaster movie, così minuziosamente ben descritto nell’omonimo romanzo del Premio Pulitzer, Cormac McCarthy (già autore di “Non è un paese per vecchi”), da cui il regista australiano John Hillcoat ha tratto il suo film, presentato in Concorso all'ultima Mostra di Venezia, restando abbastanza fedele al romanzo, compreso nel debolissimo finale.    

La terra devastata da incendi e terremoti, esseri umani costretti a vivere secondo i più crudeli istinti di sopravvivenza, compresi quelli di un padre che deve portare al sicuro suo figlio, da altri uomini che potrebbero farlo a pezzi e mangiarlo, alberi che crollano repentinamente al suolo, senza altra luce che una nebbia grigia. Strade e case in rovina, auto ferme per mancanza di carburante. La fame e il gelo terribile uccidono i superstiti.

A dominare la scena un Viggo Mortensen memorabile in tutta la sua cupezza ed emozionante asprezza, che sembra suggerire allo spettatore più sprovveduto: “Perché un uomo dovrebbe far nascere un bambino se il mondo va a scatafascio?”, “Perché riprodursi e non, semplicemente, morire?”. Perché l’America-mondo, attraversata da questo padre, è una terra piena di brutture, in cui i valori si sono sgretolati, gli umani non conoscono più la presenza della solidarietà, e di tutto non rimane che qualche residuo di umanità.

Hillcoat, dall’inizio alla fine, tiene serrato il ritmo, scegliendo di scolpire l'angoscia soprattutto sul volto di Mortensen, pur relegando alla scarnificazione i dialoghi, filosofici e privi di moralismi retorici.

Finalmente un film che, al modo della cartina geo-politica di Peters, racconta di un Sud, l’unico in cui c’è salvezza, perché qui c’è meno freddo, non solo dal punto di vista della meteorologia… Ma non è questo il motivo per cui questo film, girato nel 2008, è stato tenuto dal produttore nel cassetto per un anno e dal distributore italiano per altri sei mesi, perché entrambi speravano che la crisi sociale, originata da quella economica, finisse. Invece, solo da pochi giorni, almeno noi in Italia, ci siamo accorti che la crisi è cominciata da un bel po’ e non finirà per un altro ancora bel po’.

Quello di Hillcoat, è un mondo molto simile a quell’altro, che solo qualche anno fa, ha impressionato i pochi fortunati spettatori che ne hanno visto le immagini, di I figli degli uomini di Alfonso Cuarón. In questo di Hillcoat ci si mettono anche le dolenti e cupe note di Nick Cave. Il risultato non è difficile immaginarlo. Tuttavia, vederlo, al cinema, come spettatore risulterà un’esperienza importante, in giorni in cui quello che è sullo schermo non è così tanto dissimile da quello che ogni giorno ci passa la vita.

Giancarlo Visitilli

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