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Police, Adjective

Regia di Corneliu Porumboiu vedi scheda film

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La recensione su Police, Adjective

di Peppe Comune
8 stelle

Cristi (Dragos Bucur) è un poliziotto incaricato di far luce su un sospetto caso di spaccio di droga all'esterno di una scuola. Dai suoi continui appostamenti, Cristi effettivamente scopre che c'è un ragazzo che “offre” hashish ai suoi coetanei. Ma la legge in merito è molto punitiva e siccome potrebbe essere cambiata a breve lui tergiversa, mettendoci più tempo del previsto e cercando di giungere alla radice dello spaccio di droga, che vede dei giovani che fumano erba solo delle insignificanti pedine di superficie. E nonostante gli venga imposto di trovare le prove e chiudere il caso, non se la sente di avere sulla coscienza la vita di un giovane ragazzo. Ma il suo superiore diretto (Vlad Ivanov) la pensa molto diversamente.  

 

Vlad Ivanov, Dragos Bucur

Police, Adjective (2009): Vlad Ivanov, Dragos Bucur

 

Dopo quel gioiello di film che è stato “A est di Bucarest”, Corneliu Poromboiu conferma il suo talento registico con Police, Adjective, un film minimalista che investe molto su una narrazione ellittica per giungere a delle riflessioni ragionate sulla Romania che rimane discretamente sullo sfondo. Una caratteristica questa comune a tanto buon cinema che arriva da quel paese, funzionale per fare una fotografia dell'esistente continuamente messa in relazione, da un lato, con un passato prossimo ancora troppo ingombrante per potersi dire definitivamente superato e, dall’altro lato, con un futuro che ancora non si riesce a scorgere con precisa nitidezza. La Romania mostra i segni di un paese ancora irrisolto e il fatto che tanti film abbiano saputo interpretare questo elemento astratto sapendoli calare nelle fattispecie concrete fornendogli delle adeguate soluzioni narrative, è elemento sufficiente per definire la cinematografia rumena uno delle più vitali ed interessanti negli ultimi anni. 

Come già accennato, “Police, Adjective” viene dopo “A est di Bucarest”, due film accomunati dall'intenzione di fare del fuoricampo una componente essenziale della narrazione. In entrambi i film, infatti, a dare la spinta allo sviluppo della storia è sempre un movente continuamente evocato ma mai fatto vedere concretamente. Nel primo film, era la domanda su se si fosse trattata di “vera rivoluzione” quella che produsse la caduta del regime di Ceaucescu, domanda che sarà il fulcro di un “acceso” dibattito all’interno di un programma televisivo. Nel secondo caso, è un'indagine di polizia su un sospetto traffico di droga. La fine di una dittatura e il giro di droga fra ragazzi sono fatti molto concreti, ma l'obiettivo della macchina da presa si concentra esclusivamente su chi da quei fatti e condizionato e per quei fatti cerca di trovare delle risposte ragionevoli. A dividere le due pellicole di Corneliu Poromboiu, invece, è lo stile narrativo adottato. Tanto parlato e apertamente ironico quello, quanto laconico ed “esistenzialista” questo.  

La forza di “Police, Adjective” sta nel fare di un'ordinaria indagine di polizia lo specchio in cui poter scorgere l'incontro-scontro tra gli elementi retrivi che tengono legati la Romania alle sue "sicurezze" burocratiche e le forme del nuovo paese che faticano ad emergere. Cristi incarna l'uomo che pue essendo un poliziotto, e quindi perfettamente inserito dentro gli ingranaggi istituzionali, intende innestare uno spirito più umanizzante nell’asettica interpretazione dei regolamenti di polizia. Cristi osserva molto, il suo lavoro lo porta a fare ore di appostamenti, che gli servono, non solo a raccogliere elementi che possono servire alla soluzione del caso, ma soprattutto a far sì che questi elementi corrispondano alla soluzione che lo faccia stare più a posto con la propria coscienza. Perché nell'osservare molto Cristi scorge l'inafferrabilità della verità, capisce che dietro delle cose che accadono davanti ai propri occhi ce ne sono altre ben più importanti che ne fanno da substrato sociologico. Cristi, in una maniera più o meno consapevole, entra a contatto con la complessità e i suoi più diretti derivati. E cerca di penetrarla questa complessità, cominciando dalla natura condizionante dei momenti primi. Ovvero, cercando di far emegere quell’insieme di fatti e circostanze che per delle dinamiche comportamentali ormai normalizzatisi nel tessuto sociale riescono sempre a rimanere sfuggenti ed anonimi. La sua coscienze ne esce traumatizzata nel confrontarsi con un paese carico di contraddizioni sociali.  

Ecco “Police, Adjective” è un film sull’ osservare e sul senso che gli si vuole dare. Perciò molto bella ed emblematica è tutta la sequenza del dialogo tra Cristi e il suo diretto superiore, un funzionario che ha un'idea totalmente diversa dalla sua su come gestire un’indagine di polizia. Un lungo piano sequenza, fisso sui due che riempiono l’inquadratura di fiumi di parole. Per un dialogo che diventa quasi una digressione semantica sul senso delle parole, dove l'alto funzionario di polizia fa valere la sua autorità ribadendo la finalità repressiva della polizia contro chi vuole farne uno strumento di redenzione sociale. Anche in questo caso Cristi si fa emblema di quanti non possono far altro che soccombere sotto i colpi manipolatori della “bella retorica”, accettare di rimanere nella mediocrità della superficie e convincersi che la conservazione dell'ordine sociale sia più conveniente della ricerca di una più umana giustizia tra gli esseri umani. Questo spirito di osservazione è mutuato direttamente dallo stile di regia adottato, che investe molto su piani fissi e sul rimanere lungamente concentrato sui pedinamenti di Cristi e sulla sua esistenza domestica. Per lunghi tratti, il tempo filmico corrisponde a quello reale, con una durata che ne risulta dilatata solo per l’ausilio delle ellissi narrative necessarie. Un modo per fare dello spirito di osservazione di Cristi uno sguardo più ampio su un paese che fatica ad uscire dalla sua endemica indeterminatezza. Sempre cinema intelligente con Corneliu Poromboiu 

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