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Dogtooth

Regia di Yorgos Lanthimos vedi scheda film

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La recensione su Dogtooth

di OGM
8 stelle

Fedele ma feroce. Come un cane selvatico che si è lasciato addestrare. Che riconosce il padrone, e gioca con lui, fino a che qualcosa, nel suo corpo di animale, non risveglia un'ancestrale nostalgia del mondo.

Paura e (para)noia. Sono le fonti di ispirazione della nostra anima creativa. La perversione è fantasia che nasce dalla negatività, dalla privazione di certezze, dal vuoto di non sapere chi siamo. È il nostro modo di nasconderci, ognuno a suo modo, ognuno con una maschera di propria invenzione. Due coniugi borghesi temono per i loro figli, li vogliono solo per sé. Li generano per poi tenerli rinchiusi nella villa di famiglia, dentro un recinto oltre il quale è impossibile vedere il mondo. Tre ragazzi diventano adulti credendo che là fuori non si possa andare, se non a bordo di un’automobile, e non prima che il canino superiore – quello di destra, o quello di sinistra – sia caduto per fare spazio a un dente nuovo. I loro genitori li hanno cresciuti in un mondo di assurde bugie, in cui persino le parole più comuni – come mare, autostrada o telefono- hanno cambiato significato, per farle rientrare in quel microcosmo che esclude gli spazi esterni, la possibilità di viaggiare, di comunicare a distanza. La prigione è un’invenzione del potere, che previene il rischio del dubbio, del sospetto, o anche di una primitiva, ingenua curiosità. Lo scopo è raggiunto nella maniera più rassicurante possibile, con una censura che si camuffa da favola, che si fa bella per poter essere scelta, spontaneamente, come compagna di giochi. Ciò che non può essere reso inoffensivo – un aereo in volo derubricato come modellino di plastica – diventa un pericoloso intruso, un nemico mortale da combattere: un gatto, un film, una parola di troppo. È l’avversario della partita a cui si è voluta ridurre l’esistenza, disciplinata da precise regole, confinata in un preciso territorio. Il totalitarismo è l’antidoto ideale all’insicurezza, quella dei sovrani,  esattamente come quella dei sudditi. Nella menzogna semplificatrice tutti si beano, e finiscono per divertirsi, usando la disobbedienza come uno stimolante diversivo. È così che la trasgressione diventa veleno. Non è più la sana espressione del naturale desiderio di libertà, ma solo lo sfogo allucinato di un animale in cattività.  In quelle condizioni estreme,  la rivolta è ferocia, non meno spietata della repressione. È sangue vero, personale, che sporca davvero il corpo e l’anima, e non è quello retorico, scenografico del terrorismo di regime.  La crosta della logica politica, asciuttamente studiata a tavolino, si spacca sotto la pressione di un magma istintivo, indisciplinato e quindi imprevedibile. La sua violenza è casuale e insensata, cieca e quindi fatale. L’epilogo non ha ragione, viene meno al principio della continuità. È autolesionistico, forse per contrappasso rispetto ai pretesti iperprotettivi del potere autoritario.  È straziante eppure silenzioso, in risposta ai clamori anestetizzanti della tirannia. Succede qui, come in The Lobster. Per Yorgos Lanthimos la morale è un’atrocità che non parla,  dal significato eternamente sospeso.  È il suggello della morte degli obiettivi, che è la conseguenza finale dell’alienazione, dell’essere fuori dalla Storia, estranei ad ogni possibilità di pensare a se stessi come creature naviganti nel tempo.

 

Aggeliki Papoulia

Kynodontas (2009): Aggeliki Papoulia

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