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Dogtooth

Regia di Yorgos Lanthimos vedi scheda film

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La recensione su Dogtooth

di pazuzu
9 stelle

«Un cane è come la creta, il nostro lavoro qui è di dargli forma: un cane può essere dinamico, aggressivo, un lottatore, codardo o affettuoso. Richiede lavoro, pazienza ed attenzione da parte nostra. Ogni cane, anche il suo, aspetta che noi gli insegniamo come comportarsi. Capisce? Noi siamo qui per determinare quale comportamento il cane dovrebbe avere. Vuole un cucciolo o un amico? Un compagno? O un cane da guardia che rispetta il suo padrone e obbedisce ai suoi ordini?»

In una grande villa con piscina sita nell'entroterra greco vivono tre ragazzi che non ne hanno mai varcato la soglia. Un cancello ed un'ampia staccionata rinforzata da una folta siepe rappresentano il confine del mondo che i genitori stanno riservando loro per preservarli dalle insidie della vita reale: un mondo blindato e teoricamente autonomo in cui la famiglia basta a sé stessa, in cui non ci sono nomi propri ma solo il padre la madre la figlia maggiore il figlio e la figlia minore, in cui gli aerei che volano in cielo sono giocattoli e si spera che cadano a terra per appropriarsene, e in cui i gatti sono il peggior nemico dell'uomo, da scacciare od uccidere se non si vuol finire sbranati e divorati, un mondo nel quale i pesci si materializzano dal nulla nella piscina di casa e i cani nascono direttamente dall'utero della padrona, un mondo nel quale per passare il tempo si scelgono giochi insensati (come la gara a chi resiste di più con un dito sotto al getto d'acqua calda del rubinetto, o come quella a chi si riprende prima dopo essersi stordito col cloroformio), ed il cui scopo, quando ce n'è uno, è quello di ottenere i punti utili a guadagnarsi il diritto di scegliere l'intrattenimento della serata, che può consistere in un ulteriore gioco, in un ballo di gruppo, o nella visione di un filmino di famiglia.

È il padre, autoritario e risoluto, il fulcro attorno a cui si muove l'intera giostra, è lui la mente che ha architettato questo microcosmo irreale inculcandolo ai figli con un carico costante di menzogne volte ad alimentare la paura dell'ignoto, ed è anche lui l'unico autorizzato ad uscirne: lo fa ogni giorno, per andare a lavorare alla sua fabbrica e a raccontare frottole a chi gli propone una sortita con mogli al seguito (la sua, dice, è sulla sedia a rotelle e rifiuta di farsi vedere in giro), mentre dei figli nessuno sa né chiede nulla. Tra le mura domestiche, con quelli che continua a considerare i propri 'bambini', è prodigo di consigli, sempre pronto a rammentargli che là fuori c'è il male: per questo motivo potranno uscire solo quando saranno maturi, ovvero quando gli sarà caduto il primo canino, ma dovranno comunque farlo in macchina, in sicurezza, e solo quando il dente sarà ricresciuto potranno imparare a guidarla. E guai ad avventurarsi prima, perché chi c'ha provato è diventato cibo per gatti.

Succube del padre e supina ad ogni suo volere, la madre gli offre piena collaborazione, spendendosi ad insegnare ai ragazzi parole nuove, o meglio, ad assegnare significati fittizi a termini di uso comune ma che nel contesto ristretto delle quattro mura risulterebbero di difficile comprensione: a cosa serve parlare di autostrada a chi non può oltrepassare il cancello di casa? Che senso ha spiegare cos'è uno zombi a chi non può guardare la tv se non per rivedere sé stesso? E perché rivelare l'esistenza del telefono a chi non è in grado di avere contatti con gli estranei? Tanto vale dire che l'autostrada è un vento molto forte, che lo zombi è un fiorellino giallo, e che il telefono è una piccola saliera di plastica.

Nel quadro di questa natura morta si muove anche Christina, una dipendente del padre che egli, pagando, introduce nel proprio regno ad intervalli regolari per soddisfare gli istinti sessuali del suo giovane maschio, onde evitare che questi finisca per insidiare le due femmine. Ma, senza rendersene conto né tantomeno volerlo, sarà lei, l'elemento esterno, a portare le prime insidie al vuoto pneumatico costruito con cura dall'uomo attorno alle sue creature, a minarne l'equilibrio, a spargere il seme della curiosità, a favorire l'apertura di piccoli squarci di realtà. Scoperto il danno, il pater familias proverà a ricomporlo e a sedare le crescenti spinte centrifughe, ma con esiti tanto imprevedibili quanto tragici.

Premiato in diversi festival tra cui Cannes 2009, dove ha trionfato nella sezione Un Certain Reguard, e nominato agli Oscar 2011 tra i migliori film stranieri, Kynodontas (termine greco che identifica il dente canino) è un film estremo raccapricciante e difficile da dimenticare, la cui forza è l'essere radicato nella follia ma terribilmente credibile. Allevati in una sorta di fiaba senza (lieto) fine, educati all'immobilità perenne, impreparati alla libertà ed ammaestrati come cani alla cieca obbedienza, i tre ragazzi sono dei giovani in età da liceo ma fermi mentalmente alla prima infanzia, incapaci di sognare e indotti a vivere il loro inferno convinti che sia il paradiso; nella sua esasperata smania di controllo il padre ha pianificato ogni particolare, a partire dai confini che delimitano esteriormente la (micro)porzione di globo messa a loro disposizione, cercando di garantirne l'isolamento attraverso la creazione di un linguaggio neutralizzato, edulcorato, vuoto, spogliato di elementi giudicati potenzialmente pericolosi perché capaci di funzionare da ponte con il mondo reale, ed ingegnandosi nell'edificare castelli di bugie per dirottare nell'unica direzione utile qualsiasi manifestazione dello scibile umano (in una delle scene più agghiaccianti fa ascoltare ai figli Fly me to the Moon di Bart Howard - nell'interpretazione di Fred Gardner - presentandola come una canzone di un fantomatico "nonno" e producendosi in una pseudo traduzione simultanea dall'inglese farlocca autoreferenziale e delirante).

Il progressivo disfacimento di questo universo minimo artificiale è reso egregiamente dal regista e sceneggiatore Giorgos Lanthimos, che dà larga preferenza a lunghe riprese con camera fissa dalle quali talvolta a restar fuori sono proprio i volti dei protagonisti, quasi a sottolinearne la spersonalizzazione. La messinscena è fredda e gelida, l'atmosfera claustrofobica e beffarda: Kynodontas è un pugno sordo nello stomaco, un film disturbante e sgradevole destinato a restare impresso negli occhi a lungo.

Papà ci ama.

Mamma ci ama.

E noi li amiamo?

Sì, li amiamo.

Amo i miei fratelli e sorelle

perché anch'essi mi amano.

La primavera riempie la mia casa.

La primavera inonda il mio cuoricino.

I miei genitori sono fieri di me

perché faccio del mio meglio.

Ma cerco sempre di fare ancora meglio.

Casa mia, sei meravigliosa e ti amo.

E mai, mai ti lascerò.

(La canzone del nonno)

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