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Fish Tank

Regia di Andrea Arnold vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Fish Tank

di degoffro
8 stelle

CONTIENE SPOILER

Il secondo film di Andrea Arnold ha una struttura narrativa molto simile al suo interessante esordio “Red Road”. Per i primi novanta minuti, infatti, non succede quasi niente. Quindi c’è una sequenza di sesso piuttosto lunga e realistica, non così inattesa come nel precedente film ma certamente ben più “scandalosa”. Infine l’ultima parte vede un accumulo forse un po’ frettoloso e programmatico di eventi, per lo più drammatici, che coinvolgono la giovane protagonista per la quale però, in chiusura, si apre uno spiraglio di speranza. Il risultato, comunque, pur non nuovo per temi e stile, è accattivante, onesto, appassionato. “Fish tank”, letteralmente acquario, titolo che ben sintetizza la condizione di “prigioniera” della protagonista, costretta a vivere in un contesto proletario chiuso, opprimente e soffocante (la metafora peraltro è resa ben esplicita nella bella sequenza della cattura di un pesce che poi, lasciato sul prato, annaspa boccheggiante prima di essere infilzato da Connor, ma anche il vecchio cavallo bianco legato ad un masso può essere interpretato in questa ottica) è lo studio attento, denso e molto incisivo della vita quotidiana della quindicenne Mia, ragazzina problematica che fugge dagli assistenti sociali, marina costantemente la scuola, litiga furiosamente con le coetanee fino ad arrivare a spaccare il naso ad una compagna con una testata, ha un pessimo rapporto con la superficiale, distratta e volgare madre (“Quale è il tuo problema?” le urla insultandola e prendendola a sberle la donna, al suo rientro a casa, “Sei tu il mio problema” replica lapidaria e cinica Mia che, peraltro, anche con la sorellina Tyler ha un dialogo burrascoso, fatto più di parolacce, odio ed offese che di confidenze ed affetto), vaga per i quartieri popolari della periferia della sua città senza un vero obiettivo se non quello di liberare un bianco cavallo, tristemente legato con una catena ad un enorme macigno, vicino ad una roulotte di ragazzi gitani che, scopertala, tentano pure di aggredirla. La ragazza ha una sola, vera passione, la danza ed è anche bravina: a volte si esercita tutta sola in un appartamento disabitato e spoglio per perfezionare i suoi passi su musica afro in genere, rap, raggie, hip hop, rhithm & blues. Quando conosce Connor, il nuovo affascinante e giovane compagno della madre, Mia inizia a provare una timida poi sempre più forte attrazione per lui. Connor, infatti, è cordiale, gentile, attento: tutto il contrario della madre, insomma. La porta in braccio nella sua camera quando finge di essersi addormentata davanti alla tv in salotto, oppure la carica sulle spalle quando si ferisce il tallone entrando nel fiume per aiutarlo a catturare un pesce e non esita a prestarle qualche soldo quando lei glieli chiede. Un giorno porta perfino Mia, Tyler e la loro mamma a fare una scampagnata, come se fossero una famiglia normale (sequenza dolcissima). Connor non lesina rimproveri a Mia (“Hai bisogno di disciplina” le dice dopo che la madre le ha imposto una nuova scuola da frequentare), suscitando le reazioni stizzite, infastidite ed ostili della ragazza, ma sa anche ascoltarla e soprattutto la invita a coltivare la sua passione per il ballo, ne apprezza il talento e non esita a dichiararglielo (“Tu balli come una nera” le dice al loro primo incontro in cucina, chiarendole che il suo vuole essere un sincero complimento) incentivandola a preparare un filmato da inviare per un provino di cui Mia ha letto incuriosita il volantino (le presta la sua videocamera per l’occasione). Mia potrebbe essere una sorta di Billy Elliot in gonnella ma per lei il destino è meno clemente, come dimostra la brutale eppur toccante sequenza dell’audizione, preparata con tanto entusiasmo, impegno e dedizione sulle note di “California dreamin” cantata da Bobby Womack, come se quella fosse l’occasione perfetta, e ai suoi occhi, forse già l’ultima, per valorizzarsi. La Arnold si conferma abile e scrupolosa osservatrice dell’animo e della condotta femminile. Il personaggio di Mia è reso magnificamente dalla debuttante e magnetica Katie Jarvis, trovata per caso alla stazione di Tilbury Town mentre litigava furiosamente con il suo fidanzato: sguardo insolente, ribelle, aggressivo, sfrontato eppure indifeso, smarrito, innocente, a tratti persino docile e delicato, la Jarvis è bravissima nel comunicare la rabbia, la frustrazione, l’impotenza, la timidezza, le paure e la fragilità del suo personaggio e conquista per la sua al tempo stesso cruda e tenera autenticità. La regista la pedina, esattamente come aveva fatto con la Jackie di “Red Road”, con un frequente uso della macchina a mano. Il suo stile è scarno e asciutto, fisico, solo in due occasioni “romantico” (le due sequenze in cui Connor porta in braccio Mia a sottolineare il primo vero dolce sentimento d’amore che Mia, per lo più divorata da rancori, delusioni e disprezzo, prova per qualcuno che mostra un po’ di delicatezza ed attenzione nei suoi confronti). Il suo occhio su un mondo ai margini, fatto di palazzoni e periferie, cemento, degrado ed abbandono, solitudini e disagi, miseria ed emarginazione, è duro e penetrante, quasi chirurgico, mai convenzionale o compiaciuto. La sua capacità di entrare in contatto con un’adolescenza annoiata e senza punti di riferimento è efficace, diretta e “pura”, degna del miglior Gus Van Sant, lontana da facili morbosità o banali stereotipi. La sua direzione degli attori è sicura (ottima anche Kierston Wareing, già meravigliosa protagonista di “In questo mondo libero” di Ken Loach, nome che, visti i primi due film della regista, è un suo chiaro punto di riferimento). L’accumulo di eventi della parte finale, pur un tantino esagerata, è gestita con maggiore maturità, coerenza e saggezza rispetto a “Red road” dove il repentino cambio di atteggiamento della protagonista risultava fasullo e forzato. Peccato che non si riesca a nascondere del tutto qualche smagliatura nella sceneggiatura, soprattutto in relazione allo squallido e miserabile personaggio di Connor, anche se va riconosciuto che il ribaltamento della prospettiva è inatteso. C’è comunque un crescendo di tensione notevole ed insospettabile (la visita di Mia nella casa di Connor e la relativa scoperta sull’identità dell’uomo, la dirompente e straziante sequenza della fuga quasi disperata con la bimba, quando Mia, sentitasi tradita ed ingannata, consumata dalla rabbia e da un forte desiderio di vendetta, in evidente stato confusionale, sembra perdere il controllo di se stessa rischiando di compiere gesti istintivi inconsulti e violenti), la commozione è sincera, a tratti dolorosa, come nella già citata sequenza del provino. Il finale volutamente aperto, come in “Red road”, è leggermente risaputo, utopistico ed ingenuo (e anche il ballo a tre di riconciliazione con mamma e sorellina prima della partenza suona un po’ retorico e semplicistico) ma non disturba né risulta stucchevole, anzi funziona. Dopo le già troppe sofferenze patite alla sua tenera età, è giusto lasciare aperta a Mia magari non una porta ma almeno una finestra. Probabilmente Mia avrebbe preferito fuggire su di un cavallo bianco (forse quello che con tanta insistenza aveva cercato di liberare, salvo poi piangere affranta alla notizia della sua morte) accanto al suo principe azzurro, se il principe fosse stato come quello delle favole e non un orco opportunista ed immorale: si accontenta di una vecchia Volvo 940 fatta funzionare con pezzi raccattati in qualche discarica abbandonata e di un amico improvvisato che, come lei, è spaesato, confuso, emarginato e non sa ancora bene cosa vuole dalla vita. Poco importa: ciò che conta è fuggire da quel posto depresso e deprimente per tentare almeno un nuovo inizio via da lì, librarsi in cielo come un palloncino, per cercare di non finire boccheggiante come quel pesce pescato a suo tempo con Connor. Sperando che il destino, questa volta, le sorrida. Girato in sequenza cronologica con gli attori che scoprivano giorno per giorno l’evolversi della vicenda. In Concorso al Festival di Cannes dove la regista per la seconda volta ha ottenuto il Gran Premio della Giuria. 3 nomination agli European Film Awards (regia, film e protagonista).

Voto: 7+

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