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Vincere

Regia di Marco Bellocchio vedi scheda film

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La recensione su Vincere

di mc 5
10 stelle

Un magnifico film di cui la cinematografia italiana può andare fiera. Un'opera rigorosa, senza compromessi, che può soddisfare il bisogno di cinema autentico di ogni sincero appassionato. Io, poi, esaltato dalla qualità dell'opera, nonchè dalla sua serietà e dal suo "peso", confesso che l'ho visto due volte. Dopo una prima visione, ho infatti scelto di ripetere l'esperienza per gustare in ogni sfumatura il piacere di vedere due attori italiani esprimersi al loro meglio ed offrire due performance che rasentano l'eccellenza. Su tutto il film regna uno stile maestoso, imponente, che ci fa "respirare" la storia e il clima di quegli anni funesti che videro gli italiani piegati dai deliri bellicosi e dalle smanie di conquista di un uomo che gli italiani non meritavano...o forse sì, visto il tributo plebiscitario di fiducia che la gran parte del Paese gli accordò. E qui tocchiamo un tasto davvero dolente, vale a dire l'ipotesi di un rapporto tra il male che quell'uomo fece al Paese approfittando di un enorme consenso popolare e la delicata situazione politica che l'Italia sta vivendo in questi ultimi anni. Il tema è spinoso, perchè le nostre vicende politiche hanno preso una piega decisamente turbolenta da quando una certa persona è "scesa in campo" stravolgendo regole e dettandone arbitrariamente di nuove, sconvolgendo equilibri e ricorrendo ad un uso dei media finora mai sperimentato. Ma sospendiamo (per ora) queste riflessioni e torniamo al capolavoro di Marco Bellocchio, il quale con questo film ritorna ai propri antichi splendori di ottimo regista, tanto che in parecchi hanno segnalato che la creatività e il talento di Bellocchio paiono tornati ai tempi de "I pugni in tasca", opinione che mi sento di condividere. Intanto è perfetto l'equilibrio fra melodramma e vicenda umana dolorosa da una parte, e rievocazione storica dall'altra: la compenetrazione fra i due elementi sortisce un effetto emotivo estremamente coinvolgente. Si avverte intensamente il pulsare tremendo e imponente della Storia che avanza brutalmente e travolge ogni cosa, dai sentimenti agli accadimenti comuni delle vite quotidiane dei cittadini. Piazze osannanti in delirio per un uomo della Provvidenza e sciagurate spedizioni di cittadini esaltati che si sentono al di sopra della Legge: ciò ha come triste contraltare famiglie comuni i cui componenti vengono annientati come persone, calpestati nell'intimo della propria dignità e ridotti ad oggetto di scherno e di sopraffazione. E' in un simile drammatico contesto storico che si dipana la vicenda -ormai arcinota a chiunque- della tormentata relazione fra Mussolini e Ida Dalser. Costei era una ragazza trentina proprietaria di una boutique che aveva conosciuto un Mussolini molto giovane ma già completamente perso dietro i suoi ambiziosi deliri di onnipotenza, rivelando una personalità "disturbata" dall'ossessione del potere e del dominio, in cui l'amore pare ridursi a pulsioni erotiche da sfogare con furore e passione, ma destinate ad essere subito dopo dimenticate per fare posto ad una delirante urgenza di bisogno di riscontro del proprio successo politico; un chiodo fisso il suo, quello di scacciare il fantasma della mediocrità per assurgere al ruolo definitivo di VINCITORE, dominatore, detentore assoluto di supremazia. Quanta tenerezza mi hanno suscitato quegli sguardi adoranti di Ida, quando osserva sognante il "suo" Benito mentre pronuncia i suoi primi discorsi politici. Ida è una giovane donna completamente posseduta dall'amore, i suoi sono sentimenti purissimi ed è talmente "ubriaca" di questi pensieri da non capire che ciò che tiene uniti quei due corpi è forse solo una eccezionale intesa sessuale. Sì, perchè Benito è troppo esaltato dalla "missione" che sente pulsare urgente dentro di lui per provare qualcosa che somigli alla tenerezza o anche all'affetto. Ripeto l'aggettivo che ho usato prima: a me sembra una personalità "disturbata", la sua. E' nota la piega tragica che gli eventi presero in seguito. Benito come uomo si rivelò banalmente nella sua mediocrissima vigliaccheria, cercando di trascinare una situazione che prevedeva una moglie (Rachele) brava massaia e madre che gli lavava i calzini e stirava le camicie, e però allo stesso tempo, un'amante bella e desiderabile su cui sfogare le proprie pulsioni erotiche. Ma, a parte che era qualcosa di più che un'amante (se è vero che i due celebrarono un controverso matrimonio di cui fu fatta sparire ogni traccia documentabile), Benito aveva fatto male i suoi conti. Quella Ida che lui credeva fosse sottomessa alle sue voglie saltuarie, era in realtà una donna talmente tosta e dignitosa da scoprire di sè un lato che forse neppure lei stessa conosceva, un aspetto di donna consapevole ed emancipata (dopotutto con la sua boutique -anche se poi nel frattempo l'aveva venduta proprio per finanziare i progetti di Benito- era stata un'imprenditrice). Insomma, Ida era esattamente l'opposto di quel perfetto stereotipo di moglie fascista (silenziosa e remissiva) che era Rachele. A partire da un certo punto, il film diventa tutto una discesa agli inferi da parte della disgraziata Ida, che deve subire un calvario umano ai limiti dell'incredibile, un processo che la dilanierà, la annienterà. E devo dire che questo aspetto, quello della persecuzione, mi ha profondamente emozionato, oltre che indignato, perchè non posso tollerare l'idea di un nucleo sociale civile che fa letteralmente SPARIRE una persona, anzi due (il figlio nato dalla relazione fra Ida e Benito diventa talmente "ingombrante" da costituire una seconda "zavorra" di cui urge liberarsi). Non è uno spoiler, in quanto la vicenda è ormai patrimonio di tutti: alla fine Ida e suo figlio moriranno entrambi dentro le mura di due diversi istituti manicomiali. Magari mentre Rachele sta dando da mangiare alle galline....Dio, che tristezza, questa storia. La sublime messa in scena di questa vicenda comprende immagini e personaggi che vale la pena ricordare e segnalare, a partire dall'utilizzo, efficacissimo e gustoso, di numerosi inserti dell'epoca. Poi i futuristi, che finalmente una volta tanto non vengono dipinti come dei simpaticoni un pò pazzoidi, ma come coloro che appoggiarono con vigore e determinazione la voglia di guerra di Mussolini. Poi, ancora, le disgraziate detenute del manicomio, e le suore che paiono totalmente prive di personalità. E ancora tutti quei disgustosi gerarchi, ufficialetti, portaborse e politici, insomma tutto quell'universo devoto al regime che Bellocchio riesce a rendere molto incisivo: si avverte perfettamente che questi "servi" rivestono la funzione di cani da guardia, controllori, spioni; funzione peraltro ampiamente prevista da ogni sistema totalitario. Ma c'è un personaggio che si staglia sugli altri, pur occupando una spazio minimo nel contesto narrativo. Mi riferisco al giovane dottore (psichiatra) del manicomio, che pare prendersi particolarmente a cuore il destino di Ida. E' un personaggio singolare, di cui vi prego (chi deciderà di vedere il film) di seguire le parole con molta attenzione. In pratica lui è uno che ha capito tutto del fascismo, ma siccome non è fascista, ha individuato una sua personale via per "adattarsi" al regime ma senza tuttavia aderirvi ideologicamente. In sostanza lui dice ad Ida: "Non vale la pena di incupirsi, noi non possiamo rivoltarci contro il fascismo perchè sarebbe uno sforzo inutile, dunque cerchiamo di sopravvivere ad esso con serenità, che tanto questa situazione mica durerà in eterno". Che dire? E' un concetto indubbiamente molto "pratico", ma anche molto ambiguo, perchè equivale a riconoscere un regime e a contribuire a mantenerlo in vita. Ed è un concetto che fu condiviso ed attuato da milioni di italiani. Fu questo un bene o un male? Non c'erano alternative e dunque era la sola cosa da pensare? Mah, è molto difficile dirlo. Quel che è certo è che Mussolini realizzò il suo maledetto sogno plebiscitario proprio grazie a questa situazione: una metà degli italiani era con lui e credeva in lui, l'altra metà non ci credeva ma -proprio come teorizzava quel giovane dottore- contribuì a supportare il regime col principio del "lascia fare, tanto la nottata ha da passare". Eccola, l'ho detta, la parola chiave: "PLEBISCITO". Ed è questo (proprio come fu per Mussolini) il sogno che popola le notti dell'uomo politico che sta guidando l'Italia in queste ore. Il sogno (tutt'altro che utopistico) di un plebiscito. E questa è la direzione in cui stiamo andando: non più due schieramenti quasi equivalenti a livello di "peso" politico che si sfidano in una logica di ALTERNANZA alla guida del Paese. Ma un solo schieramento che conquisti l'adesione della quasi totalità dei votanti, praticamente disintegrando l'altro schieramento. E badate che non ho pronunciato affatto la parola "dittatura", me ne guardo bene. Mi limito ad osservare, con umiltà, che quando tutta l'Italia (o quasi) mette il proprio destino nelle mani di un solo schieramento (anzi, siamo onesti: di una sola Persona), beh, io tanto tranquillo non sarei...perchè ho come la percezione di qualcosa -nel meccanismo della democrazia- che non mi convince, o qualcosa che non ha funzionato come doveva...Ma torniamo al nostro bel film. E dopo un plauso al "ritrovato" Bellocchio, cerchiamo le parole giuste per i due attori protagonisti. La Mezzogiorno supera sè stessa, è stupenda, e riesce a calarsi nelle varie fasi di vita di questa donna con un'adesione umana che lascia stupefatti. Come quando, sotto ad un balcone, urla (ad un Mussolini che reagisce con un impulso di rabbia) che ha scritto a mezzo mondo per divulgare la verità su di lui. O come quando, ormai svuotata dal dolore, subisce un ultimo interrogatorio-farsa in cui viene umiliata senza ritegno. Quanto a Filippo Timi, dopo questa performance, vorrei conoscerlo ed abbracciarlo (infatti sto cercando, attraverso la rete, di contattarlo in qualche modo). Vederlo mentre -nei panni del giovane figlio di Mussolini- rievoca i discorsi del padre, è un'esperienza devastante, e non sto esagerando. E poi, permettetemi uno sfogo: questo sì che è un attore italiano, altro che gli Accorsi e i Mastandrea, che una personalità (e le palle) come quella di Timi se la sognano. L'ho già detto un'altra volta: Filippo ha un percorso umano che me lo rende simpaticamente vicino. Mi riferisco alle battaglie che ha dovuto affrontare nella vita, per contrastare dei problemi alla vista e soprattutto una balbuzie che non ha ancora sconfitto completamente.
PS: La figura di Ida arrampicata sull'inferriata del manicomio, mentre fuori nevica, che lancia nel vuoto decine di lettere che nessuno leggerà...è un'immagine che fa già parte del mio immaginario cinematografico.
PS 2: Il film valga anche come riflessione complessiva su colui che qualcuno ogni tanto propone di rivalutare come "Grande Statista". Vediamo. Come uomo fu un mediocre vigliacco che non seppe decidersi tra due donne, cercando, finchè gli fu possibile, di coltivarsele entrambe. E come politico fu un incoerente opportunista, che prima tuonò contro la guerra, contro il Re e contro la Chiesa, salvo poi rimangiarsi tutto quanto e realizzare l'esatto contrario. Dunque, piccolo come uomo e piccolo come statista.
Voto: 10

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