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Amabili resti

Regia di Peter Jackson vedi scheda film

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La recensione su Amabili resti

di Antisistema
5 stelle

La trilogia del Signore degli Anelli fu per la generazione di fine anni 80' - prima metà degli anni 90' (ma anche un pò oltre) non solo un capolavoro, ma un film evento ripetutasi miracolosamente per tre anni di fila, capace di fare del cinema un evento e soprattutto lasciare un segno indelebile nella memoria dello spettatore anche a distanza oramai di 20 anni dalla sua uscita. Tutto questo fu possibile grazie al lavoro di Peter Jackson che per una quindicina di anni si era fatto le ossa con pellicola di vari generi (da me però non viste), sperimentando molto sotto il profilo degli effetti speciali, trovando un'integrazione perfetta tra artigianalità e praticità, che tutt'oggi rende il Signore degli Anelli un film fresco da vedere e non invecchiato per niente (se non in taluni frame qua e là concentrati soprattutto nel Ritorno del Re, ma veramente poca roba), nonchè capace di dare dignità cinematografica ad un genere come il fantasy trattato dalla critica come di serie B e che invece Jackson portò in Serie A sbancando la notte degli oscar con una pioggia di vittorie. 
L'effetto sbornia non è mai cessato e Jackson probabilmente da quella notte della consacrazione non si è mai ripreso, perchè il successivo King Kong (2005), pur divertendo molto il sottoscritto come se fosse su una giostra infinita da cui non vorresti mai scendere, mostrava il fianco a molte critiche secondo i detrattori, ma tutto sommato è innegabile la natura di buon film, purtroppo però il massacro sarà soltanto rimandato al film successivo Amabili Resti (2009), a cui devo purtroppo aggiungermi anch'io alla nutrita schiera non tanto di detrattori, ma di delusi, il che forse è ancora peggio. Il magnifico ossimoro intrinseco nel titolo, ben lungi dal rafforzare due termini antitetici tra loro, finisce con il respingerli lontano, causa purtroppo delle scelte di un Peter Jackson vittima degli eccessi e della sua totale megalomania. 
Non si comincia male, questa famiglia piccolo borghese della provincia americana del 1973 in cui vive la 14enne Susie Salmon (Saoirse Ronan) viene descritta con leggerezza e buon gusto da un Jackson che  riesce bene a dosare il suo istrionismo ed il suo dinamismo con la macchina da presa, che ben si lega con il carattere sbarazzino di questa giovanissima adolescente intenta a fotografare tutto ciò che le capita. Certo, un bietolone cane come Mark Wahlberg nel ruolo del padre, smorza un pò le aspettative artistiche, però fintanto che in scena c'è la talentuosa e bravissima Ronan che lo asfalta, ci si passa sopra e anche se non si racconta nulla di nuovo in questa famigliola felice, nè nella cotta che Susie nutre nei confronti di un ragazzo della sua scuola più grande di lei, però la giovane attrice e Jackson con la sua dilatazione nei tempi unita alla fotografia dai toni caldi Andrew Lesnie bravo a catturare lo spirito solare della giovane, riesce a far entrare lo spettatore in empatia con il personaggio di Suzie, così che al momento del suo omicidio per opera del vicino di casa George Harvey (Stanley Tucci), il pubblico ne esca dilaniato al momento dell'efferato delitto preannunciato sin da subito dalla voice over della protagonista.
Lo zenit dopo poco più di mezz'ora, segna anche il punto registicamente più alto raggiunto dalla regia di un Jackson che sembrava aver imboccato la strada giusta, passando dalla fredda vastità del campo di grano, alla calorosa ma claustrofobica stanza dove avviene l'efferato omicidio, dove il regista gioca con l'ineluttabile conclusione con un montaggio alternato tra la famiglia di Suzie allegramente seduta per cena e la crescita della paranoia presto diventata silenzioso terrore quando la ragazza scopre le cattive intenzioni di Harvey. Jackson sceglie di non mostrare l'omicidio fisico, ma bypassa il turpe momento a rischio scivolone nel gratuito sadismo con un'ellissi da grande regista, giocando con la tensione crescente tramite i primi piani e poi con un liberatorio quanto purtroppo illusorio campo lungo salvifico, giungendo con abile costruzione angosciante all'atroce urlo lancinante di Susie, quando giunge alla conclusione di essere stata strappata alla vita quando stava appena germogliando.

 


Lo squarcio dilaniante dell'evento delittuoso doveva essere un punto di partenza e non di arrivo invece, poichè il regista deframmenta la narrazione in vari punti di vista (lo spirito di Susie da uno pseudo aldilà, il padre, la madre, la sorella, la nonna, l'assassino etc...) rimbalzando qua e là senza dare l'impressione di andare a parare da nessuna parte, dilatando degli esili punti all'inverosimile nei tempi quando invece l'approccio sarebbe dovuto essere univoco e soprattutto intimo. L'esagerazione ed il gargantuesco sono le cifre stilistiche del cinema di Peter Jackson, uesto non è un male quando a tale sovrabbondanza corrisponde una materia base adeguata come il mastodontico capolavoro Tolkeniano o in parte la megalomania di un regista intestarditosi nel girare a tutti i costi su un'isola selvaggia e maledetta, anche rischiando la vita contro dei mostri come nel remake di King Kong, ma voler trarre da un romanzo di 250 pagine un film di oltre 130 minuti, mostra un egocentrismo mostruoso da parte di un regista che mette forzatamente sè stesso innanzi alla materia, può andare una volta bene come in King Kong, può andare male invece in questo caso e disastrosamente male nella successiva trilogia dello Hobbit. 
Il digitale impera, oramai con gli effetti speciali si può fare di tutto e di più, Peter Jackson che nel Signore degli Anelli così bene era riuscito a dosarne il massiccio uso integrandolo alla perfezione con il girato ed il tono della storia, settando nuovi parametri ed umiliando la contemporanea trilogia prequel di Star Wars di George Lucas, scade nella totale indulgenza visiva, scivolando in ridicolaggini visive nella gran parte delle sequenze nell'aldilà dove Susie intrappolata in questa sorta di "limbo", da sfogo alla sua fantasia per cercare un barlume di felicità innanzi alla sua triste condizione, ma gli effetti visivi sono ridicoli, kitsh e pacchiani, le banalità si sprecano, così come il senso del ridicolo nel quale ci si è dentro fino al collo, tra green screen piatti come le fotografie sviluppate e accostamenti di immagini degne di filmacci come Amore 14 di Dario Moccia (2009). Perso nel tentativo di rendere grandioso un ualcosa di intimo, Jackson tenta tramite i colori ed i barocchismi sovrabbondanti, di nascondere inutilmente il vuoto non solo di sostanza, ma anche di forma, dove non bastano il buon Stanley Tucci o il talento lampante della giovane Saoirse Ronan per tenere in piedi una baracca minata dalle fondamenta da un regista, che voleva probabilmente di mostrare a tutti di non aver perso la mano "d'autore", tramite una pellicola più piccola dopo la fase kolossal (ma costata comunque 65 milioni, uno sproposito dato il materiale di partenza), fallendo però miseramente in derapate effettistiche di bassa lega, costruzioni ridicole e melassagine a buon mercato con un finale che sugella l'impietoso stato di un Peter Jackson allo sbando e rincoglionito da una scrittura pessima combinata ad una sovrabbondanza orgiastica di CGI (quell'orribile stunt digitale sulla figura di Tucci nel finale, preannuncia tristemente quello che avverrà su larga scala nello Hobbit). Se la questione aldilà non funziona per niente, soffocando nelle ridicolaggini visive quanto di decente si era costruito sul personaggio di Susie, la parte terrena viene frammentata in una miriade di punti di vista, dove non se ne valorizza neanche uno, per via anche di sbilanciamenti netti di tono, come lo spropositato spazio riservato alla nonna di Susie (Susan Sarandon), che sdrammatizza con fare inopportuno, una pellicola che doveva poggiare sui binari di una triste malinconia. Il ritorno all'ovile si risolve in un disastro artistico, con la critica che giustamente reagisce negativamente innanzi al film, però questa volta anche il pubblico gli volta le spalle regalando al film un incasso misero (95 milioni), purtroppo come già abbondantemente detto nella recensione, Peter Jackson non farà tesoro degli errori rimproveratagli, andando incontro al più grande disastro artistico della sua carriera tramite la trilogia dello Hobbit. 

 

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