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Departures

Regia di Yojiro Takita vedi scheda film

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La recensione su Departures

di MarioC
9 stelle

Affrontare con leggerezza e sentita partecipazione l’argomento che percorre le nostre esistenze, le circoscrive e le rabbuia, getta la luce fortissima della verità nascosta su ogni singolo giorno, minuto, istante. Si può, si deve. Si deve con consapevolezza, si può con ironia, con quel sano distacco che, attraverso un gesto, una serie di gesti, costruisce un rituale, una spinta, un viatico Perché è di viaggio che stiamo parlando. Del viaggio. Departures è incentrato, inutile girarci intorno, sulla morte. Sul suo significato, sul suo significante. Sul dolore che resta, sul corpo che va. Sull’importanza di canalizzare quel dolore, stemperarlo nel ricordo, coccolarlo con la messa in scena, quasi teatrale, della vestizione di un’inerzia, della ricomposizione di una rigidità. Okuribito, come da titolo originale: persona che accompagna alla morte ma anche, può aggiungersi, che la morte scruta, osserva, infine affronta e vince, superando nella bellezza di una carezza volante, eterea, impalpabile, le piccole quotidiane morti dell’anima e delle speranze.  E il film si apre con un attestato di morte: quella di un’orchestra di Tokyo, in cui il protagonista suona il violoncello. Morte chiama morte, interferendo con la necessità di rifarsi, interiormente ma anche logisticamente, una vita. L’ironia del film (molto lieve ma all’occorrenza, si veda la meravigliosa scena iniziale, caustica e di grana grossa senza mai lambire la grossolanità) sta proprio nella interazione posta tra ottimismo dell’anima e opportunità di lavoro (quindi di vita, di socialità) che si scontrano con i lati più oscuri della realtà. E soprattutto: nel lasciar decantare, nella figura del protagonista e in quella (magnifica) del deuteragonista (maestro di vita e, se ci è consentita la facile boutade, di morte) una capacità di adattamento che si fa accettazione mai doma, lotta cosciente con i propri fantasmi (la solitudine, la tristezza, l’amore che pare sfuggire), infine recupero del passato, fortificazione che passi dai traumi, predisposizione al futuro, alla vita, alla inevitabile fine, che potrà quindi essere affrontata con gli occhi di una tigre aggressiva ma pacificata.

Film di eminente matrice orientale, dunque portato di una civiltà che non teme il tempo, anzi fa del tempo un alleato, un fedele e prezioso compagno lungo la strada della comprensione, Departures è una sommessa sonata per violoncello e trapasso (la magnifica scena  centrale, con la giustapposizione tra rituale di vestizione e musica che apre spazi, illumina menti e attraversa paesaggi, moti del cuore e debolezze della mente), un inno laico alla finitezza umana, un canto senza gioia ma nemmeno tristezza, percorso dalla soffice malinconia del breve tempo che ci è dato, un viaggio iniziatico alla scoperta del passato e all’arrembaggio del futuro, irto di simbolismi (le pietre) semplici ma non banali, una sosta necessaria all’ombra di quei sentimenti che facciamo fatica ad accettare e ad accogliere, perché la vita è un turbinio di sensazioni contraddittorie che, come un corpo senza vita, hanno necessità di essere ricondotte ad unità, ricomposte. Commovente senza ricattare, pieno di una grazia che esplode piano e resta nella memoria. Un gioiellino che ci ricorda quanto sia dolce e terribile essere uomini, quanta bellezza e quanto senso possano risiedere nella caducità delle cose e dei corpi.  

 

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