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Regia di James Cameron vedi scheda film

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maurri 63

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La recensione su Avatar

di maurri 63
6 stelle

Commentare Avatar subito dopo la visione avrebbe significato dare un giudizio approssimativo. Perché appartiene a quella categoria di film che non sai bene se resta o si perde nella memoria. Devi perciò somatizzarne il contenuto prima di parlarne. Magari perché è un film troppo lungo (ma, per inciso, che non annoia mai) e l’uscita dalla sala dopo aver indossato i mitici occhialini (alzi la mano chi non si è sentito tornare agli anni ’50, magari un po’ stupido) ti lascia rintronato. Oggi posso affermare che si tratta di un film il cui messaggio resta poco, ma va visto. Primo, perché è costato 15 anni di lavoro (anche mentale) al regista, secondo, perché ha riportato le masse al cinema, terzo, perché pone le basi per la polemica. E un amante del cinema sa che un bel film serve soprattutto a questo, in particolare oggi, dove la rete permette di spettegolare eccome! Il marine Jake Sully si ritrova in missione, nel corpo di un avatar (abitante di un pianeta tossico per gli uomini che sono decisi a conquistarlo per impadronirsi della fonte di energia, dopo una catastrofe ecologica (?)….) a 44 anni luce dalla Terra. E lo spettatore indossa gli occhialini con lui. A questo punto, l’identificazione pubblico (pagante, eccome, pure in tempo di crisi) – Jake Sully diventa massima. E, a volte, pure trascinante. Avatar=alter ego. Come in chat. Come per voler essere senza poterlo fare... Qualcuno ha voluto paragonare il film ad altri (Dune, per molti, Jurassik Park, per alcuni): io trovo che, in fondo, tutti i film di fantascienza (anche Il pianeta delle scimmie) si giocano sul conflitto tra una popolazione meno intelligente (ma sarà vero?) ed una altra che vuole colonizzarla (o no, Lucas?), perfino nel televisivo Visitors. L’opera di Cameron, però, pur se in maniera latente, contiene il senso religioso che veniva negato precedentemente (Lynch è piuttosto un mistico, in contesti simili Tim Burton un suddito del fato, Zemekis gioca con la morte). Ovviamente, oggi, lo Spazio ha perso gran parte del fascino che ha avuto presso le generazioni precedenti, ma va dato atto a Jim Cameron di lasciare seduti gli spettatori dall’inizio alla fine del film con un coinvolgimento inusuale. A proposito, c’è una ragione per la quale temevo il film: i soliti “pseudo-dinosauri”…E invece, no.

La struttura del film è convenzionale: una prima parte introduttiva, lunga in modo eccessivo, per consentire al pubblico di affezionarsi al protagonista, una seconda d'azione, una terza di rflessione, un epilogo poco a sorpresa. Tuttavia, l’empatia non è possibile: il marine Jake Sully non è mai intrigante. Appare stupido, disorientato, di una pochezza (anche visiva ) irritante (come possa diventare il Messia resta un mistero di…sceneggiatura). La sua prima apparizione sul pianeta Pandora coincide con la conoscenza degli abitanti. E, soprattutto, di Neytiri, figlia del capo della popolazione Na’vi, che abita il pianeta. Qui, incredibilmente, Cameron fa il primo errore. Presenta una tribù, non una popolazione, senza preoccuparsi di spiegarne usi, costumi, tradizioni. Siamo nel fumetto, insomma: la tribù veste allo stesso modo (tranne i capi…), vorrebbe addirittura uccidere il marine. Uno spettatore smaliziato potrebbe chiedersi perché. Inutile che lo faccia. Non troverebbe risposta (anche perché poco prima la bella Nevtiri, in aperta contraddizione, lo ha salvato). La cosa più anomala, però, accade poco dopo, quando il goffo marine comincia senza ragioni valide a mutare il proprio pensiero ideologico. Siamo di fronte ad un mare di contraddizioni. E lo sforzo dell’animazione, pur con il sostegno del 3D, non è mai vera natura, vero sudore, vera fatica, vero amore. Il messaggio pacifista è troppo presente, e non in modo nascosto. Quando osservo un pianeta lontano, altro, distante, mi chiedo sempre perché su quel territorio c’è una sola specie (qui, gli uomini blu), una sola regione suprema (di fatto, almeno), perché nulla sia come sulla terra. Gli alieni sono sempre cattivi (?) o imbarazzatamente buoni pronti a descrivere la bellezza di un animale, pur evidente, vivendo in armonia con il mondo vegetale, quello minerale e, appunto, animale. Va fatto presente che, al solito, i pandoriani (!) sono belli, con un fisico definito, per consentire subito la sintonia visiva. Poco male, in verità, anche se troppo spesso il cinema usa facce non consone (a ben pensarci, anche i poveri del Titanic erano, tutto sommato, belli, pur se scavati dal trucco, mentre, tranne Katy Bates, l’opulenza sulla nave era più d’arredo che di persone. In tal senso, mi sembra che, a livello di casting, il cinema americano sia sempre palesemente piatto). Accettata però la sfida di entrare in universo che pur fatica a rendersi credibile, va salvaguardato lo sforzo di raccontare in modo straordinario con una sceneggiatura (?) leggera, dove il finale è palese dopo una ventina di minuti, un film ove sono presenti le naturali ossessioni del regista: l’eterno scontro tra buoni e cattivi (alien-terminator-titanic), la storia d’amore impossibile (true lies-titanic-terminator), il conflitto dell’uomo con la natura (the abyss-alien-true lies-titanic), la voglia del pensiero umano di costruire qualcosa che lo renda indimenticabile (true lies-titanic-terminator-alien). Quello che però, in opere precedenti lasciava pensare, cioè il pessimismo di fondo, ragionevolmente veritiero (si pensi al finale di Titanic, ma non solo), a volte cattivo, qui si perde: il regista pare pacificato con sé stesso. Una sorta di ottimismo sembra farla da padrone. Cameron ha un’idea di pubblico, questo va ribadito. Mostra rispetto per lo spettatore, non solo medio, e non gira certo un film all’anno. Il target è individuato prima (siamo sempre di fronte ad una macchina commerciale), e impiega (il paradosso del 3D?) più attori lui di un qualunque film di guerra! Anzi, palesemente grato agli interpreti che hanno lavorato con lui, Cameron riserva una straordinaria entrata alla sua musa passata Ripley-Sigorney Viever, ma soprattutto gratifica, pur in maniera pretestuosa, il suo pubblico con la magnificenza biologica, l’assembramento di flora e fauna rinominate in latino (parafrasando in questo il gergo medico). Indubbiamente, ciò da solo non sarebbe bastato a farne un campione d’incasso (qui però nessuno sottolinea che il biglietto costa molto di più e, chissà perché, i dati realizzativi sono oscuri), su tutti il flop di 2012 (!), per confronto. Eppure….Eppure, tutto sembra immutabile, malgrado l’accattivante design. Lecito chiedersi cosa resterà sul piccolo schermo, magari tra meno di un anno, senza occhialini…

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