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Regia di James Cameron vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Avatar

di CineNihilist
8 stelle

Rivedere Avatar di James Cameron in 3D al Cinema è tutt’altra cosa che vederlo in casa su un televisore, visto che si perde l’immersività della messa in scena, i dettagli delle inquadrature, la profondità di campo e tutto il comparto sonoro che ti porta letteralmente a vivere l’ecosistema e la cultura di Pandora. Senza contare l’effetto speciale del 3D, avanguardistico per l’epoca in cui uscì il film e che tutt’oggi riesce a regalare uno spettacolo visivo strabiliante, soprattutto nelle sequenze in cui l’elemento floristico faunistico entra in scena in tutta la sua magnificenza e bellezza esotica, o meglio, aliena.

 

 

Quello che mi ha colpito maggiormente alla seconda visione infatti, è tutta la costruzione antropologicalinguisticanaturalistica mitologica della cultura Na’vi, paragonabile a mio parere – con le dovute proporzioni – al lavoro tolkieniano nel plasmare il mondo di Arda e la Terra di Mezzo.
Dalla pellicola emerge infatti una profonda ricerca studio da parte di Cameron nel plasmare un mondo totalmente ex novo, scevro da qualsiasi fonte filmica e letteraria, che certifica l’enorme talento creativo di James Cameron e di come sia l’unico, se non l’ultimo, regista in grado di creare una saga cinematografica totalmente originale da incastonarsi nell’immaginario collettivo. Il variegato worldbuilding e l’elemento naturalistico si incrociano e si compenetrano anche grazie alle numerose spedizioni scientifiche documentate da National Geographic di James Cameron, un uomo – prima che un artista – permeato da una genuina curiosità e temerarietà nella sua sete di conoscenza volta all’esplorazione del pianeta Terra (come la sua folle immersione nella fossa delle Marianne), che l’ha portato successivamente a rielaborare digitalmente il nostro vasto ed ancora sconosciuto ecosistema terrestre nel pianeta Pandora.

 

avatar pandora rainforest

 

Il regista canadese però, non si dimentica che dietro a tale bellezza e complessità del pianeta Terra si nasconde anche la brutalità dell’uomo, che a partire dalla Rivoluzione Industriale e dallo sviluppo del capitalismo ha martoriato Madre Natura e dunque il suo stesso pianeta; quest’ultimo nell’universo di Avatar ormai ampiamente inabitabile e soffocato dall’inquinamento, dalla sete di profitto, potenza e scientismo dell’essere umano. Pandora diventa così il contraltare perfetto, dove la sua popolazione Na’vi indigena vive invece in un mondo immacolato paradisiaco, in costante equilibrio e sinergia col suo ecosistema naturale, tanto da creare una sua religione mista tra animismo e sciamanesimo imperniata su un ordine naturale sacro inviolabile.
Eppure l’essere umano, ormai cancerogeno per il suo stesso pianeta e dunque desideroso di maggior risorse per sostenerlo e alimentarlo, non si fa scrupoli a colonizzare Pandora per estrarne le sue risorse minerarie, a scapito dell’equilibrio naturale che connette spiritualmente e biologicamente i Na’vi al loro pianeta. Ritorna quindi in “Avatar” la tematica ecologistaantimilitarista pacifista presente in The Abyss, in cui Cameron chiaramente denuncia gli effetti collaterali del progresso scientifico fagocitati da una classe dirigente profondamente imperialista ipercapitalista come quella americana e dell’Occidente “allargato”, in cui lo sterminio delle popolazioni indigene e tribali è funzionale ad un mero disegno commerciale e politico volto a rafforzare la propria posizione di dominio assoluto sul prossimo.

 

avatar military

 

Nello scontro di civiltà unidirezionale che perdura per tutto il corso della pellicola, si assiste però ad una combattiva e illuminata minoranza di scienziati umani che, con uno spiccato spirito antropologico e umanista, si sforza di studiare la cultura Na’vi per trovare una mediazione culturale e pacifica tra i due mondi, cercando di non diventare totalmente subordinati ai diktat dell’egemone terrestre; quest’ultimo ormai completamente indottrinato da un militarismo totalizzante e da un servilismo assoluto verso la RDA (Resources Development Administration), l’azienda ipercapitalista incaricata di estrarre le preziose risorse minerarie di Pandora.
Come sempre nei film di Cameron, l’empatia e l’apertura verso il prossimo permette ad una reale conoscenza di chi è diverso da noi e di conseguenza aiutarlo nelle sue difficoltà, evitando di conseguenza inutili dolori e ondate di violenza, superando in questo modo pregiudizi razziali ideologici che illusoriamente ci dividono.

 

avatar scienziati

 

Il percorso del protagonista disabile Jack Sully si inserisce così perfettamente in questo aspetto fondamentale della poetica cameroniana.
Il protagonista, un ex marine, grazie al suo avatar affronta infatti un vero e proprio mutamento genetico e culturale simile a quello del protagonista di District 9 (ma meno tragico), in cui una missione segreta per conto dei militari finisce col diventare un profondo percorso di crescita personale, di redenzione dal suo decaduto status sociale, di radicale mutamento della propria visione del mondo, di una rigenerante riabilitazione fisica data la disabilità cronica che lo affligge, ma soprattutto riesce finalmente a trovare l’amore della sua vita. L’amore per il diverso genera un legame così speciale indissolubile che lo porta a combattere a fianco della sua anima gemella Na’vi Neytiri, col fine anche di proteggere un’intera cultura a lui aliena che rischia di essere cancellata, ma che ormai rivendica come propria dopo un lungo, difficoltoso e splendido percorso di assimilazione ed accettazione culturale (geniale la connettività “biologica-empatica” filamentosa dei capelli dei Na’vi col resto della natura).
L’abbandono graduale del suo avatar umano per abbracciare totalmente quello Na’vi è una presa di posizione forte radicale, in cui Cameron prende una posizione netta su chi schierarsi. Gli alieni che sono i più deboli ed indifesi dal punto di vista tecnologico e militare, allegoricamente rappresentano un qualsiasi popolo oppresso da un regime colonialista tirannico, tant’è che la magnifica battaglia finale su più fronti tra i due popoli ricorda esplicitamente le guerre del Vietnam e dell’Afghanistan, in cui le forze considerate più “primitive”, “deboli” e numericamente inferiori, grazie al sapiente uso del territorio circostante, riuscirono strategicamente a prevalere sul nemico più avanzato militarmente, in pieno stile Sun Tzu.
Non è una presa di posizione tra buoni e cattivi manichea quella di Cameron, anche perché mostra quanto gli scienziati “antropologi”, una soldatessa dei marines e soprattutto Jake siano più umani della loro stessa razza d’appartenenza, ma quando il potere machistaimperialistacolonialista ipercapitalista tipicamente occidentale è accecato dall’onnipotenza e dalla brama del profitto da rigettare qualsiasi logica diplomatica di confronto e/o compromesso, l’unico modo per contrastarlo allora è combattere fino alla fine per difendere i propri ideali di libertàequitàgiustizia, fraternità valori culturali.

 

avatar umani

avatar na'vi

battaglia colossale

 

Ecco che il regista canadese inserisce, oltre alla forte componente femminista sempre presente nella sua filmografia e in questo caso incarnata dagli splendidi personaggi di Neytiri Grace Augustine, un sottotesto ecologista già presente timidamente in The Abyss, ma che in Avatar assume una rilevanza fondamentale per la risoluzione del conflitto, dove per Cameron la venerazione dei Na’vi per il Dio Eywa – entità immateriale immanente che permea la Natura di Pandora – deve prevalere sulla cinica, industriale e bellicista crudeltà dell’uomo.
Quest’ultimo per l’autore canadese ormai è un essere vivente privo di ogni vitalità autentica e solo portatore di morte distruzione, come viene illustrato egregiamente nella straziante scena della demolizione forzata dell’Albero Casa, in cui la disperazione regna sovrana e accentuata maggiormente dalle ceneri funeree che si depositano sull’ormai desertico territorio del clan Na’vi Omaticaya.
Uno scenario drammatico raggelante che ci ricorda quanto sia ancora profondamente attuale il tema della guerra nel nostro mondo, in cui ogni giorno muoiono disgraziatamente e tragicamente migliaia di persone. Nel 2022 più che mai, dove il rischio di una guerra anche alle nostre latitudini “occidentali” è ormai prossimo se non parzialmente già avviato. L’essere umano dovrà quindi ripudiare totalmente l’opzione bellica una volta per tutte ed imparare dalle lezioni storiche – ormai sempre più remote – se vorrà avere un futuro su questo pianeta.
Su Pandora l’essere umano è stato intanto esiliato ripudiato, ricacciato dal Paradiso all’Inferno da cui è venuto, in quanto immeritevole della Natura che l’ha plasmato. Una Natura imparziale che ora però rivendica con fermezza la sua superiorità sull’uomo, del biologico e l’organico sul meccanico, dell’empatia e la forza d’animo sulla brutalità e la crudeltà, premiando ed ibridando in essa coloro che vogliono seguire tale sentiero, in primis Jack Sully, l’umano che ha trasceso la carne per accettarne una completamente nuova aliena, eppure più umana degli umani stessi, perché ricolma di una vera anima e spirito di compassione.

 

 

Avatar di James Cameron nonostante non sia stato esente da critiche per la sua non-originalità ed eccessiva linearità narrativa (spesso critiche invidiose per i suoi lauti incassi), non si può dire che non sia un blockbuster riuscito anche contenutisticamente nel veicolare con semplicità il suo messaggio antimilitarista, anticolonialista, anticapitalista, ecologica e pacifista, e bollarlo come un banale “Pocahontas o Balla coi lupi nello spazio” mi sembra assai riduttivo e finalizzato solamente a sminuire la sua oggettiva importanza nella Storia del Cinema.
Sicuramente non ci ritroviamo di fronte ad un capolavoro della Settima Arte e alla migliore opera fantascientifica mai prodotta, ma di sicuro siamo dinanzi ad un cinema autoriale commerciale sempre più raro oggigiorno e ad un tentativo di imporre una nuova mitologia cinematografica ex novo che, seppur non brilli completamente per originalità pura (ma quando mai un’opera si può definire completamente originale?), dimostra platealmente quanto un amore viscerale per il mezzo cinematografico e uno studio culturale, attento, tecnico e minuzioso come quello di James Cameron faccia una grande differenza nel risultato finale drammaturgico di un’opera, che può tranquillamente far convivere un ludico intrattenimento e una sana riflessione sul nostro modo di essere per il pubblico più generalista.
Gli va dato atto quindi. James Cameron è uno dei pochi registi viventi che sono anche “creatori di nuovi mondi originali” rimasti nel panorama hollywoodiano insieme a Steven SpielbergGeorge LucasGeorge MillerRidley ScottNeill Blomkamp, le sorelle Wachowski e pochissimi altri. Forse solo Denis Villeneuve potrebbe avventurarsi in questa lista ma si rifà a trasposizioni come Dune, che però dimostra quanto anche saper trasporre su schermo un’opera letteraria non sia affatto facile e come richieda un alto tasso di creatività versatilità nella messa in scena, che non a caso è stata discussa nella splendida intervista a due tra “l’acquatico” Cameron e il “desertico” Villeneuve.

 

james cameron avatar

dune denis villeneuve

 

Ora che finalmente la sbornia Marvel si sta leggermente sgonfiando dopo il sopravvalutatissimo Avengers Endgame (risuperato negli incassi da Avatar, grazie alla re-release in Cina, che riconferma il primo posto come il più grande incasso della Storia del Cinema) e che l’universo di Star Wars ormai è relegato allo streaming (il posto che merita e spero ci resti per sempre dopo l’abominio Star Wars Episodio IX – L’ascesa della Fanfiction che ha portato il franchise ad una crisi creativa cronica), sarò lieto finalmente di ritornare in sala a vedere l’atteso sequel Avatar – La via dell’acqua di James Cameron, perché nonostante i lunghi anni di lavorazione e rinvii continui nella distribuzione anche a causa della pandemia, sono sicuro che il cineasta canadese abbia compiuto un lavoro straordinario a livello tecnico e curato al meglio la scrittura della sua nuova macrosaga fantascientifica. I progetti cinematografici cameroniani infatti, nonostante abbiano una natura altamente commerciale, hanno sempre conservato un’anima autoriale intima, purissima e mai banale. Rifuggendo quindi dalla pura e becera logica d’incasso pigrissima del 99% dei blockbuster contemporanei, ormai sempre più anonimi e sciatti anche nel puro intrattenimento.

 

 

James Cameron è stato sempre lontano da questa idea di blockbuster, e questo già mi basta per stare sereno e ritornare in sala per rivivere nuovamente la Storia del Cinema.

 

Voto 8.5

 

PS: tra gli haters di Avatar c’ero anch’io tempo fa perché la massa conosceva più il film di Cameron e meno la serie animata Avatar The Last Airbender (capolavoro assoluto). Successivamente questo mio infantilismo decennale l’ho eliminato decidendo di vedere una volta per tutte il film di Cameron, finendo con l’apprezzarlo molto. Ritengo comunque che l’Avatar animato sia migliore rispetto a quello cameroniano (non ha neanche senso paragonarli alla fine), ma di sicuro quest’ultimo sarà nettamente migliore del live action netflixiano sulla serie di Nickelodeon, ma questa è un’altra storia…

 

PPS “fun fact”: Per non confondere il pubblico generalista affezionato all’Avatar di Cameron, il film live action sulla serie animata Avatar The Last Airbender diretto da Shyamalan tolse “Avatar” dal titolo, lasciando così solo “The Last Airbender”/”L’ultimo dominatore dell’Aria”. Questo è solo uno dei tanti motivi per affossare ed odiare quel film!

 

avatar the last airbender trick

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