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La battaglia dei tre regni

Regia di John Woo vedi scheda film

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Marcello del Campo

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La recensione su La battaglia dei tre regni

di Marcello del Campo
8 stelle

 

 

Tornato in patria dopo un lungo soggiorno hollywoodiano, John Woo allestisce un sontuoso film storico di grande impatto visivo, che ha nell’azione il suo punto di forza ma anche una certa debolezza. Probabilmente, l’aver ridotto della metà il film originale di 300 minuti a 146 per il mercato occidentale, nuoce all’unità dell’opera che si snoda, senza un attimo di tregua, è il caso di citare!, tra battaglie e strategie belliche girate con la consueta perizia da un regista che ha lasciato segni tangibile in capolavori come The Killer e Bullet in the Head.

La parentesi hollywoodiana, a dire il vero non è stata esaltante, tranne Face Off e i passabili Senza Tregua, Broken Arrow, e Woo ha toccato il fondo con gli imperdonabili Mission Impossible 2, Paycheck e Windtalkers. La stessa cosa è accaduta al grande Tsui Hark: entrambi, Woo e Hark non sono riusciti a americanizzarsi (come Ang Lee che sta al cinema orientale come Magdi Allam all’islamismo) e, tornati nel loro paese, hanno cercato un risarcimento artistico, rispettivamente in Red Cliff (La battaglia dei tre regni) e Seven Swords, opere similari che si smarcano da analoghe avventure di Zhang Yi Mou (Hero, La foresta dei pugnali volanti), smaccatamente partorite per il mercato occidentale, leccatissime esibizioni di stile, furbe operazioni di turismo per immagini, dalla critica esaltate come capolavori (tranne che da Filmtv).

Red Cliff si situa a metà tra queste esibizioni e la lezione di Tsui Hark, ma di quest’ultimo non ha la carica eversivamente filmica che rimanda al maestro King Hü (A Touch of Zen) né la barbarie inarrivabile dei corpi in battaglia. John Woo è troppo scaltro, però, per restare invischiato nella poetica pseudo wuxapian di un Ang Lee e il suo film attinge a piene mani dalla tradizione dell’Arte della guerra di Sun Tzu e preme il pedale colto sulle strategie militari – la guerra come una partita a scacchi in cui vince chi ha meno frecce al suo arco e guarda la mappatura del cielo, l’evolversi dei venti a favore, interroga la natura al posto delle scritture.

Il cinema di Woo è azione pura, dimentichiamo la statica bellezza delle battaglie di Ran e Kagemusha, impresse nella nostra memoria come pannelli di Piero della Francesca e Paolo Uccello, Woo non ha muscoli di tale potenza visionaria, ma ha un cuore grande come i caduti in battaglia, trafitti da mille frecce. Ma il volo del colombo viaggiatore, la signora del tè, gli specchi ustori, la donna nella battaglia, l’amicizia tra gli uomini, l’epica esaltazione di duelli acrobatici, non arrivano a farsi capolavoro. John Woo resta sulla soglia. Anche se è un gran bel vedere.

 

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