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Gran Torino

Regia di Clint Eastwood vedi scheda film

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La recensione su Gran Torino

di cheftony
8 stelle

È appena rimasto vedovo dell'adorata Dorothy, il vecchio burbero Walt Kowalski (Clint Eastwood), veterano di origini polacche della Guerra di Corea, operaio della Ford in pensione, razzista incallito e in rapporti pessimi con i due figli maschi e i nipoti.
A turbare la sua vita da vedovo nella periferia del Michigan, teatro di una grande ondata di immigrazione, subentra inizialmente il giovane pretino rossiccio Janovich (Christopher Carley), che aveva promesso alla povera Dorothy che un giorno avrebbe convinto Walt a confessarsi. I suoi vicini di casa sono una grande famiglia di origine Hmong, su cui spiccano due adolescenti: l'intelligente e matura Sue (Ahney Her) e l'introverso Thao (Bee Vang); proprio quest'ultimo si fa sorprendere una notte nel garage di Kowalski mentre tenta di rubargli la Ford Gran Torino del '72, vettura a cui è affezionatissimo e alla cui cura è dedito in modo maniacale. Riuscito a scappare, la notte dopo si ritrova coinvolto in un parapiglia nel suo giardino, innescato dai prepotenti della gang di asiatici che gli avevano commissionato il furto come rito d'iniziazione. L'intervento di Walt, volto solo a difendere il proprio territorio dai "musi gialli", apre diverse porte: Thao viene spedito ogni giorno ad aiutare l'anziano vicino per riparare al disonore causato alla famiglia e, col tempo, superate le innumerevoli diffidenze, Kowalski prenderà sotto la propria ala il giovane.
Inoltre, cominciando ad interessarsi ai costumi Hmong e constatando come detesti i propri familiari, è costretto a rivedere molte delle sue certezze, prendendo così una via dalla quale non si torna indietro...

"Sta' zitto! Vuoi sapere cosa si prova a uccidere un uomo? Be', ci si sente di merda, se ti interessa; è ancora peggio prendere una medaglia al valore per aver ucciso un poveraccio che voleva solo arrendersi e vivere. Esatto, un piccolo muso giallo spaventato come te. Gli ho sparato dritto in faccia proprio col fucile che avevi in mano poco fa! Non c'è giorno che passa senza che ci pensi! Tu non vuoi questo sulla coscienza. Io ormai ho le mani sporche di sangue, sono macchiato. Ecco perché vado lì da solo stasera!"

Lo sfogo di Kowalski sopra riportato riassume un po' i principali temi toccati con diversi livelli di approfondimento da Gran Torino: guerra, razzismo e integrazione, crisi personale, degrado sociale, messa in discussione dei propri valori, rapporto con il destino (o Dio, per chi crede). Si potrebbe dire in prima analisi che il vecchio incazzato con tutto e con tutti rappresenti in qualche modo lo statunitense medio, ma sarebbe troppo semplicistico e sarà dunque meglio fare ordine.

Gran Torino
ha avuto un successo clamoroso, forse oltre i comunque innegabili meriti, e si è individuato nel consueto marpione di Clint Eastwood, regista, attore protagonista e co-produttore, l'unica raffinata ed iperbolica mente dietro a quest'opera. Ecco, partiamo col chiarire un punto fondamentale: la sceneggiatura è opera del pressoché esordiente Nick Schenk, ideatore anche del soggetto, e Eastwood, una volta lettala, ne è rimasto folgorato, tanto da non volerne modificare una singola sillaba, a parte spostare il luogo della vicenda dal Minnesota al Michigan per motivi squisitamente legati ad una legge di quest'ultimo stato che incentiva la produzione di film sul territorio.
Il lavoro di Schenk, summa di molte testimonianze di vetero-razzisti di guerra da lui raccolte quando lavorava come commesso in un negozio di liquori, è molto ambizioso e ogni tanto inciampa nelle banalità, soprattutto nella prima parte, quella introduttiva, che tradisce qualche ingenua caduta di stile; infatti Gran Torino parte maluccio: un'accozzaglia di stereotipi spinti fino al parossismo, dialoghi spenti, Clint Eastwood passato dalla gamma di due espressioni di leoniana memoria "col sigaro e senza il sigaro" alla gamma di medesima estensione "corrucciato e molto corrucciato", che digrigna i denti, sputa ovunque, parla da solo o con la placida cagnetta Daisy mentre tracanna birre su birre.
Dopo un po' la trama acquisisce brio, spessore, ritmo ed ironia a bilanciare il dramma sempre in agguato e in questa progressione l'Eastwood regista e attore si dimostra ancora una volta bravo, "robusto", pronto ad impostare il tutto con rigore classico, senza picchi particolari, e ad incanalare la storia verso la malinconia e la riflessione. Gli attori di origine Hmong (gruppo etnico asiatico agevolato ad emigrare in massa negli anni '60 negli Stati Uniti perché alleati agli americani contro il governo nord-vietnamita e di cui è stato fatto da Schenk un ritratto il più fedele possibile), praticamente tutti esordienti, riescono a cavarsela dignitosamente e il carisma del pur limitato espressivamente Clint fa il resto, sopperendo alla scontatezza e scarsa verosomiglianza di alcuni sviluppi: tutto questo basta e avanza per un film che non esito a definire assai buono, ma forse un pochino troppo gonfiato e che non porrei al livello di Mystic River e Million Dollar Baby.

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