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Calvaire

Regia di Fabrice Du Welz vedi scheda film

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GIMON 82

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Calvaire

di GIMON 82
8 stelle

La forma ambigua dell'uomo........"Calvaire" dell'esordiente Du Welz oltre alla discesa nell'abisso rasenta il "surplus" del machismo animale,espresso nella fisicita' rurale dei personaggi,ma sopratutto pone al centro un protagonista senza un identita' sessuale definita.

Marc Stevens è difatti un cantante girovago che si esibisce in ospizi e locande di fortuna,Du Welz ce lo presenta inizialmente su di un palco,intento a cantare canzoni d'amore.Ma è la forma del corpo a farne la differenza,Marc Stevens appare truccato come una donna,quasi "oggetto" alla stregua dello spettatore.Il resto appare nella regia pura ed essenziale di Du Welz,nell'elemento natura fuso al "corpo" e alle membra dell'umano.

Inizialmente Marc Stevens è l'artista che attrae,oggetto di piacere di anziane e infermiere libidinose,fin qui sembrerebbe tutto rientrare nella norma,ma è il "passaggio" nella natura a cambiarne le sorti,ad avviare il protagonista verso un orrore indefinito.

Stevens rimane in panne col furgone,imbattendosi in uno strano personaggio a meta' tra lo "scemo di paese" e il killer da film Horror.

Du Welz si serve dell'immagine sgranata della 16 mm mettendoci in contatto diretto con una natura fredda e ostile,rappresentata egregiamente dall'incontro di Marc con una comunita' prettamente maschile e chiusa al mondo esterno,vi è poi la forma indefinita del locandiere Bartel,figura rozza e sudicia,apparentemente dotata di cordialita' e gentilezza.

Tra Bartel e Marc s'instaura sin dalle prime battute un  rapporto strano,sulle basi d'un linguaggio psicologico dai risvolti ambigui,Bartel rivede nella sensibilita' femminea di Marc l'animo della defunta moglie,ed è qui che subentra la chiave di lettura del film.In un crescendo disturbante da "gioco delle parti" Du Welz costruisce una vicenda dai toni torbidi e oscuri,servendosi d'un citazionismo mai edulcorato che non prende le parti di nessun personaggio.

Il regista belga crea attraverso l'immagine ruvida dei paesaggi un contesto osceno,oscillante tra un umanita' da "corte dei miracoli" e gli horror anni 70,senza dimenticare un rimando al "Misery non deve morire" di kinghiana memoria.

"Calvaire" appare cosi' nudo e crudo, sicuramente in linea col contesto rurale e disturbante in cui si esalta l'animo grottesco e malsano dei personaggi,l' umanita' è qui racchiusa a stretto contatto con la virilita' animale consumata in luride stalle.

Tutto cio' non lascia indifferente lo spettatore,il personaggio di Marc viene esposto senza remore di fronte ad un ludibrio di natura sessuale,dove non esiste sentimento ma solo "organicita' ".Du Welz con una telecamera a mano ci restituisce un sobborgo di esseri deviati,non risparmiandoci immagini forti,dove il confine tra umanita' ed orrore è molto labile.Marc diventa "Oggetto" e carne da consumare,quasi una scultura umana su cui compiere aberazzioni di ogni tipo,in "Calvaire" predomina cosi' il maschilismo  coercitivo della comunita' chiusa abbinato ai lati ombra di ogni essere umano.

Il risultato è quello di un ottimo film,d'un opera senz'altro di nicchia a meta' tra documentario,citazionismo e virtuosismo tecnico,emblematica è la ripresa a 360 gradi che inneggia alla follia dell'umano,che ci restuisce scampoli del Peckinpah di "Cane di Paglia",una "chicca" registica che diviene un surplus al centro di un film coraggioso,non di certo per tutti i palati,dove il confine tra umanita',follia e bassi istinti non esiste piu'.........

 

 

 

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