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Milk

Regia di Gus Van Sant vedi scheda film

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La recensione su Milk

di scapigliato
10 stelle

“Milk”, certo. Da che parte cominciare? Forse dal fatto che è il film con il miglior cast mai assemblato? O forse dal fatto che ancora una volta il cinema ci aiuta a conoscere la Verità e combattere la Menzogna? O forse perchè un film di Gus Van Sant è sempre un film di Gus Van Sant? O forse perchè questo Harvey Milk ha fatto qualcosa che tutti i santi e i martiri della chiesa cattolica e mussulmana non potranno mai eguagliare? Quando si dice “morire per quello in cui credi”, sottolineando che quello in cui si crede non è nocivo per nessuno. Io non piango i morti in guerra: non si va in guerra, non si accetta la guerra, non si fa il tifo per la guerra. C’è una certa, abissale, differenza tra chi scende in piazza per manifestare a favore delle libertà umane e chi ci scende per seminare l’odio, l’intolleranza e la morte. Gli studenti che manifestano contro i governi autoritari sono una cosa, i fascitelli che promuovono l’odio sono un’altra. Allo stesso modo un Harvey Milk che si batte perchè i gay non siano considerati malati e pericolosi è una cosa, un’altra invece è la sacerdotessa Anita Bryant che insinua l’intolleranza e l’odio nella cultura della gente. Purtroppo, e il film ne parla ad ogni suo snodo, il potere istituzionale si nutre di ignoranza e paura attraverso il ricatto religioso. La religione è il potere, e il potere è la religione. Se appartieni alla chiesa cristiana hai tutte le porte aperte di questo mondo, ma se minacci la sua morale ne sei fuori, e sarai perseguitato per tutta la vita. Questo è il punto: la morale. Morale che il film di Gus Van Sant fa a pezzetti. La distrugge sistematicamente attraverso lo specchio distorto degli insuccessi del movimento gay. Attraverso le morti, i soprusi, le intolleranze perpetrate al mondo omosessuale, quindi attraverso le sue sofferenze e i suoi dolori, il regista distrugge impietoso tutta l’impalcatura conservatrice e religiosamente fanatica che uccide la libertà dell’uomo.
Sean Penn è straordinario, Josh Brolin signori è il nuovo (?) grande attore americano, Diego Luna è Diego Luna, Emile Hirsch è il riferimento di un’intera nuova generazione. Ma su tutti, ruba la scena James Franco. C’è una maledizione su noi attori nati nel 1978. Josh Hartnett, James Franco, Wes Bentley, Ashton Kutcher, Topher Grace. Validi e mai pienamente arrivati. In particolar modo Josh Hartnett e James Franco. Il primo rifiuta molto, il secondo accetta tutto. In entrambi i casi ci troviamo di fronte a due grandi presenze attoriali, imparagonabili ad altri attori più blasonati del momento. Possono fare gruppo con Emile Hirsch, Leo Dicaprio, Jake Gyllenhall, l’indimenticabile Heath Ledger e il nostro Elio Germano, ma pochi altri possono vantare un simile file-rouge. Sean Penn, il grande “lupo solitario” della Hollywood-contro è immenso nell’intensità che sa dare ad un uomo in cui rivede ogni suo sogno di libertà e giustizia, mentre il granitico Josh Brolin, conosciuto quando ancora giocava ai Goonies, è l’uomo represso che lotta contro se stesso e perde: guardategli gli occhi ogni volta che è in scena, guardate la loro direzione, la loro oscurtà. Emile Hirsch è stupendo. Valutate la sua performance oltre alla gestualità. La recitazione si compone di due grossi componenti kinesici: i gesti primari e gli scarti. Nei primi s’individua il carattere principale del personaggio e anche dell’attore, i suoi tratti identitari e riconoscibili con cui impostare intertestualità e riferimenti codificati. Nei secondi si scopre l’anima, il sottotesto, il cuore del personaggio e anche dell’attore, le sue paure, i suoi timori, i suoi orgasmi, le sue vertigini e i suoi picchi. Senza i secondi, i primi sono solo caratterizzazioni. Nel peggior dei casi, pure macchiette. Ma con la spinta degli scarti i gesti primari diventano, insieme alla voce, la cifra artistica e filosofica di un attore. Emile Hirsch, come Penn e Franco, è tutto questo. Ma James Franco a questo giro detta la sua bravura. Attivissimo nel cinema indie anche con quattro regie già all’epoca di “Milk”, viene sempre sminuito, appartato e dimenticato. In “Milk” non possiamo più fare finta di non riconoscerlo come un attore solido, disarmante nella concessione dello sguardo e del corpo attorale. Il film di Gus Van Sant si misura su di lui e su Sean Penn. Il primo ne è il grande amore di una vita, il cui folgorante colpo di fulmine apre la vicenda agli occhi del pubblico. Il secondo è il paradigma con la cui sensibilità conosciamo l’Harvey Milk uomo. Gli attori si lasciano andare, Franco si concede pure un nudo integrale da tergo, ma è la loro grandezza umana a spingere e motivare i loro personaggi. Il regista fa il resto.
Con sguardo “altro”, Van Sant parla di Milk in immagini. Abbondano i primi piani, i tagli delle inquadrature, i fuori campi, ma sono presenti anche pose tipicamente narrative, perchè “Milk” è prettamente un film narrativo, dove il discorso conta più dell’immagine. Stiamo parlado di diritti civili, non solo di diritti per gli omosessuali: c’è un discorso che ha la precedenza. E il regista lo sa bene. A fine film, tutti lo sappiamo bene. La sacerdotessa Anita Bryant, il concorrente Dan White, il senatore Briggs e altri squallidi soldati di dio, escono dal film come figurazioni moderne del Male. L’una predica amore attraverso l’odio, prassi consolidata dalla chiesa cattolica come dall’Islam; l’altro odia i gay perchè molto probabilmente è gay egli stesso; e il terzo sostiene che l’omosessualità è una malattia ed un rischio per i figli. Già, i figli. Non serve uno studio universitario per capire che il matrimonio tradizionale è la causa di buona parte delle devianze delittuose di ogni epoca. La legge di dio si fonda sull’unione matrimoniale, ogni stato si fonda sulla famiglia: la legge di dio per tanto è la legge dello stato. In questa inquietante equazione vengono a galla i motivi più reconditi che portano all’odio e all’intolleranza. Io non credo all’esistenza di dio. Ma se dovessi pensare all’unico dio possibile, lo penserei panico, nè maschio nè donna. Però dio non esiste, e nemmeno il diavolo esiste. Certo, è più comodo dire il contrario, ma preferisco sedermi su una scomoda sedia di legno e assaporare la verità che crogiolarmi sul bel divano della menzogna. Né dio né il diavolo esistono, esiste solo e fortunatamente solo l’uomo. L’uomo è carne. L’uomo è terra, è passione, è istinto, è natura, è verità. Ecco perchè la causa gay è giusta, perchè si lotta per un diritto dell’uomo. Non c’entra nulla la religione. C’è chi ce la fa rientrare per il solito motivo: gestire e comandare il popolo bue. Ma altrimenti non c’entrerebbe nulla. In natura, è ora di proclamarlo chiaro e forte, non esistono il bene e il male, due categorie di giudizio fatte dalle strutture di potere per soggiogare l’individuo. In natura esiste solo l’uomo, con le sue libere scelte. All’uomo risponde solo l’etica, che non prevede il giusto e lo sbagliato, perchè l’etica concepisce solo ciò che va a favore dell’uomo. Non contempla ciò che va contro l’uomo, contro la sua felicità, contro la sua libertà, contro la sua personalissima possibilità di scegliersi. Ecco perchè non possiamo più accettare quella insana scappatoia che recita “ognuno ha le sue idee”, perchè ci sono idee che eticamente vanno contro l’uomo. E sono idee di segregazione, repressione, castigo, discriminazione, esclusione. Tutto ciò che va contro l’uomo è da combattere. La causa gay va a favore dell’uomo, la militanza religiosa gli va contro. Facile perdersi in questa semplice definizione di vita che mette da una parte la Verità e dall’altra la Menzogna, se non si hanno le basi culturali per accedere ad una interpretazione umanista del mondo. E non è più un mistero ormai che il potere ci voglia ignoranti e sedati dalla televisione e dal consumismo. “Milk” porta tutto questo su un piano legislativo, proprio perchè il suo protagonista ha dedicato gli ultimi anni della sua vita a tradurre in termini di giustizia civile una verità che all’uomo è stata negata fin dal sorgere del pensiero religioso applicato alla politica: la verità che tutto ciò che riguarda il nostro corpo non è peccato. L’esclusività del rapporto sessuale riproduttivo è una menzogna: in natura esiste anche il sesso non procreativo. Temi caldi, come si vede, forse anche troppo radicali e assolutisti nella mia trattazione, ma sarebbe così solo se non ci fosse l’Uomo ad equilibrare con le sue contraddizioni il piatto della bilancia. Ed è quello che fa infatti Gus Van Sant dribblando ironicamente e con leggerezza tra gli insidiosi tranelli della retorica, restituendoci un Harvey Milk umano, contraddittorio, vivo, sanguigno, finanche compromesso.
Non bisogna essere gay per condividere la causa gay, così come non dobbiamo essere per forza dei pesci per amare il mare. Dietro il grande ricatto sociale del matrimonio ci sono giochi di potere che il povero uomo della strada non comprende, e continua nella sua professione di fede all’oscuro della Verità che lo libererebbe definitivamente. Sono contro la famiglia. Ma faccio il tifo per ogni altra singola forma di enucleazione che si fondi sulla verità, comprese quelle tradizionali famiglie che su essa sono davvero fondate, sia chiaro. Nonostante le cronache ce lo dicano ogni giorno che la maggior parte delle tragedie delittuose avvengono o nascono tra le pareti di casa, non tutti sanno, forse, che se la tanto difesa “famiglia” è fondata sull’intolleranza, sul fanatismo religioso e sulla prepotenza confessionale, allora la famiglia diventa la principale agenzia di terrore del mondo umano. L’officina, la palestra, la scuola del sentimento più religioso che ci sia: l’odio.

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