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Il seme della discordia

Regia di Pappi Corsicato vedi scheda film

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La recensione su Il seme della discordia

di LorCio
7 stelle

Il seme, nella fattispecie, non ha niente di metaforico, ma ha una connotazione molto concreta, e la cosa la si può capire tranquillamente. C’è anche un sottotesto, diciamo così, professionale, riguardo il seme. Ispirandosi a La Marchesa von O. di Heinrich von Kleist, il napoletano verace ed illuminato Pappi Corsicato mette su una fantasmagorica commedia troppo banalmente associata al cinema di Don Pedro per lo stile e i temi (ma il regista spagnolo ha tutt’altra matrice, ben più complessa nella sua semplicità) che probabilmente conta più per il suo irresistibile contesto che per la trama, tutto sommato sì interessante ma non trascinante: infatti, Corsicato propone uno degli esempi maggiormente raffinati ed articolati di cinedècor post moderno, puntando sul cromatismo esasperato delle tinte unite violente e brutali (il trionfo dell’aggressivo rosso può essere scontato, così come la sua complementarità con la freddezza dell’azzurro del mare, ma è sempre strepitoso; meno scontato è il dilagante fluire del verde, avvolgente e al contempo raggelante, così il rosa della frivolezza e il bianco della purezza) come filosofia dello stato d’animo che si proietta sui personaggi.

 

Personaggi che sono figure, che popolano un contesto in cui l’arredamento (da culto la zappa d’oro e la lavatrice che perde metaforicamente le acque) ha una sua funzione ben precisa, inseriti nel contesto metacittadino e postmetropolitano del Centro Direzionale di Napoli, il quartiere moderno di una Napoli che così non s’era mai vista. Immancabile Mina – ormai nome tutelare del cinema di una certa generazione – con la poco conosciuta Canta ragazzina, il reparto musicale propone un concentrato dei nostri migliori compositori come Sant’Ennio, Piccioni, Trovajoli e Nino Rota, e la scelta, oltre che cinefila (a proposito, quanto cinema trabocca, perfino La corazzata Potemkin!), è perfino anacronistica. Ma in realtà è l’intero film anacronistico, adorabilmente demodé, e il cast lo dimostra: i fianchi di Caterina Murino sono cose di un altro cinema, una maggiorata che sa recitare e vive il suo ruolo con elegante nonchalance, compresa nella meravigliosa sequenza con la suora nel negozio di articoli sacri. Tra i non protagonisti, oltre ad una deliziosa Isabella Ferrari rabbiosamente colorata, come non citare la fantastica performance di Valeria Fabrizi nella parte dell’assillante madre della Murino (“Altro che desertificazione, e poi diamo la colpa al buco dell’ozono!”), donna con le palle che pretende un nipote: memorabile quando si nasconde dietro una siepe con tutto l’armamentario per il nascituro.

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