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Il giardino di limoni

Regia di Eran Riklis vedi scheda film

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La recensione su Il giardino di limoni

di Peppe Comune
7 stelle

Salma Zidane (Hiam Habbass) è una donna palestinese che cura con dedizione un giardino di limoni che da generazioni appartiene alla sua famiglia. Dall'altra parte del giardino si trasferisce ad abitare il ministro della difesa israeliana Israel Navon (Doron Tavory). Ci troviamo al confine con la Cisgiordania e per ragioni di sicurezza il giadino viene recintato, la zona militarizzata e a Salma non è più consentito curare le proprie piante. Salma decide di ricorrere alla giustizia, per difendere la sua dignità di donna e la memoria storica della sua famiglia. Inizia così un iter giudiziario che porterà il ministro fino alla Corte Suprema e che aprirà finanche una breccia nell’opinione pubblica internazionale. Salma troverà un' inaspettata alleata in Mira Navon (Rona Lipaz-Michael), la moglie del ministro, che trova la forza per ribellarsi contro il senso comune crudelmente imposto.

 

Hiam Abbass

Il giardino di limoni (2008): Hiam Abbass

 

Con uno stile asciutto e una pacatezza d'intenti che rasserena ,“Lemon Tree” di Eran Riklis ci conduce nel bel mezzo del conflitto mediorientale, tra prese di posizione figlie di antichi pregiudizi e aperture di credito che albergano negli occhi giudiziosi di due donne coraggiose. Ciò che ci viene ottimamente restituito è quello stato di cattività perenne di cui sono vittime proprio tutti, quello che rende oltremodo difficile la conoscenza dell'altro da se, quello che alimenta la diffidenza reciproca perché fondata sulla vicendevole ignoranza. E' un film sulla nozione di confine, che qui va inteso non solo in senso fisico, come la rigida delimitazione di un territorio che addirittura può portare ad identificare come potenziale pericolo una donna che cura amorevolmente i suoi limoni, ma anche, se non soprattutto, come uno stato mentale, come la linea di demarcazione tra la volontà umana di iniziare a riconoscere le ragioni dell’altro e il realismo politico che tende a giustificare ogni arbitrio dello Stato d'Israele in nome della sua sicurezza nazionale. Inconsapevolmente, Salma innesca un processo che investe un nodo politico basilare della questione israelo-palestinese. Ma è sola in questa “inaspettata”battaglia, perchè la comunità di cui fa parte si preoccupa solo della sua onorabilità di vedova devota messa in pericolo dalla frequentazione con Ziad Daud (Ali Suliman), il giovane avvocato che la sta assistendo nella battaglia legale. I figli, invece, sono lontani, presi dalle loro faccende, mostrano uno scarso interesse per la battaglia “legale” intrapresa dalla madre, di avere cose migliori da fare che preoccuparsi di un giardino di limoni. Solo Mira Navon gli è veramente vicina moralmente, solo lei sembra capire la valenza etica di quella battaglia legale così intimamente culturale e così ingenuamente rivoluzionaria. La donna, certo, non può esporsi più di tanto, ma una volta presa coscienza del sua condizione di prigioniera di lusso e delle "esagerazioni" dei militari, inizia una piccola battaglia volta a insinuare qualche crepa nella ferma convinzione del marito ministro che lo stato di paura in cui versa Israele si può scongiurare solo incutendo agli altri una paura più grande. Se per Salma il giardino dei limoni è il luogo della sua sopravvivenza, fisica e morale, per Mira diventa un luogo dell'anima, una zona franca in cui lasciar fuori la politica di potenza e far fare un poco agli uomini di buona volontà, fosse solo per vedere l'effetto che fa. Alla maniera di Mizoguchi, Riklis traccia uno schema della realtà in cui sono le donne ad essere depositarie di quella saggezza tanto semplice quanto indispensabile che può consentire alle persone di riconoscersi in nome della reciproca bontà d'animo, oltre gli steccati ideologici e le logjche geopolitiche imposte dall'alto. L'antitesi (ancora il confine) al realismo fondamentalista degli uomini, alla loro arroganza militante. Contro la saccenteria egocentrica degli uomini, Salma e Mira antepongono una purezza d'animo che sembra voler rappresentare l'unica possibilità concessa agli uomini di disincagliare la questione mediorientale dallo stato endemico in cui si è inabissata da anni.

 

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