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Legami!

Regia di Pedro Almodóvar vedi scheda film

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La recensione su Legami!

di LorCio
8 stelle

Grottesco fino al paradosso, una storia in puro stile almodovariano. Con un dubbio: le immagini sacre all’inizio del film. Quel Sacro cuore di Gesù, il suo significato. E se Don Pedro volesse avvertirci sin dal principio che la sua parabola di sesso e perversione, nascondigli e disperazione, non è altro che, appunto, una parabola, una sorta di novella “cattiva” che si risolve in “buona” grazie alla sempre vigile presenza di un Altissimo? Chissà. Sta di fatto che, dopo una spericolata narrazione tra tentate fughe e sequestri d’amore malato, quel finale consolatorio potrebbe apparire perfino buonista, e buonista, Almadòvar, non lo è stato mai. Può essere letto in linea con altre sue storie (in fondo anche Donne sull’orlo di una crisi di nervi terminava con un inno alla continuità, personificata da una gravidanza, e Tacchi a spillo ha una conclusione, seppure tragica, riconciliante), ma anche con una nuova filosofia che il regista incontra nel suo itinerario di uomo e di artista (distaccarsi dai propri personaggi e lasciarli in uno stato di quiete).

 

 

Lègami è un film di brulicante sadismo goliardico, in cui si pongono al centro della scene le conseguenze delle morbosità sentimentali in proiezione di un edonismo non fine a sé stesso: nel cinema di Almodòvar, la ricerca del piacere è non solo a fin di bene (in fondo Banderas è sì violento e perverso, ma anche tenero), ma anche disinteressata in un’ottica losca. Le corde sono certamente simboli di uno squilibrio mentale, ma contestualizzati potrebbero anche risultare funzionali al risultato finale: ma siamo sicuri che l’amore di Abril, che alla fine si manifesta, non sia solo una via di fuga dall’isolamento? Sarà. Sicuramente migliore la prima parte rispetto alla seconda, anche per il contributo del vegliardo Francisco Rabal nella parte del personaggio più fuori dagli schemi del film: il vecchio regista sulla sedia a rotelle, per metà corpo paralitico, alle prese con il suo “film postumo” e con le pulsazioni del sesso frenato dalla stasi della sua sessualità. Come per dispetto a lui, nella seconda parte c’è un rovente, scatenato, forsennato amplesso tra Abril e Banderas, belli e malati e immortalati in un gioco di specchi suggestivo. Quanta cura nella scelta cromatica: mai un colore fuori tono, sia nella vivace fotografia che nel resto delle scenografie e dei costumi, in un film che ringhia per buona parte, fino ad affievolirsi come un gatto che fa le fusa.

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