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Ladri di biciclette

Regia di Vittorio De Sica vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Ladri di biciclette

di yume
10 stelle

Ritmo, tensione, una regia magistrale nel dosare le emozioni, nel sottolineare i punti focali dell’azione, nel decidere angolazioni di ripresa, panoramiche e primi piani in opportuna alternanza, silenzi ed esplosioni che punteggiano, ritmandolo, il tempo della Storia e le cadenze interiori dell’uomo.

 

"Come rugiada

sui fili d'erba

di Musashino,così

scompare

la nostra vita"

Daig? Ry?kan (1758 - 1831)

 

________________________

 

Non sembri strano e stravagante introdurre l’haiku di un saggio zen a commento di un capolavoro del neorealismo cinematografico come Ladri di biciclette.

Là dove tutte le strade convergono quando l’esperienza del reale diventa arte nascono spazi comuni, non ci sono steccati e un linguaggio può comunicare con l’altro e trovarvi eco e vicinanza.

Quando il racconto di quel breve tratto di vita di padre e figlio segnato dal furto della bicicletta termina, la vita continua fuori dallo schermo.

Un giorno e mezzo, un frammento, fra un lungo prima e un altrettanto lungo poi.

Nel finale la scena si fa man mano più buia su quella folla di uomini, di spalle, che si allontana dallo stadio, la partita è finita, la metafora si capovolge.

E infatti la vita non va così, la vittoria di uno, la sconfitta dell’altro, troppo semplice.

De Sica non giudica, non censura nessuno degli aspetti del quotidiano, non ridimensiona nè ingigantisce, non enfatizza. Il dolore è dolore, la miseria è miseria, c’è uno sguardo ora triste ora meno triste sulle cose del mondo che guarda e prende nota, sceglie di raccontarne parte perché altri, nel tempo, l’ascoltino.

Ma non è più tempo di scriver tragedie. Va guardata la realtà, così com’è, senza teatri di posa né nomi celebri, fra il Tevere e Hollywood ci sono anni luce.

 

70 anni, era il 1948 e l’Italia povera del dopoguerra faceva una gran fatica a tirarsi su.

C’era chi non aveva problemi e chi ne aveva troppi.

Nel film ci sono le due anime e il perno intorno a cui tutto gira sono le biciclette, tante, a mucchi, parcheggiate allo stadio, per strada, che sfrecciano fra le rarissime auto e qualche bus, o isolate, appoggiate al muro, pronte per essere rubate.

 

Allora il furto di una bicicletta poteva essere la rovina di una vita.

Sembra una sproporzione, ma è qui che le parole di Daig? Ry?kan aiutano con la loro saggezza.

Rugiada sui fili d’erba/ vita umana.

De Sica non poteva che chiudere così il film, con un silenzio breve, un’ombra che sembra scendere e avvolgere, il piccolo e buffo Bruno e il padre persi nella folla, chissà come andrà poi, senza bicicletta, senza lenzuola impegnate dalla moglie al Monte di Pietà per riscattarla, senza il lavoro di attacchino che prenderà un altro che la bicicletta ce l’ha.

 

Enzo Staiola, Lamberto Maggiorani

Ladri di biciclette (1948): Enzo Staiola, Lamberto Maggiorani

Un niente, il furto di una bici, una goccia nell’oceano dei grandi problemi.

Un capolavoro senza tempo, capace di distanza e partecipazione, non strappa lacrime e non alimenta indignazione e proclami, si resta muti a guardare, un po’ come l’uomo, che corre, corre in cerca della bici, insegue ora l’uno ora l’altro, ma poi si deve fermare, c’è una condizione d’impotenza di cui bisogna prendere atto, alla fine, e si resta muti.

Il restauro della pellicola ci restituisce un’opera immortale, dolce e dolorosa, una storia semplice in una città irriconoscibile, Roma.

Fra resti di Mura Aureliane, scalinate barocche e chiese pietose con dame della San Vincenzo (o Caritas o chissà chi) a dar da mangiare e far pregare i poveri, sulle banchine del Tevere dove si recupera l’annegato di turno o dentro trattorie dove il complessino napoletano canta la Tammuriata nera doc, al Monte di pietà o nella casa della “santona” che promette il futuro in cambio di poche lire, in case di periferia tutte uguali nella loro miseria, c’è un’Italia indecente, povera e cinica, quella che sconta le adunate oceaniche di piazza Venezia e l’adesione plebiscitaria di qualche anno prima.

Ora che il Fascismo e la guerra (anzi due) hanno fatto piazza pulita di ogni residuo di umana dignità, un padre e un figlio di sei anni si aggirano come fantasmi, muti, senza speranza, solo un sorriso, di entrambi, davanti ad una mozzarella in carrozza ordinata in un momento di ottimismo in trattoria.

 

La bicicletta è andata, sembra addirittura assurdo che lui continui a cercarla per tutto il film, fino a ridursi a rubarne una.

E mentre tutta la platea tifa perché il suo furto ripristini l’ordine universale rubato, ecco che i passanti si ergono a giudici e quel che segue è storia nota.

 

Ritmo, tensione, una regia magistrale nel dosare le emozioni, nel sottolineare i punti focali dell’azione, nel decidere angolazioni di ripresa, panoramiche e primi piani in opportuna alternanza, silenzi ed esplosioni che punteggiano, ritmandolo, il tempo della Storia e le cadenze interiori dell’uomo,

 

Come la pipa di Magritte non è assolutamente una pipa, essendo impossibile oltrepassare i confini dell’arte, un oggetto trasferito dal mondo materiale allo spazio artistico diventa un’immagine, da vedere o da ascoltare”. Così Dmitri Kourliandski in una nota critica musicale.

Crediamo si possa applicare anche a Ladri di biciclette, il reale raccontato non è una storia inventata ma non è neppure realtà.

 

Infine per De Sica si potrebbe mutuare quello cheun giorno scrisse Joseph Roth per Carl Mayer, regista de L’ultima risata : “… scrive film così come si compongono poesie, racconti, drammi. Vale a dire, trasferisce un soggetto dal piano materiale, terreno e casuale dell’esistenza e del fattuale in un’atmosfera metafisica, unica, autentica e necessaria”.

(J.Roth, L’avventuriera di Montecarlo)

 

 

 

www.paoladigiuseppe.it

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